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Archeologia Biblica
Fonte:
ABR Electronic Newsletter – Gennaio 2003
Esaminando la
Genesi.
Stephen
Caesar , M.A.
“Da Pinne a Piedi?”
Gli
evoluzionisti sostengono che i pesci svilupparono i piedi dalle pinne, e che ciò
premise loro di trascinarsi sulla terraferma. Recenti scoperte, come le impronte
lasciate sul fondo oceanico da animali acquatici, hanno confutato questa tesi,
secondo quanto riportato sul National Geographic: “Queste tracce ed altre
recenti scoperte fossili, hanno costretto gli scienziati a rivedere quando e
come la vita arrivò sulla terra” (Westenberg 1999:114).
Non
vi sono evidenze fossili che un pesce dotato di quattro piedi (“tetrapode”
–vedi immagine) lasciò l’acqua per avventurarsi sulla terra. Fino a poco
tempo fa, vi era solo un fossile tetrapode conosciuto: l’ Ichthyostega
(ibidem, 116). Usando l’Ichthyostega come
base, gli evoluzionisti hanno immaginato che i tetrapodi si svilupparono
dai pesci dei laghi che si prosciugavano regolarmente. Il pesce che usò le sue
pinne per trascinarsi fino alla terra in cerca di nuovi laghi riuscì a
sopravvivere; tutti gli altri invece morirono. Le pinne dei sopravvissuti
evolsero infine in zampe.
La
scoperta di impronte sottomarine destabilizza questa teoria, che Hans Bjerring
del Museo Svedese di Storia Naturale ha liquidato come una “formula magica”.
Egli teorizza che l’Ichthyostega vivesse in terreni
paludosi invasi di vegetazione.
“Non
è facile nuotare attorno ad una vegetazione fitta” ha dichiarato. Egli
ritiene che i piedi dell’Ichthyostega resero più semplice muoversi
attraverso le piante palustri, e dubita che il tetrapode abbia mai camminato
sulla terraferma. “Molti specialisti ora si trovano d’accordo” riporta il
National Geographic (ibidem, 119).
Le
impronte sono chiaramente quelle di un tetrapode, ma il fatto che siano state
trovate sotto il livello del mare significa che sono state lasciate da un
tetrapode che pascolava sul fondo delle paludi, non da uno che si avventurava
sulla terraferma. La scoperta, effettuata dalla paleontologa Jenny Clack del
Museo di Zoologia dell’Università di Cambridge, del più completo specimen di
tetrapode mai trovato, l’ Acanthostega, la supporta. Chiamato
“Boris”, i polsi e le caviglie del fossile erano troppo deboli per sostenere
il suo peso sulla terra, e le sue costole troppo piccole per sopportare la
muscolatura necessaria a trasportare il suo corpo sulla terra. La sua coda
simile a quella dei pesci avrebbe strisciato sulla terra, rallentando
“Boris” e procurandogli continui graffi ed escoriazioni (ibid. 119,122).
“Boris
chiaramente non camminava sulla terra” conclude la Clack. Come Bjerring, anche
lei ritiene che le gambe dell’ Achanthostega fossero atte a muoversi in
acque paludose: “Se tu potessi aggrapparti alla vegetazione, potresti
mantenere la tua posizione anche nella corrente. Ti permetterebbe di trovare la
via attraverso le acque paludose. Puoi scavare nel fango per predare. Puoi
evitare predatori più grandi strisciando nelle acque pervase di vegetazione
dove nuotare sarebbe potuto essere difficile” (ibid. 122).
Un
altro tetrapode recentemente scoperto, l’ Elginerpeton, offre ancora più
prove. Il suo scopritore, il paleontologo Per Ahlberg del Museo di Storia
Naturale di Londra, spiega:
“Le estremità posteriori denotano una curva particolare. La gamba si prolunga sul fianco, come quella di una salamandra o di un coccodrillo, ma la pianta del piede è rivolta indietro piuttosto che verso il basso. Questo potrebbe comportare evidenti difficoltà di locomozione, dal momento che l’animale non potrebbe porre il suo piede piatto sul terreno. Ma sarebbe invece ideare per spostamenti acquatici (ibid. 124).”
Vi
sono prove moderne contro la teoria “dalla-pinna-al-piede”. Dominique
Adriaens della Ghent University è stata testimone di un gruppo di anguille che
hanno generato esemplari dotati di pinne anteriori perfettamente sviluppate,
malgrado le anguille non abbiano pinne né anteriori né posteriori poiché
passano la loro vita a guizzare nel fango piuttosto che a nuotare. Adriaens ha
quindi esaminato le anguille adulte da numerose collezioni di museo, e trovato
che circa i 2/3 avevano pinne anteriori, e alcune avevano addirittura pinne
posteriori. In più, gli specimen
con pinne anteriori e posteriori erano sagomati più come pesci standard che
come anguille. Secondo Stèphan Reebs, professore di Biologia alla Università
di Moncton, la perdita delle pinne e la forma del corpo sono adattamenti
all’interno della specie anguilla, e non provano un’evoluzione da una specie
all’altra.
Per
dimostrare che le estremità possono andare perdute nel corso dell’evoluzione,
gli insegnanti di biologia spesso mostrano illustrazioni di specie correlate in
una serie che mostra le graduali riduzioni nella dimensione o nel numero delle
zampe. Lo studio di Adriaens offre un raro esempio di variazioni nel numero
delle zampe ALL’INTERNO DI UNA SINGOLA SPECIE (Reebs 2002: 30 [enfasi
aggiunta]).
Riferimenti:
Reebs,
S. 2002 “With or Without.” Natural History 111, no. 7.
Westenberg,
K. 1999. “From Fins to Feet.” National Geographic 195, no. 5
Stephen Caesar è parte dello staff dell’Associazione per la Ricerca Biblica. Laureato in antropologia ed archeologia alla Università di Harvard, è autore dell’ e-book The Bible Encounter Modern Science (La Bibbia Incontra la Scienza Moderna) disponibile all’indirizzo: www.1stbooks.com