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Data: 12.03.08
"L'IRA DEL DIO DEL MARE": LO TSUNAMI
PROVOCATO DALL'ETNA 8000 ANNI FA E LA CITTA' SOMMERSA DI ATLIT-YAM
di Ignazio Burgio.
Come accertato dalle ricerche
effettuate dall'INGV di Pisa, intorno al 6000 a. C. il fianco orientale
dell'Etna crollò in mare e provocò uno tsunami così potente da devastare non
solo la Sicilia e l'Italia Meridionale ma tutto il Mediterraneo Orientale.
Secondo quanto ritengono gli studiosi, esso fu anche responsabile
dell'abbandono dei primi insediamenti urbani sulle coste mediorientali, tra
cui la città di Atlit-Yam, nel nord di Israele, le cui rovine sommerse
giacciono ad alcune centinaia di metri dalla costa. Ma secondo quanto stanno
appurando geofisici e vulcanologi, la catastrofe etnea di 8000 anni fa
potrebbe ripetersi di nuovo (speriamo in un futuro lontano), come indicato
dal lento "slittamento" verso il Mar Jonio della parete est del vulcano,
sotto la spinta della Faglia Pernicana.
Nel suo suggestivo volume “Misteri antichi” (edito in Italia nel 1999
dall'Editore Marco Tropea) lo scrittore inglese Michael Baigent
tratta, fra gli altri argomenti, anche degli enigmi posti dalle rovine
dell'antico insediamento di Catal-Huyuk, nell'odierna Turchia, ad una
cinquantina di chilometri dalla città di Konya. Gli scavi e gli studi
condotti da James Mellaart, il suo scopritore, nella prima metà degli
anni '60 l'hanno riconosciuta come una delle più antiche città del mondo,
risalente perlomeno al VII millennio a. C. insieme ai resti di altri due
insediamenti urbani mediorientali, Giarmo nel Curdistan iracheno e la
vecchia Gerico, in Palestina. Tutte e tre queste località presentano
come caratteristica comune un sistema socio-economico basato sulle prime
forme di agricoltura e di allevamento. Rispetto alle altre due tuttavia,
Catal-Huyuk si distingue, sin nei suoi strati più antichi, per il livello
avanzato della sua civiltà e per l'alta qualità dei suoi manufatti: “Qui
furono trovate le testimonianze di un'abilità tecnica mai raggiunta prima;
centinaia di coltelli, pugnali, punte di freccia e di lancia in selce e in
ossidiana, la cui lavorazione tocca livelli di perfezione unici e
straordinari, che superano di gran lunga quelli raggiunti nel Vicino Oriente
nello stesso periodo...Furono trovati anche specchi di ossidiana
perfettamente levigati, perline forate con estrema maestria, gioielli e
tessuti di altissima qualità, tappeti, che testimoniano uno standard di vita
elevato. Gli abitanti non usavano vasellame, ma cestini e oggetti in legno,
la cui lavorazione perfetta e sofisticata non ha uguali in altri
insediamenti dello stesso periodo... (M. Baigent, Misteri antichi, op. cit.
p. 156). Eppure questa città sembra fiorita come all'improvviso nel VII
millennio a. C., col suo grado di civiltà già alto, già in possesso di tutte
quelle conoscenze agricole, tecniche e religiose che avrebbe poi diffuso ad
oriente, verso i bassopiani mesopotamici, e verso occidente, in Europa e nel
resto del Mediterraneo. Un'antica “civiltà-madre”, insomma, fondata non si
sa da chi, ed in possesso di raffinate conoscenze tecniche e culturali di
cui ugualmente si ignora la provenienza.
Il medesimo Baigent, tuttavia ipotizza che a fondare Catal-Huyuk siano stati
gli abitanti di altre città ancora più antiche, ubicate lungo la costa
meridionale dell'Anatolia, costretti ad abbandonare i loro insediamenti a
causa dell'innalzamento del livello del mare. Spinti dalle mareggiate sempre
più catastrofiche e dalle alluvioni provocate dall'ingrossamento dei fiumi,
in piena fase di scioglimento dei ghiacci alla fine dell'ultima era
glaciale, le popolazioni si sarebbero rifugiate sempre più nell'interno
portando con sè le loro conoscenze, la loro cultura e la propria
organizzazione socio-economica. In tal modo sarebbe stata fondata di punto
in bianco Catal-Huyuk, città già alla nascita più che evoluta e progredita
rispetto ai pochi altri insediamenti dell'epoca.
In realtà scavi più recenti compiuti negli anni '90 hanno permesso di
scoprire che questa città è più antica di almeno 1000 anni rispetto a quanto
trovato da Mellart, anche se resta confermato il fatto che proprio a partire
all'incirca dal 6500 a. C. si sia improvvisamente sviluppata sotto tutti i
punti di vista: demografico, urbanistico, artistico, religioso, ecc., come
in conseguenza di apporti dall'esterno. Sostanzialmente tuttavia, sembra
proprio che il discusso autore del “Santo Graal” perlomeno questa volta ci
abbia visto giusto, poichè mentre consegnava alle stampe questa possibile
ricostruzione delle origini della civiltà umana, sui fondali del mare
prospicente le coste palestinesi gli archeologi israeliani avevano già
trovato da alcuni anni le prove dell'esistenza di insediamenti umani
sommersi dalle acque durante la fine dell'ultima era glaciale.
Atlit-Yam è una località costiera vicino l'odierna città di Haifa nel
nord dello stato di Israele, ai piedi del famoso Monte Carmelo che in
età cristiana diede origine al culto dell'omonima Madonna. Ad una distanza
tra i 200 e i 400 metri al largo dalla costa, ad una profondità di una
decina di metri sotto il livello del mare, gli archeologi subacquei
israeliani, coordinati da Ehud Galili, sovrintendente alle antichità
israeliane, hanno scoperto sin dal 1984 i resti di un insediamento umano che
8000 anni fa doveva trovarsi in superficie. Vicino ai ruderi di costruzioni
in pietra edificate dalla mano dell'uomo (gli esempi più antichi al mondo
fino ad ora accertati) gli studiosi hanno recuperato utensili in pietra e in
osso, ami da pesca, resti alimentari di lische di pesce e ossa di animali
sia selvatici che in via di addomesticamento, come pecore, capre e maiali,
ma anche cani. E naturalmente molte varietà di semi vegetali, a cominciare
dai cereali – grano, orzo – che certamente dovevano essere già coltivati,
insieme a lenticchie, uva selvatica e lino. Il rinvenimento in quel sito
anche di 65 scheletri regolarmente sepolti secondo precise usanze funebri,
sia sotto i resti delle abitazioni (come nella vicina città di Gerico, ma
anche a Catal Huyuk) come anche all'esterno, testimonia oltre che della
presenza di una sofisticata cultura religiosa anche della consistenza
numerica degli abitanti di quell'insediamento e della loro relativa
prosperità.
Un elemento tuttavia ha attirato l'attenzione degli archeologi. I resti di
una grande quantità di pesce non consumato dagli abitanti era ancora
conservato in buon ordine, forse come scorta per usi propri o anche a scopo
di scambi commerciali. Da ciò gli archeologi hanno tratto la conclusione che
il villaggio fu abbandonato in maniera improvvisa e la popolazione si diede
alla fuga senza neppure avere il tempo di portare con sè del cibo. La
conclusione più logica fino ad alcuni anni fa sembrava dunque dare ragione
all'ipotesi di Michael Baigent dal momento che proprio una rovinosa
mareggiata, presumibilmente intorno al 6500 a. C. , pareva il fattore più
probabile del definitivo abbandono del villaggio, da parte dei suoi
abitanti, all'inesorabile avanzata del mare.
La presenza delle rovine sommerse di Atlit-Yam sembra insomma dimostrare che
dovevano esistere molti insediamenti urbani simili lungo le coste
(sicuramente ancora da scoprire) che una volta minacciati dalla risalita del
livello del mare vennero abbandonati dai loro abitanti, in maniera più o
meno precipitosa. Questi si sarebbero quindi rifugiati nelle zone interne e
sulle alture per poi fondare o stabilirsi in centri come Gerico e
Catal-Huyuk, portandovi le loro conoscenze e le loro tradizioni (come l'uso
di seppellire i propri defunti sotto il pavimento della propria casa). Il
ricordo dell'aggressione del mare sarebbe tuttavia rimasto indelebile presso
quelle popolazioni, come una paura ancestrale, e questo potrebbe spiegare
anche certe peculiarità architettoniche dell'antica città anatolica, come le
caratteristiche case con l'ingresso dal soffitto (forse costruite per
difendersi da un'improvvisa irruzione delle acque).
Ma da poco più di un anno a questa parte, dal dicembre del 2006 per la
precisione, a conclusione di uno studio dell'Istituto Nazionale di
Geofisica e Vulcanologia (INGV) della sezione di Pisa, gli archeologi
hanno puntualizzato meglio la ricostruzione di quegli eventi antichi, fino
ad arrivare a conclusioni ancora più sconcertanti, che fino a qualche tempo
fa solo i tanto deprecati ricercatori indipendenti – come Baigent e colleghi
- avrebbero osato fare. L'abbandono di Atlit-Yam e di eventuali altri
insediamenti simili sarebbe stato provocato sì dal mare, ma non tanto
dall'effetto del disgelo dei ghiacci, bensì da un evento ancora più
catastrofico, ovvero un enorme tsunami scatenato dal crollo di una parte
dell'Etna in quello che è l'odierno Mar Jonio.
Il versante orientale dell'Etna attualmente è percorso da una profonda
depressione nota come Valle del Bove, una zona disabitata e priva di
vegetazione che più volte nella storia delle eruzioni ha raccolto i flussi
lavici fino al loro naturale esaurimento, impedendo così che giungessero
alle zone abitate più a valle. Fino alla prima metà dell'Ottocento, quando
la vulcanologia era ancora una scienza in fasce, molti naturalisti europei
discussero sulla genesi di questa conca, ed alcuni, come il tedesco Leopold
von Buch, ne ipotizzarono l'origine da un sollevamento del cono vulcanico.
Fu l'illustre scienziato catanese Carlo Gemmellaro (1787-1866) a
fornire negli stessi anni la spiegazione corretta, ossia che la Valle del
Bove è stata generata dal crollo di un lato del cono dell'Etna. I materiali
residui di questo immane collasso sono ancora visibili alle pendici del
vulcano, in un deposito di detriti geologici denominato Chiancone,
nei pressi dell'attuale abitato di Riposto (Ct) sulla costa ionica.
Gli studi attuali condotti dal Prof. Enzo Boschi, presidente dell'INGV,
e dai geofisici Maria Teresa Pareschi e Massimiliano Favalli,
hanno stabilito che la quantità di materiale vulcanico coinvolto nel crollo
fu dell'ordine di 35 chilometri cubici e che esso, proprio intorno al 6000
a. C. , raggiunse il mare diffondendosi sui fondali fino ad una distanza di
20 km dalla costa, come dimostrato dalle analisi sottomarine. La cosa più
impressionante tuttavia fu che la grande quantità di materiale finito in
acqua provocò un abnorme tsunami con onde alte più di 40 metri,
probabilmente il più grande sommovimento marino mai verificatosi nel corso
della storia umana. Tramite una simulazione al computer ed il confronto con
lo stato attuale dei sedimenti marini sul fondo del Mediterraneo, i
ricercatori dell'INGV di Pisa hanno ricostruito nei minimi dettagli, minuto
per minuto, l'andamento della catastrofica muraglia d' acqua. Pochi minuti
dopo il loro formarsi, le onde giganti si abbatterono sulle coste della
Sicilia Orientale senza riuscire a passare più di tanto nel Tirreno grazie
allo sbarramento dello Stretto di Messina. Poi dopo un quarto d'ora
cominciarono a sommergere tutta la riviera ionica della Calabria e della
Puglia, per poi abbattersi sull'Albania dove arrivarono all'incirca un'ora
dopo il crollo dell'Etna. Le mega-onde dirette ad est raggiunsero invece la
Grecia un paio di ore dopo ed alquanto ridotte in altezza, 10-15 metri, ma
ugualmente devastanti. Poi fu la volta della costa nordafricana: Tunisia,
Libia ed Egitto vennero raggiunte dopo tre ore dalle onde dirette a sud, con
un'altezza di 8-13 metri. Infine dopo altre tre-quattro ore lo tsunami
raggiunse le coste del Mediterraneo Orientale dalle sponde della Turchia
Meridionale fino a quelle cipriote, siriane, libanesi ed israeliane,
cogliendo così di sorpresa anche gli ignari abitanti di Atlit-Yam. L'altezza
delle onde si era ridotta ad un decimo rispetto a quelle immediatamente
provocate dall'Etna assumendo così le dimensioni e l'intensità, per fare un
paragone, di quelle abbattutesi in Indonesia alla fine del 2004: sufficienti
tuttavia per devastare, mietere vittime e convincere i terrorizzati
superstiti a decidere di allontanarsi definitivamente dall'”ira del dio del
mare” per fondare nuove e più sicure città sugli altopiani delle regioni
interne.
Ma l'equipe di ricercatori dell'INGV di Pisa analizzando i fondali del
Mediterraneo orientale ha inoltre scoperto qualcos'altro che potrebbe
rivelarsi alquanto inquietante. Al di sotto dei sedimenti smossi dallo
tsunami del 6000 a. C. ne sono presenti altri, frutto di precedenti crolli
sempre della parete orientale dell'Etna in epoche ancora più remote. Il
fenomeno risulta particolarmente visibile sui fondali del Golfo della Sirte,
il mare antistante la Libia, che a causa della particolare conformazione
geografica “a lente” ha amplificato l'azione perturbatrice delle onde
giganti sul fondo del mare. Dunque questi eventi distruttivi potrebbero
presentare una periodica ricorrenza nel corso dei millenni, ed il nostro
vulcano potrebbe ancora collassare in futuro provocando un altro gigantesco
tsunami nelle acque del Mar Jonio. Un segnale premonitore di ciò, anche
secondo i ricercatori dell'Istituto di Vulcanologia di Catania,
sarebbe costituito dal lento ma progressivo slittamento (dell'ordine di
1-2,7 cm. all'anno) della Faglia Pernicana, una frattura geologica
che attraversa il cono dell'Etna lungo il versante nord-orientale, fino ad
arrivare alla costa nei pressi dell'abitato di Fiumefreddo (vicino al
già citato Chiancone di Riposto). Secondo le ricerche e le misurazioni degli
stessi vulcanologi con strumentazioni geodetiche e GPS, questa faglia,
sottoposta alle pressioni del magma all'interno dell'Etna, in questi ultimi
anni avrebbe accelerato il naturale spostamento verso il mare di una parte
del fianco orientale del vulcano. In particolare in occasione dell'eruzione
del novembre 2002 si è assistito anche a spostamenti dell'ordine di 1-2
centimetri al giorno, con frane e aperture di crepe sul terreno e
sulle superfici stradali. Lo smottamento della Faglia Pernicana – alla quale
tra l'altro si devono gli eventi sismici del 2002 nella zona di Fiumefreddo
– è complicato tra l'altro anche dalla particolare morfologia interna
dell'Etna, composta oltre che da materiali vulcanici anche da antichissimi
strati argillosi sui quali i due margini che compongono la faglia scivolano
con tempi e intensità differente (più veloce quella che si prolunga fin
sotto il Mar Jonio) (cfr. in Bibliografia gli articoli di: Obrizzo ed altri,
Neri ed altri, Criscenti, Azzaro ed altri).
Può essere di un certo conforto comunque sapere che la scoperta dell'antico
tsunami che devastò il Mediterraneo attorno al 6000 a. C. è stato il frutto
di un progetto finanziato dalla Protezione Civile, dopo il maremoto
indonesiano del 2004, per valutare il rischio di simili pericoli anche nel
Mediterraneo. Si rende necessario dunque continuare a mantenere strettamente
monitorato il nostro caro vulcano, senza far mancare i necessari
finanziamenti all'INGV ed agli altri enti competenti (in questi ultimi anni
limitati dai tagli alle risorse), e se la cosa in futuro si renderà proprio
necessaria, intervenire per salvare non solo Catania e la Sicilia, ma
l'intero Mediterraneo Orientale (anche a costo di spianare l'Etna con le
ruspe... ).
Bibliografia.
Baigent, M. - Misteri antichi – Marco Tropea Editore, 1999 Milano.
Catal Huyuk – voce della “Wikipedia free encyclopedia” (versione inglese).
AA.VV. - Catal-Huyuk – in:
www.terracruda.com
Dan, C. - La nascita della città. Un esempio significativo: Gerico – in:
L'uomo e il tempo, Mondadori, Verona, 1974.
Israel Antiquities Authority – The pre-pottery neolithic site of Atlit-Yam -
in: www.antiquities.org.il (underwater
archaeology).
M. T. Pareschi, E. Boschi, M. Favalli, F. Mazzarini – Lo tsunami dimenticato
– in:
www.pi.ingv.it/Focus/tsunami.html (contiene anche il video della
simulazione al computer ).
Pareschi, M. T., E. Boschi, F. Mazzarini, and M. Favalli (2006) - Large
submarine landslides offshore Mt. Etna, Geophysical Research Letters, 33 –
in:
http://www.agu.org/pubs/crossref/2006/2006GL026064.shtml
F. Obrizzo, F. Pingue, C. Troise, and G. De Natale - Ground displacements
across the Pernicana Fault (Mt. Etna, Italy): a tectonic structure linked to
volcanic activity - Osservatorio Vesuviano-INGV, Naples, Italy - Geophysical
Research Abstracts, Vol. 5, 11838, 2003 - in:
www.cosis.net/abstracts/EAE03/11838/EAE03-J-11838.pdf
M. Neri, V. Acocella, B. Behnke - The role of the Pernicana Fault System in
the spreading of Mt. Etna (Italy) during the 2002-2003 eruption. - INGV sez.
di Catania – in: www.earth-prints.org
Criscenti, G. - Il termometro dell'Etna – in:
www.galileonet.it/default
Azzaro, R., Puglisi, G., Mattia, M. - La frana di Presa (Piedimonte Etneo:
origine e monitoraggio del fenomeno) – INGV sez. di Catania, in:
www.ct.ingv.it/report/Smmacro20021107.pdf (Contiene una documentazione,
anche fotografica, dei movimenti della Faglia Pernicana).
Pepe T. - Full costing – in:
INGVnewsletter, gennaio 2007, n. 4 (sulle limitate risorse finanziarie
dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia).
Nota. Le foto subacquee di Atlit-Yam sono state gentilmente concesse, per
questo articolo e per questo sito web, dalla Sovrintendenza per le Antichità
Israeliane (the underwater photos of Atlit-Yam were courtesy grant, for this
article and this site, from the Israel Antiquities Authority) -
www.antiquities.org.il -. Le
altre immagini sono tratte dall'enciclopedia libera www.wikipedia.org
Per gentile concessione
dell'Autore Ignazio Burgio
Tratto da :
www.cataniacultura.com
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