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Sardegna
Torino - dal primo dicembre 2006 al 25 febbraio 2007
Atlantikà: Sardegna, Isola Mito
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MUSEO REGIONALE
DI SCIENZE NATURALI
Via Giovanni Giolitti 36 (10123)
+39 01143207302 (info), +3901143207301 (fax)
Museo.mrsn@regione.piemonte.it
Immagini e testimonianze di una grande Storia nascosta dalla Geografia
orario:
10 – 19. Chiuso il martedì
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: ingresso libero
vernissage: 1 dicembre 2006. ore 19
catalogo: in mostra
curatori: Sergio Frau, Giovanni Manca
autori: Francesco Cubeddu, Marcello Farris, Mario Garbati, Gian Mario Marras, Laura Montelli, Franco Stefano Ruiu
patrocini: UNESCO
genere: documentaria, fotografia, arte etnica
Sono sempre state laggiù, a Gibilterra, le
Colonne d'Ercole? Erano proprio lì sin quando Pindaro ne parlò per la prima
volta nel 476 a.C.? Non è più probabile, che un tempo - prima che Alessandro
facesse grande il mondo e che, poi, Alessandria, con la sua Biblioteca, ne
ridisegnasse le mappe - quelle Colonne fossero invece al Canale di Sicilia?
C’era – come Platone affermava - un’isola al di là di quella frontiera di mare
infido e assassino che Sabatino Moscati segnalava come vera "Cortina di Ferro
dell'Antichità" - reale spartiacque mediterraneo tra il mondo greco e quello
fenicio?
Questa, in sintesi, l’ipotesi di ricerca sviluppata con passione e dovizia dalla
teoria geo-storica del giornalista Sergio Frau. La mostra ripercorre i contenuti
del successo editoriale “Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta”, libro che, fin
dalla sua pubblicazione nel 2002, ha suscitato un approfondito e appassionato
dibattito tra gli studiosi della prima storia del Mediterraneo. Il libro ha poi
dato origine alla mostra ATLANTIKA’: Sardegna, Isola Mito, curata dallo stesso
Sergio Frau e da Giovanni Manca, presentata a Parigi, presso la sede dell’Unesco
nel 2005, nei mesi scorsi all'Accademia dei Lincei di Roma e, oggi, presso il
Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, con aggiunte ed integrazioni che
tengono conto dei nuovi contributi e delle nuove conferme. Un “cantiere–mostra”
che si presenta questa volta ancor più ricco di occasioni di dibattito.
Per ragionare e confrontarsi sugli indizi, le prove e la teoria presentata da
Sergio Frau, è stata messa a punto una prestigiosa tavola rotonda (a ingresso
libero) proprio in occasione dell’inaugurazione del 1° dicembre, a partire dalle
ore 17, alla presenza di Sergio Frau, di Dario Seglie, direttore del Museo
Civico di antropologia e archeologia di Pinerolo e di Francesco Sedda, semiologo
all’ Università La Sapienza di Roma. Coordina il giornalista Rai Maurizio
Menicucci.
ATLANTIKA’- come il suo tema portante – è itinerante. Prima dell’esposizione
torinese, è stata ospitata a Parigi dall’Unesco e dall'Accademia dei Lincei di
Roma, e oggi giunge nel capoluogo piemontese - città che ben conosce la
complessità degli studi su oggetti antichi (basti pensare al Museo Egizio o alla
Sindone – solo per citarne alcuni).
ATLANTIKA’ propone una straordinaria lettura iconografica dell’ Isola-Mito
attraverso le suggestive fotografie scattate da Francesco Cubeddu, Marcello
Farris, Mario Garbati, Gian Mario Marras, Franco Stefano Ruiu e i montaggi
virtuali di Laura Montelli. Le immagini sono supportate da una importante e
inedita sezione cartografica, da pannelli didascalici e riproduzioni di
particolari di opere scultoree e pittoriche che identificano il mitico confine
del mondo antico e il suo ritorno alla posizione originale, presso il Canale di
Sicilia, là dove Sicilia e Tunisia quasi si toccavano. Tale confine, in seguito
al progresso delle conoscenze geografiche dovuto all’alessandrino Eratostene fu
“spostato” a Gibilterra, in epoca ellenistica (200 a.C.). Con il trasferimento
dei confini del mondo sull’Oceano Atlantico di oggi, anche la mitica Isola di
Atlante - la cui potente e temuta civiltà, venne ferita a morte da un misterioso
cataclisma, noto a tutte le antiche civiltà mediterranee - si trasformò in
qualche cosa di vago, leggendario e introvabile: l'Atlantide delle mille
fantasticherie!
Ma partendo dalle ipotesi iniziali di Frau - ormai trasformate in tesi anche da
numerosi tra i più autorevoli accademici - tornano credibili le parole degli
antichi: Omero, Platone, Ramses III solo per citare i principali. Questi
“testimoni” ci narrano concordemente che nel Mediterraneo d'Occidente c’era
un’isola strabiliante, dall’eterna primavera, ricca di metalli di ogni tipo,
dove i vecchi vivevano felici fino a quando non si stancavano della vita,
abitata da genti potenti e temute, navigatori e guerrieri formidabili tanto da
essere capaci di sfidare l’Egitto del XII secolo a.C. Quell'isola favolosa oltre
le Colonne d’Ercole - l'Isola di Atlante al Tramonto, simmetrica alla Roccia di
Prometeo: il Caucaso dell'Alba - fu poi sconvolta da un terribile schiaffo
marino di Poseidone che abbatté migliaia di torri e seppellì nel fango intere
città, costringendo i superstiti a emigrare verso nuove terre per costituire
nuove civiltà.
Quell'Isola Mito degli Antichi è ora identificabile nella Sardegna?
L’attuale mostra ci rivela quanto di favoloso e di misterioso - compresa la
drammatica fine della sua civiltà più antica - sia effettivamente rintracciabile
nella storia, nella cultura, nella natura e nelle lingue della Sardegna, che ben
meritò l’appellativo di “Piccolo Continente”.
L’esposizione torinese è affiancata da tre altre sezioni, presentate qui per la
prima volta, che intendono illustrare al pubblico la complessità ed il fascino
delle grandi tradizioni della Sardegna.
Nella prima sezione e seconda sezione, entrambe curate direttamente da Kinthales,
sono esposte alcune delle espressioni più significative della produzione
artistica popolare sarda, capace di trasformare in arte oggetti quotidiani come
il pane ed i vestiti. I pani, provenienti dallo stesso Museo del Pane Rituale di
Borore offrono una panoramica dei diversi tipi realizzati per marcare il ciclo
del tempo e delle tappe di passaggio della vita dell’uomo: la nascita (pani
dell’infanzia), il matrimonio (pani dei fidanzati e degli sposi) e la morte
(pani per la ricorrenza dei morti). Nell’altra sezione sono esposti i costumi
sardi, con il loro trionfo di forme e colori. Questi costumi, provenienti dalle
zone interne della Sardegna, non sono solo espressione di abilità tecnica e di
utilizzo di preziosi materiali (stoffe, gioielli, tinte naturali) ma racchiudono
un insieme di significati e interrogativi di complessa decodificazione attinenti
alla simbologia e alla ricchezza antropologica di un popolo che affonda le sue
radici nei millenni.
Infine, il Museo Regionale di Scienze Naturali cura una terza sezione, con una
selezione di reperti storici e scientifici provenienti dall’isola, che mostrano
le peculiarità naturalistiche di una terra in costante divenire. La Sardegna
infatti, da un punto di vista geologico, iniziò a separarsi dalla penisola
iberica con l’Oligocene - da 34 a 24 milioni di anni fa. Tale spostamento,
tenendo a lungo separato il “Piccolo Continente” dal resto delle terre emerse
europee, ha permesso la conservazione di alcune rare specie endemiche e
subendemiche. Questa peculiarità, assieme con l’incredibile ricchezza culturale,
archeologica ed etnologica propria della Sardegna, non sfuggì agli insigni
naturalisti del XIX secolo, che incrementarono le collezioni di svariati musei
europei e scrissero notevoli contributi sulla flora, sulla fauna e sulla
geologia dell’isola. Tra i personaggi di spicco del mondo scientifico piemontese
che ebbero maggiori legami con la Sardegna, si ricordano fra tutti Alberto
Ferrero della Marmora, Giuseppe Giacinto Moris e Giuseppe Gené che arricchirono
le collezioni dei musei universitari torinesi con numerosi reperti provenienti
dai loro viaggi nell’isola. A questi antichi esemplari se ne aggiunsero molti
altri frutto delle diverse acquisizioni operate dal Museo Regionale di Scienze
Naturali nel corso degli anni. Nell’ambito di questa esposizione viene
presentato parte di questo patrimonio, con campioni scelti tra quelli più rari e
interessanti, quali l’aquila del Bonelli (Hieraeetus fasciatus), la pratolina
delle scogliere (Bellium crossifolium), le anglesiti e le fosgeniti dell’Iglesiente.