GRAZIE INFINITE
La
scoperta che le divinità dell’antica Palestina fossero femminili dovrebbe
essere una buona notizia per tutta l’umanità, non solo per le donne. Perfino
le religioni monoteistiche potrebbero avere ragione di essere compiaciute, perché
offre loro l’opportunità di reinventare una divinità che potrebbe ben
rappresentare lo yin e lo yang, lo yoni come il lingam, la madre ed il padre, la
moglie ed il marito.
Nel suo libro di recente pubblicazione, “Did God Have a Wife?” (Dio aveva una moglie N.d.T.), l’archeologo William G. Dever offre una raccolta di informazioni sul culto di una divinità matriarcale. Le sue scoperte non suoneranno certo nuove al mondo accademico, ma lo saranno al pubblico generale – ed il loro significato dovrebbe avere un riscontro– anche perché sovvertono integralmente le convenzionali credenze di origine giudaiche.
Dever ha scoperto che il 90% dei popoli dell’antica Palestina – del II millennio e nei primi secoli del I millennio a.C. – viveva in comunità rurali sparse ed isolate, perfino dopo che Gerusalemme emerse come capitale di una monarchia unita. Queste comunità praticavano una religione popolare piuttosto differente dalla religione monoteistica, patriarcale, letteraria e teoretica che troviamo nell’Antico Testamento e nelle scritture Ebraiche. Era caratterizzata da quel che la gente faceva, piuttosto che da quel che pensava; politeistica, non legata a regole scritte ed egalitaria.
Ma quel che più conta, era matriarcale.
La loro divinità principale era Asherah, moglie della più anziana delle antiche divinità dell’area. Nel pantheon delle dee si trovava Shapsh (il Sole), Yarih (La Luna), Astarte (l’androgino) e Anat (il guerriero), alcuni dei quali erano talvolta identificati con Asherah.
Il culto di Asherah è confermato dai dati archeologici, che ci permettono di reinterpretare passaggi precedentemente incomprensibili dei testi antichi, tra i quali la stessa Bibbia, che offre ampie evidenze di tentativi di sopprimere le informazioni del diffuso culto di Asherah e di altre pratiche politeistiche.
Era la divinità centrale alla quale uomini e donne entrambi erano devoti. I testi dei cabalisti ebrei confermano inoltre di un’antica dea chiamata Shekinah, e testimoniano il sacro atto dell’unione sessuale tra lei e Yahweh, talvolta descritto graficamente. Sotto il culto matriarcale, il sesso non solo era santo, ma anche molto sensuale; sotto il patriarcato è regolato, controllato, ed in ultimo, dopo Paolo, tollerato a malapena.
Naturalmente, l’esistenza del matriarcato come precedente alle divinità patriarcali in molte delle antiche civiltà è comunemente accettato, ed alcuni sostengono che la Dea Madre fosse la prima di tutte le divinità. Ma ciò che è nuovo e controverso è la scoperta che il matriarcato fosse così fermamente intrecciato al cuore delle tre grandi religioni monoteistiche della storia.
Dever ha trovato evidenze di religioni popolari in templi cultuali per tutta la Palestina, e dell’adorazione della dea in inconfondibili statuine di terracotta, in arte grafica che ritrae emblemi stilizzati di adorazione femminile, e molti deviati riferimenti biblici ad Asherah.
Le figurine invariabilmente ritraggono una figura femminile con seni prosperosi ed il triangolo pubico spesso esposto. La Bibbia si riferisce ai templi come “luoghi elevati” caratterizzati da Asherah – tipicamente tradotto come “piccoli boschi” o pali di legno, che ora si ritiene che siano stati simboli della dea. Asherah era pienamente identificata con gli alberi – l’incorporazione del sapere nell’antica religione canaanita – e molti ritratti la mostrano sorgere da un tronco d’albero.
Quel che più sfida le convinzioni giudaiche è l’asserzione di Dever che gli scritti sacri siano il prodotto di una piccola, ma di potere crescente, elite letteraria teologica maschile con sede a Gerusalemme.
Il monoteismo fu uno sviluppo successivo, probabilmente tardo quanto il periodo persiano o ellenistico, ben successivo all’esilio di Babilonia, e pertanto, retrodatato dagli scrittori e dai redattori della Bibbia.
Ciò contraddice la convenzionale comprensione dei testi biblici come relativi alla creazione della storia universale da parte di una divinità maschile, Yahweh, della sua guida esclusiva di un popolo eletto allo stato di nazione, e del destino comune dei popoli che furono conosciuti come Israeliti.
La teoria critica post-moderna ci ha a lungo insegnato che i testi antichi non sono quasi mai quel che sembrano. Come risultato del lavoro di Dever, possiamo ora vedere più chiaramente che la religione dell’Antico Testamento e le scritture ebraiche sono una narrazione scritta per servire l’interesse di un particolare gruppo con un interesse da propagare e difendere. Questo interesse era monoteistico, elitario, sacerdotale, letterario e maschile. Conferiva prestigio e potere a chi lo serviva.
Le narrazioni monoteistiche, patriarcali hanno diffusamente schiavizzato la consapevolezza umana per circa 3,000 anni, se non più. Il lavoro di Dever aiuta a comprendere che l’Antico Testamento era esattamente una di queste, e che correttamente può essere inclusa nel reame mitico cui appartengono l’epica di Gilgamesh e l’Odissea.
“Did
God Have a Wife? Archaeology and Folk Religion in Ancient Israel” di William G
Dever è pubblicato da William B Eerdman Publishing Company