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PALEONTOLOGIA

 

Fonte: http://www.galileonet.it/news/8705/siamo-tutti-africani

Data: 18.07.07

 

Siamo tutti africani

L’evoluzione da Homo erectus è avvenuta nell’area sub-sahariana. Antropologi britannici lo dimostrano in uno studio pubblicato su Nature

 Nuove prove a favore dell’origine africana dell’umanità, la tesi più diffusa tra gli studiosi alla quale però si contrappone l’ipotesi che l’evoluzione da Homo erectus a Homo sapiens abbia interessato diverse popolazioni in varie parti del pianeta. Ora, in un articolo pubblicato su Nature, Andrea Manica e il suo gruppo di ricercatori dell’università di Cambridge forniscono prove a favore della più accreditata teoria, secondo la quale Homo sapiens si sarebbe evoluto in Africa e da lì si sarebbe poi diffuso negli altri continenti, dando origine alla attuale popolazione umana. Combinando studi di variazione genetica con l’analisi di circa 6.000 crani provenienti da collezioni di tutto il mondo, i ricercatori hanno rilevato che la diversità genetica è maggiore quanto più le popolazioni sono lontane dall’Africa.


Per rendere più omogeneo il campione, gli antropologi hanno  escluso i reperti vecchi più di 2.000. Per l’analisi, hanno preso in considerazione 37 caratteristiche morfometriche dei crani incrociando i dati sui cambiamenti climatici - temperatura massima e minima e media annuale delle precipitazioni - che hanno interessato le aree geografiche e che hanno implicato una selezione naturale. A questo punto, i ricercatori hanno creato una mappa di distribuzione mostrando come la perdita in diversità genetica si è tradotta in una perdita di variabilità nel fenotipo. Dall’analisi della distribuzione delle popolazioni, è emerso che la regione di origine di Homo sapiens corrisponde all’Africa centrale sub-sahariana, escludendo la parte più a sud.


Applicando lo stesso metodo per giustificare l’origine multipla, i ricercatori non hanno trovato altrettante evidenze. Tuttavia, non è stato possibile stabilire se si sia trattato di un solo esodo o di successive ondate. “Né i dati genetici né quelli fenotipici a nostra disposizione sono abbastanza consistenti per valutare questo aspetto così nel dettaglio”, si legge nell’articolo pubblicato su Nature.

 

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