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Italia
Data: 12.03.08
Nel suo suggestivo volume “Misteri antichi” (edito in Italia nel 1999
dall'Editore Marco Tropea) lo scrittore inglese Michael Baigent
tratta, fra gli altri argomenti, anche degli enigmi posti dalle rovine
dell'antico insediamento di Catal-Huyuk, nell'odierna Turchia, ad una
cinquantina di chilometri dalla città di Konya. Gli scavi e gli studi
condotti da James Mellaart, il suo scopritore, nella prima metà degli
anni '60 l'hanno riconosciuta come una delle più antiche città del mondo,
risalente perlomeno al VII millennio a. C. insieme ai resti di altri due
insediamenti urbani mediorientali, Giarmo nel Curdistan iracheno e la
vecchia Gerico, in Palestina. Tutte e tre queste località presentano
come caratteristica comune un sistema socio-economico basato sulle prime
forme di agricoltura e di allevamento. Rispetto alle altre due tuttavia,
Catal-Huyuk si distingue, sin nei suoi strati più antichi, per il livello
avanzato della sua civiltà e per l'alta qualità dei suoi manufatti: “Qui
furono trovate le testimonianze di un'abilità tecnica mai raggiunta prima;
centinaia di coltelli, pugnali, punte di freccia e di lancia in selce e in
ossidiana, la cui lavorazione tocca livelli di perfezione unici e
straordinari, che superano di gran lunga quelli raggiunti nel Vicino Oriente
nello stesso periodo...Furono trovati anche specchi di ossidiana
perfettamente levigati, perline forate con estrema maestria, gioielli e
tessuti di altissima qualità, tappeti, che testimoniano uno standard di vita
elevato. Gli abitanti non usavano vasellame, ma cestini e oggetti in legno,
la cui lavorazione perfetta e sofisticata non ha uguali in altri
insediamenti dello stesso periodo... (M. Baigent, Misteri antichi, op. cit.
p. 156). Eppure questa città sembra fiorita come all'improvviso nel VII
millennio a. C., col suo grado di civiltà già alto, già in possesso di tutte
quelle conoscenze agricole, tecniche e religiose che avrebbe poi diffuso ad
oriente, verso i bassopiani mesopotamici, e verso occidente, in Europa e nel
resto del Mediterraneo. Un'antica “civiltà-madre”, insomma, fondata non si
sa da chi, ed in possesso di raffinate conoscenze tecniche e culturali di
cui ugualmente si ignora la provenienza.
Atlit-Yam è una località costiera vicino l'odierna città di Haifa nel
nord dello stato di Israele, ai piedi del famoso Monte Carmelo che in
età cristiana diede origine al culto dell'omonima Madonna. Ad una distanza
tra i 200 e i 400 metri al largo dalla costa, ad una profondità di una
decina di metri sotto il livello del mare, gli archeologi subacquei
israeliani, coordinati da Ehud Galili, sovrintendente alle antichità
israeliane, hanno scoperto sin dal 1984 i resti di un insediamento umano che
8000 anni fa doveva trovarsi in superficie. Vicino ai ruderi di costruzioni
in pietra edificate dalla mano dell'uomo (gli esempi più antichi al mondo
fino ad ora accertati) gli studiosi hanno recuperato utensili in pietra e in
osso, ami da pesca, resti alimentari di lische di pesce e ossa di animali
sia selvatici che in via di addomesticamento, come pecore, capre e maiali,
ma anche cani. E naturalmente molte varietà di semi vegetali, a cominciare
dai cereali – grano, orzo – che certamente dovevano essere già coltivati,
insieme a lenticchie, uva selvatica e lino. Il rinvenimento in quel sito
anche di 65 scheletri regolarmente sepolti secondo precise usanze funebri,
sia sotto i resti delle abitazioni (come nella vicina città di Gerico, ma
anche a Catal Huyuk) come anche all'esterno, testimonia oltre che della
presenza di una sofisticata cultura religiosa anche della consistenza
numerica degli abitanti di quell'insediamento e della loro relativa
prosperità.
Ma l'equipe di ricercatori dell'INGV di Pisa analizzando i fondali del
Mediterraneo orientale ha inoltre scoperto qualcos'altro che potrebbe
rivelarsi alquanto inquietante. Al di sotto dei sedimenti smossi dallo
tsunami del 6000 a. C. ne sono presenti altri, frutto di precedenti crolli
sempre della parete orientale dell'Etna in epoche ancora più remote. Il
fenomeno risulta particolarmente visibile sui fondali del Golfo della Sirte,
il mare antistante la Libia, che a causa della particolare conformazione
geografica “a lente” ha amplificato l'azione perturbatrice delle onde
giganti sul fondo del mare. Dunque questi eventi distruttivi potrebbero
presentare una periodica ricorrenza nel corso dei millenni, ed il nostro
vulcano potrebbe ancora collassare in futuro provocando un altro gigantesco
tsunami nelle acque del Mar Jonio. Un segnale premonitore di ciò, anche
secondo i ricercatori dell'Istituto di Vulcanologia di Catania,
sarebbe costituito dal lento ma progressivo slittamento (dell'ordine di
1-2,7 cm. all'anno) della Faglia Pernicana, una frattura geologica
che attraversa il cono dell'Etna lungo il versante nord-orientale, fino ad
arrivare alla costa nei pressi dell'abitato di Fiumefreddo (vicino al
già citato Chiancone di Riposto). Secondo le ricerche e le misurazioni degli
stessi vulcanologi con strumentazioni geodetiche e GPS, questa faglia,
sottoposta alle pressioni del magma all'interno dell'Etna, in questi ultimi
anni avrebbe accelerato il naturale spostamento verso il mare di una parte
del fianco orientale del vulcano. In particolare in occasione dell'eruzione
del novembre 2002 si è assistito anche a spostamenti dell'ordine di 1-2
centimetri al giorno, con frane e aperture di crepe sul terreno e
sulle superfici stradali. Lo smottamento della Faglia Pernicana – alla quale
tra l'altro si devono gli eventi sismici del 2002 nella zona di Fiumefreddo
– è complicato tra l'altro anche dalla particolare morfologia interna
dell'Etna, composta oltre che da materiali vulcanici anche da antichissimi
strati argillosi sui quali i due margini che compongono la faglia scivolano
con tempi e intensità differente (più veloce quella che si prolunga fin
sotto il Mar Jonio) (cfr. in Bibliografia gli articoli di: Obrizzo ed altri,
Neri ed altri, Criscenti, Azzaro ed altri).
Per gentile concessione dell'Autore Ignazio Burgio
Tratto da : www.cataniacultura.com