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PALEONTOLOGIA
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www.lastampa.it Data: 22.09.07 Sì, l'uomo di Flores era davvero uno hobbit |
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| Nuovi studi sulle ossa: il mini-umano è esistito |
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Quando il 27 ottobre del 2004 il professor Mike Morwood e i suoi colleghi dell’università australiana del New England pubblicarono su «Nature» l’annuncio della loro scoperta, furono bersaglio di molte critiche. Quel piccolo cranio di una donna di 30 anni, battezzata Ebu, apparteneva secondo molti scienziati a un essere umano contemporaneo, affetto da qualche malattia come la microcefalia o dal «nanismo insulare», un fenomeno di adattamento degli esseri viventi che abitano spazi ristretti. In nessun caso si poteva parlare di una nuova specie, sostenne il professor Robert Eckhardt della Pennsylvania State University, acerrimo nemico di Morwood e della tesi dell’Homo floresiensis. Le nuove analisi sui resti del polso dimostrerebbero invece che le ossa avevano una conformazione diversa da quelle dell’Homo sapiens e del Neanderthal. «Le ossa trapezoidi dell’uomo sono a forma di “scarpone” - ha spiegato Tocheri - mentre quello di Ebu sono a forma di cuneo, più simili a quelle delle scimmie africane». Questo proverebbe che gli hobbit di Flores rientrano in una linea di evoluzione umana diversa. Ci vorrà altro per convincere il professor Eck- hardt, il quale già ieri si è affrettato a dichiarare che l’esame delle ossa del polso non cambia nulla: «Se era una prova così decisiva, perché non è stata presentata prima? La verità è che si sta cercando di convalidare l’assurda tesi di una nuova specie con qualche improbabile caratteristica “unica”». Per Eckhardt il cervello di Ebu, grande come quello di uno scimpanzé, non era abbastanza sviluppato per giustificare il livello di vita evoluta del presunto Homo floresiensis, che costruiva e utilizzava attrezzi, e la stessa isola di Flores è troppo piccola per avere ospitato una comunità numerosa. Insomma, la querelle continuerà ancora a lungo nella migliore tradizione della paleontologia, una materia nella quale è difficile che gli scienziati si mettano subito d’accordo. Quando nel 1856 Johann Fuhlrott scoprì in una grotta di Feldhofer, in Germania, il primo cranio di un uomo di Neanderthal, i ricercatori dell’epoca sostennero che era quello di un cosacco ucciso dalle truppe di Napoleone o di un uomo contemporaneo affetto da una malattia degenerativa. Ci vollero molti anni perché la comunità scientifica accettasse l’idea della scoperta di un nuovo ramo dell’evoluzione umana. Gli unici ominidi sopravvissuti fino ad oggi sono molto curiosi del loro passato, ma continuano a non accettare tanto facilmente nuovi arrivati nella loro famiglia. |