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PALEONTOLOGIA
L’evoluzione da Homo erectus è avvenuta nell’area sub-sahariana. Antropologi britannici lo dimostrano in uno studio pubblicato su Nature
Nuove
prove a favore dell’origine africana dell’umanità, la tesi più diffusa tra gli
studiosi alla quale però si contrappone l’ipotesi che l’evoluzione da Homo
erectus a Homo sapiens abbia interessato diverse popolazioni in varie parti del
pianeta. Ora, in un articolo pubblicato su Nature, Andrea Manica e il suo gruppo
di ricercatori dell’università di Cambridge forniscono prove a favore della più
accreditata teoria, secondo la quale Homo sapiens si sarebbe evoluto in Africa e
da lì si sarebbe poi diffuso negli altri continenti, dando origine alla attuale
popolazione umana. Combinando studi di variazione genetica con l’analisi di
circa 6.000 crani provenienti da collezioni di tutto il mondo, i ricercatori
hanno rilevato che la diversità genetica è maggiore quanto più le popolazioni
sono lontane dall’Africa.
Per rendere più omogeneo il campione, gli antropologi hanno escluso i reperti
vecchi più di 2.000. Per l’analisi, hanno preso in considerazione 37
caratteristiche morfometriche dei crani incrociando i dati sui cambiamenti
climatici - temperatura massima e minima e media annuale delle precipitazioni -
che hanno interessato le aree geografiche e che hanno implicato una selezione
naturale. A questo punto, i ricercatori hanno creato una mappa di distribuzione
mostrando come la perdita in diversità genetica si è tradotta in una perdita di
variabilità nel fenotipo. Dall’analisi della distribuzione delle popolazioni, è
emerso che la regione di origine di Homo sapiens corrisponde all’Africa centrale
sub-sahariana, escludendo la parte più a sud.
Applicando lo stesso metodo per giustificare l’origine multipla, i ricercatori
non hanno trovato altrettante evidenze. Tuttavia, non è stato possibile
stabilire se si sia trattato di un solo esodo o di successive ondate. “Né i dati
genetici né quelli fenotipici a nostra disposizione sono abbastanza consistenti
per valutare questo aspetto così nel dettaglio”, si legge nell’articolo
pubblicato su Nature.