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libreria
Chi ha visto l'alca impenne?
Richard
Ellis
I cari estinti
Longanesi2007, pp.494, euro
19,60
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L’estinzione ha un grande ruolo nella
storia della vita sulla Terra:
tuttavia, nessuno è del tutto sicuro di
che cosa sia o di come operi. In questo
affascinante libro Ellis ripercorre la
storia dell’estinzione, sia sulla Terra
che negli oceani: per esempio, il
‘dugongo gigante’, scoperto nel 1741 e
oggetto di una caccia spietata che ne
provocò l’estinzione solo 28 anni dopo.
Non esistono più la grande alca impenne,
l’anatra del Labrador, la foca monaca
dei Caraibi, tutte eliminate negli
ultimi due secoli.
Ma sbaglierebbe chi pensasse che questo
fenomeno sia causato unicamente dalla
mano, impietosa, dell’essere umano,
della caccia sconsiderata o della
distruzione degli habitat o della pesca
industrializzata che ha ridotto del 90
per cento il numero di tutti i grandi
pesci predatori, tonni, cernie, merluzzi
ma anche squali e marlin. Benché si
ritenga che la vita abbia avuto origine
proprio negli oceani primitivi e che si
tratti di un ambiente riparato,
moltissime specie marine sono scomparse:
squali dotati di corna come cervi, pesci
con denti sulla testa e fauci
seghettate, più simili a bestie
mitologiche che a esseri con cui siamo
abituati a convivere. Così come nel
cielo abitavano rettili alati,
pterosauri volanti dotati di ossa
leggere e cave, ali membranose e code
lunghissime, né dinosauri né uccelli,
che si sono persi nella notte dei tempi.
La specie umana ha comunque avuto una
parte non da poco. Intorno a 12mila anni
fa alcuni gruppi umani, per esempio,
attraversarono lo stretto di Bering,
probabilmente grazie a un ponte di
terraferma o di ghiaccio. A quel tempo
le pianure del Nordamerica erano
popolate da mammiferi di grossa taglia
come mammuth, rinoceronti lanosi, tigri
dalle zanne a sciabola, bradipi di
terra, cervi giganti, camelidi e cavalli
selvaggi. Tutte specie che in capo a un
paio di migliaia di anni scomparirono
proprio a causa dell’avvento dell’essere
umano. Molti paleontologi sono convinti
che siano stati proprio gli umani, con
la caccia, a provocarne la scomparsa,
oppure a diminuirne il numero in maniera
tale da impedire loro di propagare la
specie. Altri, ritengono invece che sia
stato il cambiamento di clima dell’era
glaciale a condannare molti animali di
grossa taglia. Recentemente è stata
formulata una nuova ipotesi: l'arrivo
dall'Asia di agenti patogeni
particolarmente virulenti, portati
dall’essere umano o dai cani che lo
accompagnavano, con un effetto
devastante proprio perché nessuno degli
animali residenti aveva mai sviluppato
una immunità di qualche genere.
È l’ipotesi sostenuta anche da Jared
Diamond nel suo ‘Armi, acciaio e
malattie’ che con questa tesi sostiene
il successo e la sconfitta di alcune
popolazioni umane. Alla fine
dell’Ottocento un Morbillivirus noto
come “peste bovina” uccise in Africa due
milioni di esemplari. Il furetto dai
piedi neri americano è particolarmente
vulnerabile al cimurro dei cani
domestici che in Tanzania ha sterminato
leoni e licaoni ed ha devastato anche
l’habitat oceanico sterminando il 70 per
cento delle foche del Baikal.
La nostra specie ha dunque
responsabilità non trascurabili: ha
cominciato uccidendo molti grandi
animali per autodifesa o per procurarsi
il cibo, mentre oggi falcia intere
specie con assurda noncuranza. Un ultimo
esempio: il bonobo fu descritto per la
prima volta nel 1933 ed è già a rischio
di estinzione, sia a causa dell’uso
della sua carne come cibo che come
conseguenza della distruzione della
foresta, suo habitat. Possiamo fare
ancora qualcosa per limitare la perdita
di un patrimonio naturale, come questo e
il libro di Ellis spiega come nei suoi
13 ricchi capitoli.