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Sardegna
Fonte: L’UNIONE SARDA
Data: 25.10.05
Un’equipe dell’università inizia lo scavo per scoprire i ruderi fenici
Il mistero del tempio dell’amore in cima alla Sella del diavolo. Sul promontorio del Poetto sorgeva il luogo sacro dedicato alla dea Astarte
di CARLO FIGARI
Il nome di Cagliari nasce proprio qui in
cima alla Sella del diavolo da dove si abbraccia il panorama più affascinante
della città. Sul promontorio che divide in due il Golfo degli Angeli si trovano
le tracce di una storia plurimillenaria. Dai primissimi insediamenti dell’uomo
preistorico e nuragico nell’area cagliaritana (6000 a. C.) all’arrivo dei
fenici, dai punici ai romani, dai pisani del Duecento agli spagnoli del
Seicento, per chiudere con le postazioni militari dell’ultima guerra. La Sella
delle leggende (l’ultima vuole che nel suo ventre nasconda una misteriosa base
per sommergibili nucleari, in realtà ci sono solo depositi di carburante della
Marina) è un libro aperto sulla storia di Cagliari. Oggi la vetta è coperta da
una fitta vegetazione di essenze mediterranee da cui spiccano le agavi giganti
portate dagli spagnoli di ritorno dall’America nel 1600. Tra arbusti e cespugli
emergono i resti in buone condizioni della torre pisana, due cisterne
punico-romane e probabilmente gli unici segni della chiesetta seicentesca
intitolata a Sant’Elia e crollata nel Settecento. Qualche devoto visitatore ha
ricostruito una piccola nicchia di pietre e ci ha sistemato due madonnine di
gesso e una croce di legno. Da questa chiesetta, come in un romanzo di Umberto
Eco, parte l’intreccio che ha condotto gli archeologi sul promontorio alla
ricerca del tempio fenicio dedicato alla Dea Astarte, protettrice dei marinai,.
e ristrutturato in età romana per il culto di Venere. Dopo numerosi sopralluoghi
sono convinti di aver individuato il luogo esatto, proprio davanti alla nicchia
e ben nascosto nell’impenetrabile macchione. «È qui, non c’è dubbio», dicono.
Sul promontorio sono arrivati gli archeologi Simonetta Angiolillo, Marco Giuman
e Maria Adele Ibba dell’Università, Donatella Mureddu della Soprintendenza e
Alfonso Stiglitz. Lavoreranno nello scavo che si aprirà a novembre. Un
intervento difficile e faticoso, ma entusiasmante perché c’è la prospettiva che
la leggenda metropolitana sul tempio di Astarte si trasformi in storia. Proprio
oggi il sindaco Floris, l’assessore alla cultura Pellegrini e il soprintendente
Santoni annunceranno il via al cantiere sul colle. NissardiIl primo a parlarne
fu l’ispettore Filippo Nissardi che nel 1870 tra i ruderi della chiesetta di
Elia scoprì un’epigrafe fenicia. Mostrava due righe: una incomprensibile,
l’altra con la dedica di un altare alla dea Astarte, definita con le lettere RK.
Come si sa, l’alfabeto fenicio non comprende le vocali, ma questo basta per
portare gli studiosi sulle tracce di Astarte. «Esistono due tesi: la prima fa
ricondurre il nome RK ad Erice, in Sicilia, dove sorgeva il famoso tempio di
Astarte citato nelle fonti antiche», racconta Stiglitz, uno dei maggiori esperti
del periodo: «Una seconda interpretazione riporta alla parola "madre"
protettrice dei naviganti, come la Madonna di Bonaria in epoca moderna. Su
questa ipotesi alcuni autori ritengono che il tempio fosse dedicato ad Astarte
madre e non ad Astarte ericina. In ogni caso sul promontorio c’era un luogo
sacro legato alla navigazione». I feniciIl golfo degli Angeli sin dall’ottavo
secolo avanti Cristo - cioè all’epoca delle prime colonie fenicie - era una meta
importante sulle rotte nel Mediterraneo occidentale. «I fenici - riprende
Stiglitz - lo conoscevano benissimo e lo frequentavano con le loro navi che
davano la fonda proprio davanti al borgo di Sant’Elia. In linea d’aria da qui
possiamo vedere a levante il nuraghe Diana di Is Mortorius dove è probabile ci
fosse uno scalo nuragico, frequentato anche in tempi successivi. Mentre
sull’altro versante - sottolinea l’archeologo - la vista arriva sino a Sarroch
dove di fronte alla raffineria si erge su una collina il nuraghe Antigori. Nel
sito furono trovate tracce di ogni epoca, anche micenee. In mezzo al golfo i
navigatori fenici, come riferimento costiero, potevano contare sulla Sella del
Diavolo dove svettava il tempio utilizzato anche come faro secondo una vecchia
ipotesi del compianto studioso Gianni Tore». Il mitoDi Astarte ci parla il
grande viaggiatore e storico greco Erodoto che descrive il tempio dedicato alla
divinità a Babilonia. Accanto al luogo sacro si trovava il lupanare con le
prostitute che si offrivano ai pellegrini. «Era usanza - racconta Simonetta
Angiolillo, docente di archeologia greca e romana nella facoltà di Lettere - che
le giovani dei villaggi e della città dovessero concedersi ai marinai e a quanti
si recassero al tempio per pregare e rendere omaggio alla Dea. Erodoto dice che
ciascuna ragazza doveva stare nel lupanare sino a quando non avesse avuto almeno
un rapporto. Il denaro veniva versato alle casse dello Stato e la giovane poteva
rientrare a casa». Si può immaginare che una bella ragazza se la sbrigasse con
la prima nave, ma per le bruttine c’era il rischio di trascorrere mesi nel
lupanare. Anche sulla Sella del Diavolo, assicurano i ricercatori, si praticava
la prostituzione sacra. In vetta
Il celebre archeologo Ferruccio Barreca ritenne di individuare l’accesso al
tempio attraverso una stradina che sale lungo l’attuale zona militare sul lato
di Marina Piccola. Oggi, invece, per arrivare in cima ci si deve arrampicare sul
costone che si affaccia sul versante di ponente, cioè da Calamosca. Una scalata
di mezzora e si giunge sulla punta da cui si gode il fantastico panorama.
«Questo promontorio sino a seimila anni fa (nel Neolitico antico), era un’isola.
Poi il mare si ritirò e si formò l’attuale laguna con le saline», riprende
Stiglitz: «All’epoca fenicia era sicuramente un luogo lontano dalla città che si
stendeva in riva allo stagno di Santa Gilla e rimase isolato anche nei secoli
della colonizzazione punica e romana». Mentre indagano tra i ruderi uno del
gruppo scorge tra le pietre un coccio. «Non c’è dubbio, è punico» sostiene Maria
Adele Ibba. GrotteNella zona militare che si affaccia su Marina Piccola,
nascoste tra i pini, si trovano ancora le grotte esplorate dal professor Enrico
Atzeni dove furono rinvenuti reperti preistorici: crani, ceramica e persino
resti di cibo. La frequentazione è continuata in epoca storica, prima con i
fenici che edificarono il tempio di Astarte, poi con i punici e i romani. Nel
1600 fu restaurata dai Carmelitani la chiesetta di Elia su un precedente
edificio dei monaci Vittorini (attestato da una carta giudicale del 1089)..
«Probabilmente - ritengono gli archeologi - sul punto esatto dove sorgeva il
tempio». Due cisterneA documentare il periodo fenicio, punico e romano sono
rimaste le due cisterne. Una piccola vasca circolare e l’altra, poco più giù, di
notevoli dimensioni: 27 metri di lunghezza, profonda cinque. «L’unico esempio
simile si trova a Tharros nei pressi del tempio dedicato a Melqart, come
sappiamo l’altra divinità classica dei fenici. Un’ulteriore conferma che ci
debba essere il tempio di Astarte citato dalla famosa iscrizione». KaralisE qui
salta fuori, secondo Stiglitz, la verosimile ipotesi sull’origine del nome di
Cagliari, in antichità chiamata Karali, Karalis o Carales. «Togliendo le vocali
troviamo le lettere KR, esattamente le stesse dell’iscrizione del tempio di
Astarte. Il suffisso "KR" in lingua fenicia indica la roccia, mentre "AL"
significa qualcosa di collettivo, come gruppo, mucchio. Quindi Krly vorrebbe
dire un mucchio di roccia, cioè il promontorio della Sella del diavolo. Cosa
potrebbe dedursi? Intanto che il nome ha un’origine orientale. E soprattutto che
i fenici potevano contare su un vero portolano con indicati porti, cale per la
fonda e fari». Il cantiereFra breve aprirà lo scavo. Un lavoro impegnativo
perché si dovrà operare in un macchione impervio. «Con noi ci saranno botanici e
gli uomini della Forestale che ci dovranno dire come ripulire la zona
interessata dallo scavo», sottolinea Donatella Mureddu. La Soprintendenza alle
antichità ha dato la concessione al Dipartimento di scienze archeologiche e
artistiche dell’Università, mentre il Comune metterà i soldi (70 mila euro) per
gli operai. La torre spagnolaMa non c’è solo il tempio. La torre pisana è ancora
in piedi sulla vetta, seppure con un lato diroccato. Molte pietre sono state
riutilizzate per una costruzione moderna. Mentre per la torre del Seicento, che
si trova a picco sul mare nel costone sul Poetto, ci sono poche speranze: è
destinata a sbriciolarsi. Irrecuperabile? Chissà. C’è chi dice che il nome del
Poetto derivi proprio da questa torre, un’altra leggenda legata ai misteri della
Sella.