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SPECIALE DOCUMENTI
Un
software per Stonehenge: il“Disco di Nebra”.
Ovvero: un mistero in meno per gli archeologi.
di:
Diego Baratono
Il “Disco di Nebra”: di cosa “non” si tratta?
Risale al 1600
avanti Cristo. Consiste in una placca circolare di bronzo patinato ed oro con un
diametro pressappoco di 32 centimetri. Il suo peso è di circa due chilogrammi.
E’ uno dei ritrovamenti più interessanti e misteriosi degli ultimi anni.
L’insolito disco in questione si è ricuperato durante uno scavo illegale, in
un sito nei pressi della cittadina di Nebra, località a 180 chilometri a
Sud-ovest di Berlino. Il fortunoso ritrovamento è avvenuto negli anni tra il
1997 ed il 1998. L’apprestamento di provenienza del prezioso manufatto, si
ritiene appartenere all’Età del Bronzo.[i]
L’area è
parte dello stato della Sassonia-Anhalt. Per la precisione, il sito si trova
nella foresta di Ziegelroda. La zona include un rilievo collinare alto 252
metri. E’ su questa collinetta che si è ricuperato, interrato con una certa
cura, l’enigmatico disco metallico. La collinetta in discorso è la montagnola
del Mittelberg. E’ Germania. E’ Mitteleuropa. Già di per sé, questa
notizia è piuttosto affascinante. Sì giacché il raffinato e sapiente
ordinamento intellettivo che ha saputo confezionare, e soprattutto governare
l’insolito strumento crisobronzeo, è l’espressione riflessa di
un’apprezzabile, ma pressoché sconosciuta civiltà agricola. Sono scarni,
infatti, i dati inerenti questo fantomatico consorzio umano mitteleuropeo
dell’Età del Bronzo. Da quanto si può ricostruire, tuttavia, l’elusiva
struttura sociale è vissuta nel cuore del Vecchio Continente, ben prima dei
Celti. Si tratta di una congregazione sociale esperta nella coltivazione dei
campi e nell’allevamento del bestiame. E’ quest’antica e sottovalutata
civiltà agropastorale, che ha “messo a punto”, ovvero ha conservato,
l’enigmatico “Disco di Nebra”. Or bene, la piastra circolare, secondo la
convinzione corale degli studiosi, potrebbe stimarsi la più antica
rappresentazione nota del Cielo, realizzata dall’Uomo. Già. E’ vero.
Potrebbe. Il condizionale qui è opportuno, se non proprio d’obbligo. Il
motivo? Semplice. Euristicamente parlando, non si è ancora derivata una
puntuale e coerente simmetria esegetica tra quanto si è repertato e quanto si
è ipotizzato. In sostanza, è problematico precisare la reale essenza
dell’indecifrabile disco d’oro e bronzo patinato. Le classiche domande: che
cos’è? A cosa serve? In che modo funziona? Sono quesiti rimasti destituiti di
risposte convincenti. Almeno. Fino ad ora. L’obiettivo prioritario degli
studiosi, quindi, per il momento è uno solo. Consiste nel tentativo di
dissolvere, anzi, in base alla compattezza delle incertezze, di sgretolare la
pesante cortina di misteri, fissata dal Tempo sull’insolito oggetto. In altri
termini, focalizzare utilità e funzionamento del reperto si conferma piuttosto
disagevole. Per tutti. La considerazione, infatti, non vale solo per le curiose
idee espresse sul “Disco di Nebra” dai soliti esperti dell’ultima ora o da
archeologi di confine, che dir si vuole. Continua a rivelarsi un problema non da
poco anche per gli specialisti. Esperire una ricetta intellettualmente
economica, ma al contempo in grado di precisare la faccenda in modo coerente ai
pochi indizi acquisiti, non è semplice. Per nessuno. Al momento, dunque, non si
mostra profilarsi all’orizzonte, una replica scientificamente soddisfacente,
alle incertezze sollevate dall’intrigante ed enigmatico tondo metallico. Il
motivo? Probabilmente è perché non si è ancora compreso, che le questioni da
chiarire in realtà sono molto più semplici di quanto si è fin qui
congetturato. Probabilmente ...
Semplicità ed
utilità. E’ il binario referenziale da seguire. Inderogabilmente ...
Allora,
cerchiamo di capirne qualche cosa in più. Semplifichiamo, se possibile, le
numerose e strane discordanze fin qui affiorate. Si riparte daccapo. Iniziamo
esplorando direttamente il disco. Or dunque, nella zona centrale del reperto, si
distinguono riprodotti un cerchio pieno, una falce di luna ed una strana fascia
arcuata.[ii]
La predetta fascia ad emiciclo, si è incisa sulla piastra con una declinazione
in senso orario quasi impercettibile. La tenue modulazione impressa, è
sufficiente a rendere la figura assialmente asimmetrica. L’arco della fascia
in discorso, si presenta con ambedue le estremità segnate da intaccature.[iii]
Indizi curiosi.
Sottili. Si sveleranno, invece, assumere un certo spessore nell’ambito della
trattazione. Sul bordo dell’insolito piatto bronzeo, poi, si possono numerare
una quarantina d’occhielli passanti. Si percepiscono disposti con una certa
scansione ritmica regolare, sull’intera circonferenza della placca metallica.
Due lunghi settori circolari contrapposti, nondimeno, caratterizzano
ulteriormente i margini della piastra. Hanno ambedue un’apertura angolare
misurata in 82,7°. I due emicicli antagonisti, si configurano abbracciare il
cerchio e l’attigua semiluna. La presenza di piccoli cerchiolini dorati, poi,
contraddistingue lo sfondo del disco crisobronzeo. Sono una trentina di punti in
tutto. Gli specialisti ritengono tali punti lenticolari delle stelle, ma secondo
chi scrive in maniera del tutto impropria. A prima vista, i piccoli tondi si
profilano dislocati sul piatto seguendo una ratio di massima randomizzazione. Non sembra esistere in sostanza
una trama precisa a governare la distribuzione dei punti. Probabilmente non è
così. Si vedrà più oltre. E’ curioso, infine, un preciso raggruppamento
formato da sette di queste lenticole. Si rivela mettere d’accordo, buona parte
degli studiosi. Secondo gli esperti, infatti, l’evidente aggregato
rappresenterebbe la costellazione delle “Pleiadi”. Le Pleiadi sono sette
stelle, che si manifestano nei cieli europei in prossimità dell’Equinozio
d’Autunno. Su questo punto, i ricercatori si dicono abbastanza convinti, anche
se, secondo chi scrive, ancora una volta si tratta di una convinzione errata.
Nell’Età del Bronzo i sette astri in discorso si sarebbero considerati
l’importante segno celeste, che fissa l’inizio della raccolta nei campi.[iv]
Può essere.
Anzi. E’ vero questo, ma soltanto in parte. Non riguarda in ogni caso la
piastra bronzea. L’enigmatico dispositivo metallico è sì funzionale all’agropastorizia.
Su questo non si discute. Quasi certamente però il “Disco di Nebra” non
riporta informazioni “stellari”, come si dimostrerà. Include bensì,
“soltanto” indicazioni inerenti al nostro satellite. Sia chiaro. Con ciò
non si vuole assolutamente sminuire l’importanza dell’oggetto. Anzi. Sul
manufatto si sono riportate indicazioni di una tale precisione
“scientifica”, come s’avrà modo d’apprezzare, da profilarsi ancor più
sconcertanti di quanto si è fiutato. Il tondo di Nebra si prospetta così,
essere un oggetto unico nel suo genere. E’ spettacolare in ogni caso, pur non
raffigurando gli astri di cieli primordiali. Qui a gemmare, piuttosto, è
qualche anello debole nella catena delle teorie elaborate dagli specialisti per
interpretare significato e funzioni possibili, del patinato disco bronzeo.
Allora? Un dispositivo relativamente più “semplice”. Per dir così, meno
stellare. Più terreno. Meno speculativo insomma. Ecco. In questo potrebbe
tranquillamente risolversi l’arcano “Disco di Nebra”. Un congegno
tecnicamente facile da governare. Relativamente agevole da manipolare. Efficace,
utile nel quotidiano. Operativamente. Concretamente.
Media dei
giorni occorrenti alla configurazione del I QUARTO a partire dalla LUNA NUOVA
(non visibile):
|
Gennaio |
8
giorni |
|
Febbraio |
8
giorni |
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Marzo |
9
giorni* (max.) |
|
Aprile |
8
giorni |
|
Maggio |
8
giorni |
|
Giugno |
8
giorni |
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Luglio |
8
giorni |
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Agosto |
7
giorni |
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Settembre |
7
giorni |
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Ottobre |
6
giorni* (min.) |
|
Novembre
|
7
giorni |
|
Dicembre
|
6
giorni |
Foto 1. Il “Disco di Nebra”. Secondo
gli esperti, il manufatto risale al 1600 avanti Cristo. La sua splendida
patinatura color turchese, molto probabilmente non si deve ascrivere soltanto
all’ossidazione naturale formatasi con il passare dei secoli. La
caratteristica velatura si sarebbe volontariamente ottenuta, infatti, mediante
l’immersione in origine del manufatto in uova avariate. Il misterioso disco di
bronzo ed oro, si è valutato intorno ai 10 milioni di dollari. Il suo valore,
tuttavia, non è meramente materiale. Il “Disco di Nebra”, infatti, è al
momento l’unica testimonianza conosciuta di una cultura astronomica
mitteleuropea risalente all’Età del Bronzo. Il misterioso piatto crisobronzeo,
si è ricuperato nel corso di uno scavo illegale intorno agli anni 1997 o 1998.
E’ in mano agli studiosi solamente dal 2003.
Un falso clamoroso oppure “rivelazione”
autentica?
Non si discute
ormai quasi più sull’autenticità del prezioso quanto enigmatico manufatto.
Dopo le prime comprensibili incertezze, in effetti, si è giunti ad una risposta
precisa. Incontrovertibile. Si è distillata con l’aiuto d’innumerevoli
quanto dovute indagini chimiche e fisiche. Si è affinata mediante
l’imprescindibile contestualizzazione dell’oggetto. Il “Disco di Nebra”
o meglio, ufficialmente, il “Disco bronzeo della prima Età del Bronzo con una
raffigurazione del cielo da Nebra”, è un oggetto databile almeno al 1600
avanti Cristo. Le microfotografie dei cristalli originati dall’ossidazione
naturale, confermano la datazione. Inequivocabilmente. Secondo gli esperti,
infatti, il reticolo strutturale di questo genere di cristallo, accresciuto con
il passare del tempo, non è riproducibile, per dir così, artigianalmente. E’
abbastanza evidente, inoltre, un dettaglio cruciale. Risolutivo. Il disco si è
ricondizionato con diversi riadattamenti nel corso della sua non breve
esistenza. L’usura ed i restauri, forniscono indicazioni univoche. Lo
strumento, nel corso del tempo, si è sottoposto ad un intenso ed alacre impiego
materiale. Meglio. Manuale. Almeno due stelle si sono perse sotto la foglia
d’oro della costura semicircolare di destra. Con tutta evidenza, inoltre, gli
occhielli del bordo inclusi in questa fascia, si sono grossolanamente perforati
in tempi posteriori all’applicazione della predetta foglia d’oro.
L’impressione è che il tutto sia riconducibile ad una manutenzione continua,
ad un restauro conservativo non tanto cosmetico quanto, piuttosto, funzionale.
In altri termini, s’intuisce pacificamente esistere una lucida e potente
volontà di mantenere inalterata l’efficienza operativa nonché la precisione,
per dir così, scientifica, del pregiato strumento metallico. Non basta. La
contestualizzazione dell’oggetto fornisce ulteriori certezze. Nei pressi del
sito indicato quale località del clamoroso ritrovamento, si è rinvenuto anche
un certo numero d’armi. Le asce e le daghe dell’area, per tipologia,
materiale e lavorazione sono certamente riconducibili alla metà del secondo
millennio avanti Cristo. Si è appunto in piena Età del Bronzo. Non esiste
alcun dubbio quindi anche sulla datazione della placca. Del resto è pure fuori
questione, un altro importante fatto. L’arcana piastra di Nebra, per quanto si
conosce, è al momento l’unica testimonianza diretta dell’esistenza di una
cultura astronomica tanto eccelsa, risalente all’Età del Bronzo, ma nondimeno
d’area mitteleuropea. Nel secondo millennio avanti Cristo, dunque, una certa
qual conoscenza dei cieli non si concentra in mano di pochi gruppi ed in poche
aree circoscritte. Questo genere d’informazioni, piuttosto, si prospetta
attraversare per intero il Vecchio Continente. Ad incidere sulla sua diffusione,
molto probabilmente, è l’affermarsi di un diverso stile di vita. L’avvento
di un sistema agricolo stanziale, un miglior sfruttamento dell’attività
pastorizia, dell’allevamento del bestiame, sono pratiche intraprese con ogni
probabilità nel Vicino Oriente e diffusesi verso Ovest a partire dal Neolitico.
Nell’Età del Bronzo l’attività agropastorale si delinea costituire, ormai,
un modus vivendi ben radicato ed esteso ad ampie aree geografiche.
Anzi. Secondo quanto si conosce, si è portati a pensare che intorno alla metà
del secondo millennio avanti Cristo, l’economia agricola e quella domestica si
siano ormai indissolubilmente saldate. L’esistenza di ben definiti gruppi
sociali, si trova pertanto a dipendere dall’abilità degli uomini che ne
compongono il tessuto strutturale, di procurarsi il necessario per il proprio
sostentamento, senza doversi spostare continuamente. E’ il tramonto dello
stile di vita seminomade, fondato sulla caccia e sulla raccolta del cibo.
Agricoltura stanziale e pastorizia. Il connubio è vincente. E’ inevitabile
allora, assistere alla comparsa di sistemi funzionali alla definizione ed alla
predizione dei momenti propizi alla semina ed alla raccolta nei campi. In
qualche modo si progettano e si realizzano strumenti, per dir così,
protoscientifici ad ampio spettro. Devono essere dispositivi in grado di
stabilire, con un certo margine di sicurezza, anche i periodi migliori per la
fecondazione degli animali allevati. Si calibrano sistemi per “misurare” e
quindi prevedere anche la durata della gestazione del bestiame. Ottimizzare lo
sfruttamento dei cicli naturali. Si direbbe essere questa la parola d’ordine,
che caratterizza la piastra bronzea di Nebra. Scienza, magia e religione. Sono
conoscenze inscindibili per l’uomo dell’Età del Bronzo. In mancanza delle
“categorie” greche, infatti, sono ordini culturali che integrano ancora una
stessa, identica struttura formulare di “sapienza”. I tre ordini sapienziali
si riescono in certi casi, ad armonizzare e concentrare in un unico strumento.
Potente. Insostituibile. Il “Disco di Nebra” potrebbe far parte di
quest’esclusiva categoria d’oggetti, per dir così, previsionali. Cos’è
che l’indica con una qualche certezza? Potrebbero essere, ad esempio, le due
fasce emicircolari contrapposte sulla costura del disco. La loro apertura
angolare, si è già detto in precedenza, è di 82,7° ciascuna. Si tratta quasi
esattamente dell’arco tracciato dal percorso virtuale del Sole, all’alba ed
al tramonto, rilevabile dalla Sassonia-Anhalt nell’Età del Bronzo.
L’ampiezza dell’emiciclo, si è fissata partendo dal punto più
settentrionale a quello più meridionale raggiungibile dall’astro a queste
latitudini. In parole diverse, i due grandi archi prospicienti presenti sul
bordo del manufatto, rappresentano le porzioni d’orizzonte, dove il sole nasce
e tramonta nel corso dell’anno. Conoscere la posizione del Sole all’alba ed
al tramonto in una certa zona, significa conoscere la stagione in cui ci si
trova. Secondo gli studiosi, su questo punto si ha la certezza “matematica”.
In questo senso, il disco appartiene senz’altro all’area di Nebra. Gli
astronomi ne hanno dato conferma. La strana mappatura sul bordo del disco, ossia
la gradazione impressa alle due fasce perimetrali contrapposte, coincide
perfettamente con la latitudine del luogo dove si è ritrovato il manufatto.
L’arcano piatto bronzeo, si ricorda, si è ricuperato sulla montagnola del
Mittelberg. Pali lignei circondano il rilievo collinare in discorso. Formano un
anello del diametro di circa 200 metri. Il promontorio si mostra, inoltre,
solcato da una serie di fossati. In base alla sequenza dei ritrovamenti
effettuati nella zona, questo luogo si sarebbe utilizzato per almeno un migliaio
d’anni. A questo proposito, gli esperti sono coralmente certi di un fatto. Il
prezioso piatto crisobronzeo abbinato all’intera area del Mittelberg,
comporrebbe un formidabile osservatorio astronomico dell’Età del Bronzo.
L’apprestamento, si profila costituire un possibile ambiente di celebrazioni e
di riti religiosi. Non si discute su questo. E’ evidente, infatti, la sacralità
del territorio. Insieme con la piastra bronzea, nondimeno, l’intera area
s’intuisce diventare utile materialmente. L’inconsueto connubio del luogo
con il prezioso disco, consentirebbe di fissare in qualche modo una sorta di
calendario polifunzionale. Ora, le straordinarie e numerose analogie, anche
concettuali, con il ben più celebre sito inglese di Stonehenge, sono
particolarmente evidenti. Anzi. Di più. Il “Disco di Nebra” potrebbe
essere, per dir così, la versione tascabile d’aree come Stonehenge. E’
consequenziale, allora, se questo è vero, giungere ad una conclusione.
Semplice. Comprendendo il processo di funzionamento dell’enigmatica piastra
metallica, si potrebbe comprendere e riattivare pure il sistema operativo, tanto
controverso, di Stonehenge e di siti congeneri. Può essere? Vediamo ...

Media
dei giorni occorrenti alla configurazione
della LUNA PIENA (visibile) a partire dal I QUARTO:
|
Gennaio |
7 giorni |
|
Febbraio |
8 giorni |
|
Marzo |
8 giorni |
|
Aprile |
7 giorni |
|
Maggio |
7 giorni |
|
Giugno |
7 giorni |
|
Luglio
|
7 giorni / 6 giorni* (min.) |
|
Agosto |
7 giorni |
|
Settembre
|
7 giorni |
|
Ottobre |
8 giorni |
|
Novembre
|
7 giorni |
|
Dicembre |
8 giorni |
Foto 2. Ricostruzione dell’area di
Nebra. Il prezioso manufatto bronzeo si è ritrovato sulla cima del rilievo
collinare del Mittelberg. Il piatto si è ritrovato seppellito con cura, ad una
profondità di circa 50 centimetri. Si deve notare la gradazione degli archi
virtuali che il Sole traccia durante l’anno, confrontati con le due fasce
contrapposte sul bordo del disco. (Der Spiegel).
Media
dei giorni occorrenti alla configurazione dell’Ultimo Quarto,
|
Gennaio |
8 giorni |
|
Febbraio
|
8
giorni |
|
Marzo
|
6
giorni* (min.) |
|
Aprile
|
7
giorni |
|
Maggio
|
7
giorni |
|
Giugno
|
6
giorni |
|
Luglio
|
7
giorni |
|
Agosto
|
7
giorni |
|
Settembre
|
7
giorni |
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Ottobre
|
8
giorni |
|
Novembre
|
8
giorni |
|
Dicembre
|
9
giorni* (max.) |
Foto 3. In queste immagini si è riportato
il tragitto virtuale del Sole e le fasi della Luna rilevabili dal famoso cerchio
megalitico di Stonehenge. Secondo alcuni archeologi, Stonehenge più che con il
Sole, avrebbe una forte connessione con la Luna. Tale prerogativa, sarebbe
evidente specialmente nelle prime fasi di costruzione dell’apprestamento.
Il “Disco di Nebra”: ma come funziona? A cosa può
servire?
In certi casi,
è facile ritenere che dispositivi tanto enigmatici ed arcani appartengano di
diritto soltanto ad un’esclusiva, ristretta categoria d’“iniziati”. In
parte questo è vero. Non sempre però le cose sono tanto esoteriche da rimanere
un segreto inesplicabile. Per pochi. Il discorso è concreto specialmente per il
disco in trattazione. E’ vero ad esempio, che nell’Età del Bronzo sono
poche le persone, probabilmente soltanto i sacerdoti-astronomi, che detengono le
conoscenze necessarie per “attivare” un dispositivo di questo genere. Non è
possibile, tuttavia, allontanarsi molto dal “seminato”. E’ bello credere
che qualcuno, nel 1600 avanti Cristo, sia in grado di fissare su di un prezioso
disco crisobronzeo, la distribuzione delle Pleiadi ed il cielo stellato. Sia,
inoltre, in grado d’armonizzare la falce di Luna con il disco del Sole nel
ristretto spazio descrittivo del piatto. Poi riesca a visualizzare addirittura
la “barca” solare. Metaforica s’intende. Entrambi gli oggetti in una
simile prospettiva s’ancorano ad un simbolismo peculiare. Potente la
reminiscenza egizia. E’ tutto poetico. Romantico forse. Si è, nondimeno,
abbastanza lontano dalla realtà delle cose. Euristicamente parlando, ossia
armonizzando e contestualizzando dati obiettivi ed oggetti ritrovati, si possono
formulare soltanto poche ipotesi di una certa concretezza:
1.
L’ordinamento culturale che ha prodotto questo disco appartiene quasi
certamente ad un mondo agropastorale stativo.
2.
Il “Disco di Nebra”, si profila un articolo legato alla coscienza
religiosa della civiltà che l’ha prodotto. La placca, da un punto di vista più
tecnico nondimeno, si può configurare quale strumento protoscientifico
predizionale. Il manufatto bronzeo, concentra e riflette tutta la sapienza
pratica di chi l’ha ideato. Si tratta di una sapienza antica, costruita e
tramandata di generazione in generazione. Da secoli.
3.
In tale prospettiva, si può pensare che il disco assolva una duplice
funzione, tanto pratica non meno che speculativa.
4.
Il disco potrebbe costituire un formidabile apparato in grado di predire,
in qualche modo, le variabili fasi della Luna.
5.
Il “Disco di Nebra” potrebbe essere, di conseguenza, un
“semplice” calendario lunare. Perpetuo.
Si è detto
“semplice”, così per dire. In ogni caso, è più di quanto ci si potrebbe
aspettare. Il “Disco di Nebra”, in effetti, è tanto complesso quanto solo
le cose semplici riescono ad esserlo. In che senso? Semplice. Il metallico
tondo, riporta una serie d’informazioni ricavate da osservazioni dirette dei
moti lunari nell’arco dei mesi e dell’anno. In buona sostanza, l’arcana
placca bronzea non è nient’altro, che un raffinato simulatore progettato per
visualizzare le multiformi fasi della Luna. In conclusione, la configurazione
del “Disco di Nebra” consente di predeterminare l’esatto carosello dei
profili assunti dal nostro satellite, in
fieri. In divenire. La cosa straordinaria? Concerne la funzione calendariale
della formidabile piastra di Nebra. In gran misura, si è conservata ancora oggi
con la sua buona precisione. Si può rilevare in questa prospettiva, un
dettaglio inaspettato. E’ peculiare. Anzi. Meglio. Si potrebbe trattare di una
formidabile prova indiretta, inerente alla bontà di quanto si è ricostruito.
Concerne il tempo impiegato dal nostro satellite per completare la sequenza
delle sue diverse fasi. Oggi, il tempo medio per ciclo è di circa 7,5 giorni.
Tra una sequenza e la successiva, si hanno picchi massimi che si protraggono per
nove giorni, e punte minime della durata di sei giorni. Ora, i rilevamenti
effettuati tramite il “Disco di Nebra”, prospettano un esito singolare. E’
curioso rilevare come nell’Età del Bronzo il picco minimo delle lunazioni,
periodicamente, si quantifica in circa 5,5 giorni. Si realizza un evidente
scarto di tempo rispetto ad oggi. Imprecisione degli astronomi del passato?
Niente affatto. La spiegazione è un’altra. Sconcertante. La differenza
temporale, in buona misura, dipende semplicemente dal rallentamento del nostro
pianeta. Sì. E’ così. La Terra, dal 1600 avanti Cristo ad oggi, ha
certamente subito una decelerazione apprezzabile. Non si tratterà forse di una
mezza giornata come sembra registrare il formidabile strumento metallico di
Nebra. Si tratta, in ogni caso, di un evento scientificamente dimostrato.[v]
Non c’è
dubbio. Il discorso si sta facendo interessante. Fin qui si è sommariamente
tratteggiata la possibile applicazione cui si poteva (e si può), destinare
l’enigmatico piatto crisobronzeo. Ora però serve una dimostrazione pratica.
Si ritiene quindi opportuno certificare la bontà di quanto si è fin qui detto.
E’ giunto il momento di riattivare la funzione operativa del “Disco di
Nebra”. La parte centrale del disco si è orchestrata intorno a tre elementi
fondamentali. Si tratta di una falce di Luna, una Luna piena, poiché questo
rappresenta il cerchio e non il Sole, ed un emiciclo. Le due estremità della
fascia semicircolare, sono assialmente sfalsate. Il motivo è da rintracciare
nella rotazione in senso orario quasi impercettibile, conferita all’intera
fascia. Le due estremità apicali, sono puntate verso la falce ed il cerchio
predetti. Sono i dettagli più importanti dell’intera placca bronzea. Si
tratta dei due insostituibili cardini su cui ruotano le lancette di uno
straordinario e preciso orologio lunare. E’ il “Cronografo lunare di
Nebra”. I due vertici sono, infatti, i virtuali assi visivi di traguardo
funzionali alla riattivazione corretta del disco. E’ necessario a questo punto
fissare alcuni parametri di riscontro. Per far questo non occorre una gran
tecnologia. E’ sufficiente avere sott’occhio un semplice calendario che
riporta le sequenze delle fasi lunari, registrate mese per mese.[vi]
Iniziamo,
allora, considerando la media dei giorni occorrenti all’apparizione in cielo,
del Primo Quarto di Luna (è la falce riprodotta sul “Disco di Nebra” per
intenderci). Si parte, ovviamente, dalla fase di Luna nuova (si tratta dello
stadio in cui il nostro variabile satellite non è visibile dalla Terra).
Il calendario
indica che:
1.
Gennaio:
8 giorni.
2.
Febbraio:
8 giorni.
3.
Marzo:
*9 giorni.* (max).
4.
Aprile:
8 giorni.
5.
Maggio:
8 giorni.
6.
Giugno:
8 giorni.
7.
Luglio:
8 giorni.
8.
Agosto:
7 giorni.
9.
Settembre:
7
giorni.
10.
Ottobre:
*6 giorni.* (min).
11.
Novembre:
7
giorni.
12. Dicembre: *6
giorni.* (min).
Ora, si può rilevare quanto segue: il
massimo dei giorni impiegati dalla Luna per completare la fase di Primo Quarto
è di nove giorni nel mese di Marzo. Il minimo dei giorni è ad Ottobre ed a
Dicembre con sei giorni. Nei restanti mesi la fase si completa variando tra i
sette e gli otto giorni. Bene. “Disco di Nebra” alla mano. Puntiamo un
righello, in modo da congiungere l’estremo apicale sinistro della fascia
emicircolare centrale, ed il primo occhiello che compare appena sopra la costura
solstiziale di destra. La retta virtuale che si forma è tangente un punto
lenticolare particolare. Il punto in discorso, si trova impiantato tra il
vertice della falce lunare e la fascia solstiziale di destra. Un dettaglio è
importante. Il cerchiolino, si configura defilato e piuttosto isolato rispetto a
tutti gli altri. E’ il primo giorno del mese? Manteniamo come fulcro il
vertice di sinistra della fascia semicircolare. Ora, ruotiamo il righello in
senso orario. Si devono contare nove cerchiolini sul disco a partire dal punto
indicato in precedenza. E’ curioso notare che la riga si fermerà, quale
tangente, proprio di sotto il piccolo cerchio collocato all’interno della
fascia centrale stessa. Questa potrebbe essere la “retta liminale superiore di
fase”.[vii]
Superata questa linea di demarcazione,
inizia con ogni probabilità un’altra fase. Più avanti si avrà la certezza.
Il punto in questione, ancora una volta, si rileva evidentemente separato dagli
altri due punti contenuti dall’emicerchio. Man mano che si contano i piccoli
tondi dorati, si può facilmente assistere ad un fenomeno interessante. Il
righello, muovendosi in senso orario, scopre porzioni sempre maggiori di Luna.
Visivamente, si ha proprio l’impressione d’osservare il sagomarsi del Primo
Quarto di Luna in cielo. La qualità della riproduzione in divenire è accurata.
Meglio. E’ semplicemente sorprendente.
Foto 4
Or bene, è
giunto il momento di formulare alcune deduzioni consequenziali. Iniziamo dalle
cosiddette stelle. I piccoli tondi dorati riportati sulla piastra non sono altro
che la sequenza dei giorni del mese. Non è dunque casuale il loro numero. Sono
trenta piccoli cerchi aurei con una potente funzione calendariale. Del resto, da
quanto si è potuto fin qui rilevare, anche la loro disposizione non è
randomizzata come si crede. Anzi. I cerchiolini dorati, si sono precisamente
distribuiti in modo da potersi intercettare avvalendosi di qualche dispositivo
curvo piuttosto che rettilineo, manovrato in senso orario. Il presunto
strumento, si profila essere un apparato complementare del disco. Molto
probabilmente non si è ancora ritrovato, ovvero non si è ancora identificato
per quel che è. L’estrema ratio,
indica ulteriori, tragiche possibilità. Il dispositivo in discorso potrebbe
essersi smarrito già in tempi antichi. Trafugato. Consumato in parte, forse.
Addirittura, l’implacabile macina del Tempo potrebbe averne decomposto
l’essenza.
Si spera non
sia così …
A testificare
la poderosa creatività di una coscienza culturale mitteleuropea di cui si è
quasi persa memoria è rimasto, in ogni caso e per buona sorte, lo splendido
“Disco di Nebra”. Il sistema operativo che ne consente l’applicazione è
essenziale, versatile ed efficace. Sono pochi i dettagli sui quali s’incardina
il “software” del disco. Tre per la precisione. Si tratta dei trenta punti
dorati, della fascia emicircolare asimmetrica e degli occhielli passanti
scompartiti lungo la circonferenza. Definiamoli brevemente.
1.
Le
trenta piccole lenticole dorate, si sono selezionate quale allegoria simbolica e
funzionale per caratterizzare, riprodurre ed enumerare i giorni del mese. La
distribuzione di questi piccoli componenti aurei sulla superficie patinata del
disco, si è configurata seguendo una traiettoria geometrica speciale. Studiata
al millimetro. Non è certo frutto di gesti creativi estemporanei. E’
piuttosto eloquente in tale prospettiva la fine calibratura di posizione
raggiunta. Si è elaborata e messa a punto una splendida compartizione con
svolgimento in senso orario. L’intento è preciso. Si è conferito
all’assetto distributivo in discorso, un preciso ordinamento. La trama
architettata, si è finalizzata alla lettura sequenziale dei piccoli cerchi
sulla piastra di Nebra. La loro ripartizione sul piatto bronzeo si è
teleologicamente meditata. Su questo non ci sono grandi dubbi. E’ più
complesso, invece, stimare l’ampiezza dell’arco temporale resosi necessario
per assicurarsi una simile precisione distributiva. Si sono cimentate diverse
generazioni d’astronomi? E’ bastato il genio di un solo osservatore? Si
tratta di conoscenze “protoscientifiche” e sacre, tramandate chissà da chi
e chissà da quanto tempo? Difficile rispondere. L’operazione “disco” in
ogni caso, ha consentito d’individuare un supporto ideale per fissare, con
ogni probabilità, una primissima formulazione di calendario lunare perpetuo.
2.
Gli
occhielli passanti della circonferenza. Il sistema d’attivazione del disco
s’avvale poi ancora di tali occhielli passanti. Sono fori sistemati con un
certo ritmo sulla circonferenza. Si contano circa una quarantina di queste asole
di riferimento. Sono asole speciali. Strategiche. Sono imprescindibili dal
corretto funzionamento del sistema in trattazione. Gli occhielli in discorso
trovano i correlativi innesti focali, alternativamente, nelle due estremità
della fascia semicircolare asimmetrica. L’abbinamento origina due coordinate,
ossia, concretamente, due punti su di un piano. E’ dunque abbastanza pacifico
l’esito. I due luoghi geometrici individuati, consentono di tracciare la retta
posizionale inerente il giorno che interessa verificare. Lancette virtuali. Sono
tali rette, in sostanza, ad intersecare in sequenza oraria i piccoli tondi. In
parole diverse, gli occhielli consentono di “misurare” il divenire dei
giorni e di conseguenza le fasi lunari correlate. Secondo l’autorevole parere
di numerosi esperti in materia, tuttavia, questi fori passanti servirebbero per
tenere cucito il disco, o su di un tessuto pesante o su della pelle. L’idea
non è male. Manca, ovvero è poco chiaro, nondimeno, il motivo principale per
giustificare l’utilizzo di una simile impunturazione.
3.
L’ultima
notevole parte che integra e rende operativo il sistema di rilevamento del disco
crisobronzeo, è la fascia centrale emicircolare di traguardo. Meglio. Sono le
due cuspidi apicali dell’arco raffigurato. Analizziamo il disco con maggior
attenzione. Si può cogliere un’impronta distintiva curiosa. L’arco in
discorso, sul disco si è declinato in maniera asimmetrica rispetto ad
un’ipotetica linea assiale verticale. E’ consequenziale, dunque, rilevare
come anche i due punti di vertice si delineano leggermente disassati sul piano
orizzontale. La condizione geometrica è sicuramente predeterminata. Non si
tratta di una casualità, per dir così, estetica. Anzi. Si profila piuttosto,
una calibratura fine dell’intero sistema. I due vertici della fascia ad arco,
infatti, si sono rivelati i cardini insostituibili di tutto il dispositivo.
Attorno ad entrambe i fulcri sommitali, ruota letteralmente l’intero
“programma” del disco. Entrambe gli apici si risolvono, in sostanza, in due
precisi perni di connessione. Consentono di raccordare gli occhielli passanti
del bordo con i piccoli tondi aurei, che costellano la superficie del disco,
precisando delle rette. A ben guardare, in definitiva, il semplice dispositivo
permette di convertire delle normali linee rette in precise lancette
d’orologio virtuali. I due luoghi geometrici coinvolti, ossia le punte
dell’arco e le asole della circonferenza, si sono calibrati in modo da
consentire al “Disco di Nebra”, di funzionare quasi come un moderno
orologio. L’unica differenza? Lo strumento dell’Età del Bronzo si configura
considerare “soltanto” la progressione dei giorni anziché delle ore. Il
risultato ottenuto, tuttavia, non è niente male per un aggeggio con tremila e
seicento anni di storia. Del resto, proprio questa potrebbe essere la funzione
ricercata ...
Le conferme ad un’idea.
Ora,
s’immagini che quanto si è ricostruito sino a questo punto, in qualche misura
s’avvicini alla realtà. Il “Disco di Nebra”, allora, deve consentire la
focalizzazione degli aspetti visibili del nostro mutevole satellite. Lo
strumento, in conclusione, dovrebbe registrare le fasi che sfumano dal Primo
Quarto, analizzato in precedenza, alla Luna Piena per risolversi con la fase
dell’Ultimo Quarto. E’ questo, forse, il momento fasico più difficile da
riprodurre virtualmente. E’ la carta tornasole necessaria per confermare o
smentire i risultati dell’indagine. In ogni caso, supponendo l’idea avanzata
corretta, si dovrebbe avere un riscontro immediato. Procediamo, quindi,
esattamente come si è fatto in precedenza. Si riporta di seguito, quanto
indicato dal calendario per quantificare i giorni occorrenti alla formazione
della Luna Piena, visibile da Terra, a partire dalla fase precedente, ossia dal
Primo Quarto. Si ha:
1.
Gennaio:
7 giorni.
2.
Febbraio:
*8 giorni.* (max).
3.
Marzo:
*8 giorni.* (max).
4.
Aprile:
7 giorni.
5.
Maggio:
7 giorni.
6.
Giugno:
7 giorni.
7.
Luglio:
7 giorni (Doppia lunaz. inizio e fine mese)/ *6
giorni* (Min).
8.
Agosto:
7 giorni.
9.
Settembre:
7
giorni.
10.Ottobre: *8
giorni.* (max).
11.
Novembre:
7 giorni.
12.Dicembre:
*8 giorni.* (max).
In questa
circostanza, il picco massimo di giorni necessari al transito da una fase alla
successiva è d’otto giorni a Febbraio, Marzo, Ottobre e Dicembre. Il picco
minimo è invece di sei giorni a Luglio. Il mese si presenta inoltre con una
doppia lunazione. Il passaggio di stadio, nei restanti mesi si completa nei
consueti sette giorni. Il “Disco di Nebra”, che cosa rivela in proposito?
Foto 5: Disco di Nebra 2.
Ora, i dettagli
che emergono sono particolarmente sostanziosi ed eloquenti. Innanzi tutto, si ha
un cambio di luogo geometrico, nel senso che la cuspide destra della fascia
incurvata, diventa il nuovo fulcro di traguardo. Una retta si diparte da questo
punto. Si presenta esattamente tangente il cerchio simulacro della Luna Piena.
Le coincidenze qui non c’entrano. Questa linea, nondimeno, è peculiare. Si
rileva essere, infatti, la “retta liminale superiore di fase”. In altre
parole, si può pensare che oltre questa linea inizi la lunazione successiva.
Non solo. La stessa linea virtuale sfuma in una zona ben precisa del disco. Si
tratta di un settore particolarmente usurato della piastra. L’indicazione si
deve ricordare. La “retta liminale inferiore di fase”, invece, si può
individuare unendo il primo occhiello successivo alla fascia solstiziale destra
e la cuspide sempre destra dell’arco regolatore centrale. Si può notare, che
la retta derivata passa esattamente anche per l’estremità apicale di sinistra
del predetto arco. La linea è tangente, inoltre, il primo cerchiolino aureo
allineato esternamente alla cuspide sinistra stessa. Ora, si provi a contare in
senso orario, il numero dei cerchiolini sulla placca, inquadrati entro il
settore circolare definito dalle due rette liminali. Le lenticole corrispondono
esattamente al minimo dei sei ed al massimo degli otto giorni richiesti.[viii]
La
distribuzione sulla placca delle lenticole auree coinvolte, osservata in tale
prospettiva, si direbbe imbastita su di una zonatura concentrata a sinistra del
cerchio della Luna Piena. S’inizia ad intravedere la ferrea logica che
sottende il tutto.
La bellezza
estetica è, per dir così, compresa nel prezzo ...
Passiamo quindi
ad esaminare l’ultima parte del ciclo delle lunazioni. Si è già detto. Si
tratta della fase più complessa da “misurare” e da riprodurre secondo la ratio
individuata. Or bene: se non si dovesse trovare riscontro “scientifico” a
quanto si è detto tutto l’impianto “probatorio” decadrebbe miseramente.
Al contrario invece ...
Or dunque, i
giorni occorrenti alla formazione dell’Ultimo Quarto a partire dalla fase di
Luna Piena, il calendario li riporta con questa sequenza:
1.
Gennaio:
8 giorni.
2.
Febbraio:
8
giorni.
3.
Marzo:
*6 giorni.* (min).
4.
Aprile:
7 giorni.
5.
Maggio:
7 giorni.
6.
Giugno:
*6 giorni.* (min).
7.
Luglio:
7 giorni.
8.
Agosto:
7
giorni.
9.
Settembre:
7 giorni.
10.Ottobre:
8
giorni.
11.
Novembre:
8
giorni.
12.Dicembre:
*9
giorni.* (max).
Le solite
considerazioni. Il picco massimo di giorni necessari al passaggio da un ciclo ad
un altro è di nove giorni a Dicembre. Il picco minimo invece è di sei giorni a
Marzo ed a Giugno. Il passaggio di stadio nei rimanenti mesi si completa
oscillando tra sette ed otto giorni. Verifichiamo, se anche in questa
circostanza la sorprendente placca bronzea conferma i dati.
Foto 6: Disco di Nebra 3.
Il risultato è
a dir poco, straordinario. Pure in questo caso. Fissiamo come di consueto le due
“rette liminali di fase”. La “retta liminale superiore di fase”, si può
facilmente determinare mediante la cuspide destra dell’arco regolatore
centrale e l’occhiello coincidente con la parte terminale alta, della fascia
solstiziale di sinistra. E’ sorprendente notare, che la porzione di Luna
scorciata da questa retta, visualizza esattamente quanto il disco lunare lascia
vedere in cielo nella realtà. Nello stesso momento fasico. La linea in
discorso, è tangente ai due evidenti segni d’usura che compaiono sul disco
aureo. Incrocia, inoltre, quasi perfettamente a metà, la lenticola collocata in
prossimità del culmine in alto della fascia solstiziale sinistra. La “retta
liminale inferiore di fase”, invece, si può determinare tramite la linea
passante tra la cuspide di destra dell’ormai noto arco regolatore ed il
secondo occhiello esterno, a sinistra alla medesima. Si può facilmente
rilevare, che la retta così precisata, isola gli ultimi due dischetti aurei
rimasti all’interno dell’arco regolatore stesso. Non basta ancora. Le due
linee liminali precisate (superiore ed inferiore) sul “Cronografo lunare di
Nebra”, definiscono un settore circolare discriminatorio. La porzione
d’arco, infatti, inquadra in modo rigoroso il numero di cerchiolini aurei
richiesti anche per questa fase, estremamente complessa si deve aggiungere,
della lunazione. Non è dato sapere al momento, o meglio, chi scrive non è in
grado di ricostruire l’esatta procedura fissata per effettuare questi
rilevamenti di fase. Secondo quanto si è ricomposto, nondimeno, si ha la
certezza su alcune sfumature tecniche. Il senso orario da utilizzare nei
rilevamenti innanzitutto. La cuspide destra dell’arco regolatore centrale,
consente di visualizzare con estrema precisione forse le due fasi più complesse
del ciclo lunare. L’evidente maggior usura di tutta la parte sinistra del
cronografo lunare, compreso il disco raffigurante la Luna, si giustifica
pienamente con il fatto che proprio questa zona è soggetta ad un doppio ciclo
di rilevamenti. Si tratta dei passaggi di fase tra il Primo Quarto e la Luna
Piena, e tra la Luna Piena e l’Ultimo Quarto. Manca nella trattazione la fase
di Luna Nuova. E’ noto che questa lunazione non è una fase visibile dalla
Terra. In effetti, anche il “Cronografo lunare di Nebra” presenta un
settore, per dir così, muto. Privo di raffigurazioni. Si tratta della zona in
cui vi è la presenza della strana aggregazione di tondini aurei: che cosa
indicano realmente quei sette giorni? E’ il momento di maggior fertilità
della Terra? E’ questa la contingenza più propizia per le semine, ossia
durante le fasi di Luna Nuova? Non è molto difficile rispondere. Per quanto si
conosce, infatti, la tradizione contadina indica proprio lo stadio di Luna Nuova
quale momento maggiormente adeguato per la semina. Ancora oggi. Una delle
possibili funzioni risolte dallo splendido “Cronografo lunare di Nebra” è
dunque abbastanza intuitiva. Si tratta della preziosa funzione d’effemeride e,
in un certo senso, previsionale, dei moderni almanacchi. Senza dubbio, nell’Età
del Bronzo possedere uno strumento del genere, e soprattutto saperlo sfruttare,
può agevolare una comunità strutturata sul lavoro agropastorale. Il disco, in
effetti, consente di misurare e dunque di fissare con una buona precisione, i
periodi in cui si devono effettuare i lavori di preparazione per i campi.
Permette di capire quando seminare e quanto è prossima la raccolta. Consente di
prevedere con un buon margine di sicurezza, quando scadono i termini per la
nascita degli animali allevati. Permette di stabilire quando invece è il
momento per l’accoppiamento degli stessi, quanto è prossima l’eventuale
transumanza degli armenti e così via. La placca crisobronzea è potente. A ben
vedere è quasi magica per gli uomini dell’Età del Bronzo. Non si deve quindi
trascurare l’orizzonte religioso, dominio le cui prescrizioni con ogni
probabilità governano uno strumento del genere. Non è insensato credere, che a
manovrare il disco sia una congregazione sacerdotale teleologicamente preparata
per questo scopo. Anzi. E’ quasi certa una partecipazione, per così dire,
religiosa nella progettazione dell’attrezzo. Almeno. Non è sbagliato pensarlo
...
Il mistero di Stonehenge risolto da un disco?
Per Stonehenge, cambia forse l’ordine di grandezza scalimetrico dell’articolo, non certamente la sostanza dei fattori. Osservando una planimetria del luogo, è facile comprendere il motivo. In effetti, diversi studiosi hanno paragonato il “Cronografo lunare di Nebra” ad una Stonehenge miniaturizzata. Tascabile. Meglio. Portatile. E’ vero. L’intuizione di questi ricercatori, ha colto con ogni probabilità nel segno. Stonehenge presenta alcune peculiarità stranamente simili al disco bronzeo in trattazione. Si è anticipato, che il periodo di costruzione denominato “Fase III” del famoso apprestamento inglese, si profila coincidere con l’arco temporale cui appartiene anche la piastra di Nebra. La cosiddetta “Fase III” di Stonehenge, si è soliti collocarla tra il 2550 ed il 1600 avanti Cristo. Per chiarezza la fase in questione inizia con ogni probabilità intorno al 2550 avanti Cristo per concludersi, contemporaneamente all’attività vera e propria del sito, nel 1600 avanti Cristo. Si tratta quasi di mille anni durante i quali opere di trasformazione ricorrenti hanno plasmato Stonehenge. Non basta. Appartiene, infatti, alla cosiddetta “sub-fase 3ii” l’allestimento di due peculiari strutture che caratterizzano la topografia dell’area. Si tratta del cosiddetto “Cerchio di pietre sarsen” ed il “Ferrro di cavallo dei triliti”. E’interessante evidenziare alcuni dettagli. L’importantissimo cerchio di sarsen si compone di trenta blocchi di pietra. Sono trenta anche i piccoli cerchi aurei presenti sulla piastra di Nebra. Il “ferro di cavallo dei triliti” consiste appunto in una forma geomet