Gesù
figlio di chi? L'archeologo James D. Tabor ne trova il padre
di Giorgio Battocchio
Se fa tanto scalpore il documentario di
James Cameron sulla presunta tomba di Gesù; cosa si dovrebbe
dire dell’archeologo James D.Tabor (foto) docente presso il
Dipartimento di Studi Religiosi della North Carolina
University, che ne ha scoperto il Padre!
Ecco liberamente tratti dei stralci del libro di James D,
Tabor “La dinastia di Gesù"
“Lavorare su un’ipotesi non ha mai
costituito una infrazione teologica" affermazione di uno
dei più illuminati custodi e garanti della fede, il
cardinale Bellarmino, in difesa, contro il Santo Uffizio,
dell’ipotesi eliocentrica di Galileo
Tutti i cattolici conoscono la figura di Gesù
e la sua discendenza Divina, è pilastro del Cristianesimo, è
dogma, nessuno si permette di metterlo in dubbio.
Ma noi siamo poco più di un miliardo di persone, gli altri,
gli altri cosa pensano?
Senza andare troppo lontano, pensiamo gli Ebrei, i nostri
teologicamente fratelli maggiori; cosa dicono?
Si perchè Gesù è nato ebreo è vissuto da ebreo ed è morto da
ebreo, cosa pensano loro di questo?
Secondo una storia ebrea molto diffusa, Gesù era il figlio
illegittimo di un soldato romano denominato Pantera o
Panthera. Ma il nome era insolito e si liquidava come frutto
d’immaginazione.
È interessante notare che un filosofo greco che si chiamava
Celsus (da non essere confuso con Aulus Cornelius Celsus, il
medico romano che ha scritto l'enciclopedia medica De
Medicina), scrive intorno al 178 (durante il regno
dell'imperatore romano Marcus Aurelius), un trattato contro
i cristiani denominato Alethès Lógos e sostiene che
il padre di Gesù di Nazaraeth era in effetti un soldato
romano chiamato Pantera. Celsus, criticava il Cristianesimo
come minaccia e pericolo della società romana.
Nessuno degli scritti originali del Celsus sono
sopravvissuto intatti, i seguenti passaggi da Alethès Lógos
sono citati dal teologo cristiano Origene del terzo secolo
nel suo lavoro del otto volume “Contra Celsum" o
Katà Kélsou allo scopo di confutare le idee di Celsus.
Una copia di Alethès Lógos era stata trovata da Ambrosius ed
era stata trasmessa al suo amico Origene con una richiesta
di confutarla.
“T'inventasti la nascita da una vergine: in realtà tu sei
originario da un villaggio della Giudea e figlio di una
donna di quel villaggio, che viveva in povertà filando a
giornata. Inoltre costei, convinta di adulterio, fu
scacciata dallo sposo, falegname di mestiere. Ripudiata dal
marito e vergognosamente randagia, essa ti generò quale
figlio furtivo. Spinto dalla povertà andasti a lavorare a
mercede in Egitto, dove venisti a conoscenza di certe
facoltà per le quali gli egiziani vanno famosi. Quindi
ritornasti, orgoglioso di quelle facoltà e grazie ad esse ti
proclamasti Dio. Tua madre, dunque, fu scacciata dal
falegname, che l'aveva chiesta in moglie, perché convinta di
adulterio e fu resa incinta da un soldato di nome Pantera.
Ma l'invenzione della nascita da una vergine e' simile alle
favole di Danae, di Melanippe, di Auge e di Antiope. Ma era
forse una bella donna tua madre e, appunto perché bella, a
lei si unì Dio, che pur non e' naturalmente portato ad amare
un corpo corruttibile? Non sarebbe stato neppure verosimile
che Dio si fosse innamorato di lei. Ella non era donna di
condizione ricca o regale, dal momento che nessuno la
conosceva, nemmeno i vicini, e, una volta venuta in odio al
falegname e ripudiata, non la salvò né la divina provvidenza
ne' il Verbo della Persuasione. Tutto questo, dunque, non ha
nulla a che vedere col regno di Dio."
Iniziamo anche ad analizziamo la genealogia ufficiale di
Gesù,
anzi le genealogie visto che sono due e anche diverse:
La genealogia di Matteo e quella di Luca
Genealogia Secondo Matteo
[1]Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di
Abramo.
[2]Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe
generò Giuda e i suoi fratelli,
[3]Giuda generò Fares e Zara da
Tamar, Fares generò Esròm, Esròm generò Aram,
[4]Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn
generò Salmòn,
[5]Salmòn generò Booz da Racab,
Booz generò Obed da Rut,
Obed generò Iesse,
[6]Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomone da quella che era stata la
moglie di Urìa,
[7]Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò
Asàf,
[8]Asàf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò
Ozia,
[9]Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Acaz, Acaz generò
Ezechia,
[10]Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò
Giosia,
[11]Giosia generò Ieconia
e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
[12]Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò
Salatiel, Salatiel generò Zorobabèle,
[13]Zorobabèle generò Abiùd, Abiùd generò Elìacim, Elìacim
generò Azor,
[14]Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò
Eliùd,
[15]Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan
generò Giacobbe,
[16]Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale
è nato Gesù chiamato Cristo.
[17]La somma di tutte le generazioni, da Abramo a Davide, è
così di quattordici; da Davide fino alla deportazione in
Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione in
Babilonia a Cristo è, infine, di quattordici.
La genealogia di Matteo parte da Abramo ed arriva fino a
Giuseppe sposo di Maria, ma in essa vi è un particolare
unico a inaspettato. Tutti gli alberi genealogici del tempo
erano basati unicamente sulla discendenza maschile. Era il
padre a dare il nome alla casata: anche oggi non si fa
diversamente, in particolare nelle famiglie reali. Ma
nell’elenco di Matteo troviamo citate quattro donne, questo
è un fatto del tutto nuovo, fuori dalle regole e usanze del
tempo.
“Giuda generò Fares e Zara da Tamar"
“Salmòn generò Booz da Racab"
“Booz generò Obed da Rut"
“Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie
di Urìa"
Tamar, Racab, Rut sono nomi di donna. Della moglie adultera
di Urìa, Matteo ne censura perfino il nome.
Ma il particolare ancora più sorprendente è che ognuna di
queste donne era una straniera, citata nell' Antico
Testamento per la sua scandalosa reputazione sessuale.
Tamar (Tamara) era una vedova che nel disperato
desiderio di avere un figlio si era fatta mettere incinta
ricorrendo a uno stratagemma. Aveva finto di essere una
prostituta da strada e aveva sedotto il proprio suocero.
Racab (o Raab) è stata indicata come taverniera o
"meretrice".
Rut era una moabita, condizione assai riprovevole
agli occhi degli ebrei, tanto che era loro vietato qualsiasi
rapporto con donne di quella nazione
per la loro fama di pericolose tentatrici. Ma Booz fu
indotto a infrangere il divieto con un inganno: Rut lo
ubriacò e poi si infilò nel suo letto, costringendolo a
sposarla.
La moglie di Uria, il nome della quale non viene
nemmeno citato da Matteo, è la scostumata Betsabea,
della quale Davide si era perdutamente invaghito, vedendola
dalla terrazza della reggia, mentre, tutta sola nella sua
casa, si metteva in mostra denudandosi per il bagno.
David per averla in modo legale, pensò bene di spedirne il
marito Uria a combattere gli Ammoniti e ordinò che fosse
messo in prima fila, e naturalmente Urìa fu ucciso.
Così Davide ebbe via libera e la donna rimase incinta,
mescolando il lui la gloria al disonore. Tuttavia Matteo,
anche senza fame il nome, la inserisce nella venerata stirpe
reale di Davide.
Anzi, è lei che la apre, dando alla luce Salomone.Qui
siamo di fronte a qualcosa di molto importante.
L'evangelista ha voluto devastare il modo usuale di
riportare gli alberi genealogici, che si limitava alla sola
linea maschile, per infilarci un riferimento a donne e solo
a quelle che gli ebrei conoscevano benissimo per la loro
pessima fama, donne che la Bibbia cita per la loro attività
sessuale, che suscitavano scandalo, e che non si addicono
alla genealogia ufficiale di una casa reale e che
soprattutto non c'era alcun bisogno che Matteo le inserisse
nell' elenco.
Ma perché l’ha fatto?
Se l'ha fatto e che l'evangelista prepara il lettore a
quello che verrà:
Alla fine dell'elenco dei quaranta nomi, proprio all'ultimo,
il pilastro della parentela crolla “Giacobbe generò
Giuseppe, sposo di Maria dalla quale è nato Gesù, chiamato
il Cristo".
Per trentanove volte Matteo usa l'espressione “generò da":
una forma attiva con soggetto maschile. Alla quarantesima,
quando arriva a Giuseppe, usa lo stesso verbo, ma in forma
passiva, con un agente femminile: “dalla quale è stato
generato".
In questo modo una quinta donna viene introdotta nella
lista: Maria stessa. E bisogna evidenziarlo bene, perchè
questo è l'albero genealogico di Giuseppe, non di Maria.
Allora perchè viene inserito anche il nome di lei?
Sembra proprio che Matteo volesse mettere tacitamente in
guardia i lettori, troppo bigotti o troppo pronti a sputare
sentenze, dal saltare a
determinate conclusioni. Nella genealogia più venerata da
quella cultura, la stirpe reale dello stesso Davide, ci sono
storie
di immoralità sessuale che l'evangelista vuole che siano
accettate.
C'è un'altra caratteristica di questa stirpe di Giuseppe che
ha una importanza decisiva: sul ramo davidico di Giuseppe,
che pure aveva espresso tutti gli antichi sovrani di Giuda,
pesava la maledizione del profeta Geremia. Nel periodo che
precedette la distruzione di Gerusalemme da parte dei
babilonesi, nel 538 a.c., Geremia aveva alzato la sua
terribile voce di condanna su Ieconia, l'ultimo della stirpe
di Davide a regnare: “Registrate quest'uomo come uno senza
figli, un uomo che non ha successo nella sua vita, perché
nessuno della sua stirpe avrà la fortuna di sedere sul trono
di Davide ne di regnare ancora su Giuda» (Geremia 22, 30).
Era come se Geremia avesse dichiarato che il patto stretto
da Dio con Davide era stato annullato.
Giuseppe era un discendente in linea diretta da questo
disonorato Ieconia
Gesù, entrava nell'albero genealogico di Giuseppe come
figlio adottivo. Non era stato generato da Giuseppe, non
scorreva nelle sue vene il sangue del maledetto Ieconia.
Ma cosi cadeva la potenziale pretesa al trono davidico.
Si doveva dimostrare che egli fosse comunque stato erede
biologico di un altro ramo della stirpe davidica
Ma quanti erano i rami della famiglia di Davide? La
risposta ci viene dal vangelo di Luca.
Genealogia di Gesù secondo Luca
[23]Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa
trent'anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe,
figlio di Eli,
[24]figlio di Mattàt, figlio di Levi, figlio di Melchi,
figlio di Innài, figlio di Giuseppe,
[25]figlio di Mattatìa, figlio di Amos, figlio di Naum,
figlio di Esli, figlio di Naggài,
[26]figlio di Maat, figlio di Mattatìa, figlio di Semèin,
figlio di Iosek, figlio di Ioda,
[27]figlio di Ioanan, figlio di Resa, figlio di Zorobabèle,
figlio di Salatiel, figlio di Neri,
[28]figlio di Melchi, figlio di Addi, figlio di Cosam,
figlio di Elmadàm, figlio di Er,
[29]figlio di Gesù, figlio di Elièzer, figlio di Iorim,
figlio di Mattàt, figlio di Levi,
[30]figlio di Simeone, figlio di Giuda, figlio di Giuseppe,
figlio di Ionam, figlio di Eliacim,
[31]figlio di Melèa, figlio di Menna, figlio di Mattatà,
figlio di Natàm, figlio di Davide,
[32]figlio di Iesse, figlio di Obed, figlio di Booz, figlio
di Sala, figlio di Naàsson,
[33]figlio di Aminadàb, figlio di Admin, figlio di Arni,
figlio di Esrom, figlio di Fares, figlio di Giuda,
[34]figlio di Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo,
figlio di Tare, figlio di Nacor,
[35]figlio di Seruk, figlio di Ragau, figlio di Falek,
figlio di Eber, figlio di Sala,
[36]figlio di Cainam, figlio di Arfàcsad, figlio di Sem,
figlio di Noè, figlio di Lamech,
[37]figlio di Matusalemme, figlio di Enoch, figlio di Iaret,
figlio di Malleèl, figlio di Cainam,
[38]figlio di Enos, figlio di Set, figlio di Adamo, figlio
di Dio.
Luca fa una ricostruzione della stirpe di Davide che ci
offre la chiave mancante per capire come Gesù potesse
rivendicare la discendenza anche senza legami biologici con
il padre Giuseppe.
Matteo aveva cominciato con Abramo per finire con Giuseppe
e, invece, Luca procede a ritroso, comincia con Gesù e
finisce addirittura con Adamo. Invece dei quaranta nomi di
Matteo, ne fa settantatrè.
In questo elenco, ci sono alcuni elementi che colpiscono. Il
primo è la sorprendente attribuzione a Gesù di un nonno, che
per Luca è il padre di Giuseppe e che invece potrebbe essere
il padre di Maria. L'evangelista scrive: “Gesù, quando
incominciò il suo ministero, aveva circa trerit’anni ed era
figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli" (Luca
3, 23). Quello che salta subito agli occhi è l'inciso “come
si credeva". Luca ci sta dicendo due cose: che Giuseppe era
solo il padre legale di Gesù e che Gesù aveva un nonno di
nome Eli. Ma, secondo Matteo, il padre di Giuseppe si
chiamava Giacobbe. Chi era dunque questo Eli? Forse era il
padre legale di Giuseppe in base alla legge del levi rato,
l'istituzione sociale prevista dall'antico diritto ebraico,
secondo la quale la vedova senza figli veniva presa in sposa
dal fratello del defunto e gli eventuali figli erano
considerati figli del defunto. O forse era il padre di
Maria, che si chiamava Gioacchino. Eli infatti è una forma
breve del nome Eliakim, che è a sua volta una forma del nome
Gioacchino. Dato che le genealogie erano importantissime sia
per gli Ebrei che per i primi, è possibile che Luca abbia
avuto a disposizione uno di quei documenti e, poiché era
normale per lui attenersi alla consuetudine di includere
solo maschi nelle genealogie, abbia trovato quel nome di
Elia come nonno di Gesù e l'abbia ritenuto il padre di
Giuseppe.
Si parla poco dei nonni di Gesù ma, ovviamente, Gesù aveva
due nonni, uno da parte di Giuseppe e uno da parte di Maria.
Due nonni significano due alberi genealogici separati.
Quello che abbiamo in Luca (3,23-28) è quasi certamente
l'altro lato della famiglia di Gesù, delineato attraverso la
reale discendenza dalla madre Maria. E infatti l'elenco di
avi da lui registrato non corrisponde affatto a quella
registrata da Matteo.
Per il semplice motivo che è un altro elenco.
Le famiglie ebree erano piuttosto attente a mantenere la
memoria del loro albero genealogico: Ne erano fiere. A
maggior ragione dovevano comportarsi così anche i
discendenti della stirpe davidica. Giuseppe Flavio, lo
storico ebreo di quel periodo, traccia la propria genealogia
sacerdotale con palese orgoglio e menziona documenti
d'archivio che egli stesso ha consultato. Giulio Aficano,
uno scrittore giudeo-cristiano vissuto nel III secolo d.C.,
riferisce che, da quando Erode e i suoi successori avevano
cercato di distruggere le documentazioni genealogiche
pubbliche, le principali famiglie ebree avevano preso
l'abitudine di custodirle gelosamente in privato.
E Giuseppe Flavio rileva, in particolare, che era proprio
una caratteristica dei discendenti di Gesù conservare nella
clandestinità il loro albero genealogico. Dato che la
discendenza di Gesù da Davide era così importante per i
primi cristiani, è probabile che Luca abbia avuto a
disposizione uno di quei documenti.
La ricostruzione di Luca rivela una informazione importante.
Maria apparteneva come il suo sposo Giuseppe alla stirpe di
Davide, ma c'era una differenza decisiva, perché lei
discendeva da Davide non attraverso la stirpe maledetta che
da Salomone arrivava a Ieconia, ma attraverso la discendenza
di un altro dei figli di Davide e della sua prediletta
Betsabea, Natam, fratello di Salomone (Luca 3, 31).
Natam non salì mai sul trono del padre e di conseguenza la
sua genealogia rimase oscura. Lui è citato nell' elenco
biblico, i suoi discendenti no, a differenza di quelli di
Salomone.
Così secondo Luca, Gesù avrebbe potuto rivendicare la sua
discendenza da David per parte di madre. Non per adozione ma
per sangue.
Sefforis
la città misteriosa
Secondo la tradizione, Maria non era di Nazareth, era nata a
Sefforis, primogenita di una anziana coppia, Anna e
Gioacchino, intorno al 18 a.c. e solo in un secondo tempo si
era trasferita a Nazareth.
Sefforis è in quel periodo la capitale amministrativa della
Galilea, è a solo pochi chilometri da Nazaret, anzi è ben
visibile da Nazaret essendo situata su una collina, inoltre
vi era nata Maria, e lo stesso, non viene mai citata nei
Vangeli.
Pertanto andiamo a vedere cosa possiamo sapere della
Sefforis nel periodo romano.
Sefforis, chiamata con vari nomi a seconda del momento
storico (Autocratoris, Neronia, Eirenopolis, Diocaesarea,
Zippori, Saffurieh), era una grande città di epoca
romana-bizantina, situata al centro della Bassa Galilea,
cinque km a ovest di Nazareth.
Fu anche capitale
amministrativa della Galilea al tempo di Erode Antipa,
quindi negli anni in cui Gesù fanciullo cresceva a Nazareth.
Era abitata da una comunità di ebrei già al tempo di
Alessandro Janneo, verso il 100 a.C. Pochi anni dopo, nel
56-57 a.C. il proconsole di Siria, Gabinio, assegnava a
Sefforis la sede di un Sinedrio, vale a dire il consiglio
del governo interno alla comunità giudaica, e quindi
riconosceva il carattere giudaico della città. Negli anni
3-18 d.C. il Tetrarca di Galilea Erode Antipa la eleggeva a
sua capitale, prima di trasferirla alla nuova città di
Tiberiade. Verso l'anno 200 d.C. Rabbi Yuda Hannassi
completò la Mishnah residendo a Sefforis. Sefforis fu
abitata anche in epoca bizantina (4º-7º secolo d.C.) da una
fiorente comunità giudaica.
Le fonti rabbiniche ci informano
che a Sefforis esistevano 18 sinagoghe in epoca bizantina o
talmudica.
Ma la situazione diventa più interessate se analizziamo in
dettaglio il periodo a cavallo dell’anno zero.
Nel 63 a.C. le armate romane, sotto il comando di Pompeo, conquistano
la Palestina, nel 55 a.C. il governatore della Siria Gabino
fa di Sefforis la capitale regionale della Galilea. Nel 37
a.C., durante una tempesta di neve, Erode si impossessa
della città. Durante le rivolte che scoppiarono dopo la
morte di Erode nel 4 a.C. un uomo, conosciuto con il nome di
Giuda il GaliIeo, fa irruzione nel palazzo reale di Sefforis.
Lui e i suoi seguaci si impadroniscono delle armi che erano
accatastate lì e misero a ferro e a fuoco la Galilea. Sacche
di resistenza e focolai di rivolta si estesero in tutto il
Paese. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, che visse pochi
decenni dopo, scrisse che quei tempi erano così turbolenti
che “qualsiasi capo di una banda di ribelli poteva auto
proclamarsi re".
I romani reagirono con la consueta rapidità e con la loro
solita forza schiacciante: il governatore della Siria, il
vanitoso Publio Quintilio Varo, quello stesso che tredici
anni dopo avrebbe provocato, per la sua cieca imprudenza, la
sconfitta più decisiva della storia di Roma, trovando lui
stesso tragica morte nella foresta di Teutoburgo, guidò
dalla Siria le sue tre legioni per soffocare brutalmente
l'opposizione al dominio romano. Si riversò con ventimila
soldati dal Nord del Paese, rase al suolo Sefforis,
incendiandola, e costrinse alla schiavitù i superstiti suoi
abitanti, come punizione esemplare per aver preso parte
all'insurrezione. Varo fece una retata di ribelli in tutto
il Paese e mise a morte per crocifissione duemila uomini che
avevano partecipato alla sommossa. Il trauma, che segnò per
sempre la Galilea, deve essere stato spaventoso: centinaia
di uomini furono inchiodati alle croci poste a regolari
intervalli lungo tutte le principali vie di comunicazione o
sui fianchi delle colline, a monito per tutti coloro che
passavano di là.
Al tempo della rivolta e della brutale repressione, Maria,
doveva avere 14 o 15 anni ed era dunque già considerata una
donna, tanto da venire promessa in sposa a un artigiano di
Nazareth chiamato Giuseppe. Fu proprio in quel tempo che lei
si trovò in difficoltà: rimase incinta e il padre non era
Giuseppe.
Proviamo a immaginare lo scalpore che deve aver suscitato la
gravidanza di Maria in un villaggio piccolo come Nazareth.
Dire che le male lingue abbiano spettegolato senza requie
sarebbe attenuare la cosa. Entrambe le famiglie erano ben
conosciute. Le abitazioni erano contigue e i figli sposati
spesso vivevano in spazi annessi alla dimora principale dei
genitori, con il cortile in comune. La vita del villaggio
era fortemente interdipendente da un punto di vista
economico e sociale,.
A Nazareth non potevano esistere molti segreti.
Giuseppe aveva un problema serio, una situazione nella quale
nessun uomo vorrebbe mai trovarsi: era fidanzato con Maria,
le loro famiglie avevano dato il consenso al matrimonio, ma
questa futura sposa «si trovò incinta» prima del matrimonio.
Era stato Giuseppe a scoprire che Maria aspettava un
bambino, poiché il vangelo di Matteo ci dice che era deciso
a lasciarla, ma mettendo le cose a tacere, per non esporla
al pubblico ludibrio. Forse pensò di aiutarla ad
allontanarsi dal villaggio per dare alla luce il bambino in
segreto. Una cosa era certa: non era lui il padre del futuro
bambino.
Con o senza il suo aiuto, Maria lasciò precipitosamente la
cittadina e si diresse a sud, verso un altro piccolo
villaggio, Ein Karim, a più di sei chilometri a ovest di
Gerusalemme, nella collinosa campagna della Giudea. Maria
rimase là per tre mesi insieme a dei parenti, una coppia da
lungo tempo sposata, Elisabetta e Zaccaria. A quel tempo,
anche Elisabetta era in attesa - al sesto mese - del bambino
che conosciamo col nome di Giovanni Battista. Non sappiamo
quali legami parentali esistessero fra Maria ed Elisabetta,
se fossero cugine, o forse nipote e zia, ma date le
circostanze, le due famiglie erano, con ogni probabilità,
molto intime. E questo significa che Gesù e Giovanni
Battista erano anch'essi parenti.
Dopo la nascita del figlio a Betlemme, la coppia fece un
lento ritorno a Nazareth, proprio quando si era da poco
compiuto il massacro e la città di Sefforis era ancora
avvolta da una nube che stentava a diradarsi: le rovine
fumavano e nell’aria ristagnava ancora l’odore della morte.
Giuseppe, che camminava a fianco dell' asino sul quale era
seduta Maria con Gesù fra le braccia, vide da lontano le
spirali di fumo che si alzavano dalle rovine e poi, sulle
pendici della collina, nere contro il sole, le croci. Una
lunga fila di morti appesi lungo la strada. Certamente
Giuseppe disse a Maria di non guardare. Ma lei le vide e
rabbrividì. Anche il bambino vide.
Se si pensa alla storia di Sefforis, se si cerca di
rivederla con gli occhi di Giuseppe e Maria, allora il
racconto del "Natale di Gesù" va inquadrato in una serie di
nuove immagini: il mondo in cui nasce il Cristo è un
tragico palcoscenico di corpi in via di putrefazione
inchiodati alle croci, con la città in fiamme e migliaia di
cittadini uccisi o condotti schiavi in terre lontane. Il
futuro di quella famiglia, e di quel piccolo che essa
portava,appariva davvero incerto e difficile.
E sopratutto il serio problema rimaneva: Gesù era figlio di
padre ignoto.
Ritornare in quel di Nazarethm non doveva essere il massimo per una
famiglia in quella situazione.
Figlio di padre ignoto
Dire che le male lingue abbiano continuato per anni a
spettegolare senza ritegno sia molto, molto vicino alla
realtà.
Questo si può dedurre anche dal Vangelo di Giovanni che
riporta la disputata Gesù con dei farisei; lo scontro si
altera fino a che uno do loro grida: “Noi non siamo nati da
prostituzione"(Giovanni, 8; 41) quasi a sottintendere "come
invece sei tu". Un vero colpo basso, un manifesto tentativo
di minare la reputazione di Gesù con una diceria che
riguarda la sua nascita illegittima.
In un testo cristiano del IV secolo, che forse risale al II,
detto Atti di Pilato, si fa il resoconto del processo. Una
delle accuse mosse a Gesù è: “tu sei nato da adulterio".
Nessuno se la sente di assumere il testo come documento
storico del processo davanti a Pilato e tuttavia questa è
una testimonianza di quanto quella vecchia maldicenza fosse
dura a morire.
In un passaggio di Giovanni chiaramente preso dal vangelo di
Marco, ricompare l'ombra di un'allusione a qualcosa di
irregolare: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe?
Di lui conosciamo il padre e la madre» (Giovanni 6, 42).
Che bisogna c'era, dopo che Gesù era stato definito il
figlio di Giuseppe, di aggiungere “di lui conosciamo il
padre"
Tutto dunque sembra alludere su una verità che a quell'epoca
dovevaessere sconcertante. L'accusa di illegittimità
Accusa non è circoscritta ai soli vangeli canonici. Un altro
vangelo, il cosiddetto "Vangelo di Tommaso", scoperto nel
dicembre 1945 a Nag Hammadi, lungo l'alto corso del Nilo, in
Egitto, da contadini che stavano dissodando il terreno ec he
è forse il documento più prezioso sulla vita dei primi
cristiani, che sia stato ritrovato. Contiene 114 detti di
Gesù. Nel detto 105, Gesù dice stranamente ai suoi
discepoli:
“Chi conosce suo padre e sua madre sarà chiamato figlio di
prostituta"
In questo detto non c'è solo un'eco della turpe nomea che
Gesù dovette affrontare per tutta la vita. C'è un rifiuto
dell' accusa. Si sottintende anche che Gesù sapesse chi era
suo padre. Il suo modo di parlare non fa pensare che
alludesse a Dio.
E allora, se il padre non era Giuseppe, chi poteva
essere? Se dovessimo riempire un certificato di nascita per
Gesù dovremmo scrivere “di padre ignoto". Tuttavia una voce
circola piuttosto presto, e c’è anche un nome:Pantera.
Il mistero di Pantera
La prima versione della storia di Pantera ci viene dal
fiosofo greco Celso, in un testo del 178 d.C. intitolato
Sulla vera dottrina. È uno scritto molto polemico con i
cristiani, tanto che uno dei padri della Chiesa, Origene,
senti il bisogno di scrivere un poderoso trattato per
confutarlo. Origene fu però molto onesto, perché riportò
punto per punto le tesi di Celso. Lui stesso poi cadde in
disgrazia per certe sue affermazioni sulla reincarnazione
delle anime, condannate dal concilio di Costantinopoli del
553. Celso riferì una maldicenza che circolava negli
ambienti ebraici: Maria «era rimasta incinta di un soldato
romano chiamato Pantera ed era stata cacciata dal marito
come adultera» Il nome appare anche in documenti precedenti.
Il rabbino Eliezer ben Ircano, che visse alla fine del I
secolo, parla di insegnamenti a lui stesso impartiti «nel
nome di Gesù, figlio di Pantera» da Giacobbe di Sikhnin,
della città di Sefforis. Questo Giacobbe è stato
identificato come nipote di Giuda, il fratello minore di
Gesù. C’è anche una disputa, in quel tempo, fra rabbini, che
coinvolge Giacobbe, se ciò sia lecito o no guarire dai morsi
di serpente «nel nome di Gesù, figlio di Pantera». Queste
antiche fonti non ci dicono niente sui motivi per i quali
Cristo veniva designato cosi e nemmeno identificano Pantera
come un soldato romano. Però dimostrano come questo nome
circolasse in Galilea piuttosto presto e venisse usato allo
scopo di identificare Gesù, non di calunniarlo. Nel mondo
ebraico, quando si vuole identificare una persona, se ne
cita il nome, seguito da quello del padre.

Non ci sono dubbi su questa designazione
di Gesù, perché studiosi tardo-cristiani si sono sentiti
in dovere di asserire che Pantera era un termine
ingiurioso, derivato da un gioco di parole sul
sostantivo greco portbenos che significa "vergine";
altri ancora hanno suggerito che Gesù venisse diffamato
come "figlio di una pantera" in riferimento alla natura
selvaggia e lasciva del presunto padre. Sembrano
argomentazioni piuttosto stravaganti, essendo evidente
che quanto riferito dai rabbini in precedenza non era
ispirato da alcuna polemica. Anche Epifanio, un
cristiano ortodosso del IV secolo, attribuisce un certo
grado di veridicità alla tradizione di "Gesù figlio di
Pantera" e la spiega col fatto, riferito solo da lui,
che Giuseppe era conosciuto come Giacomo Pantera.
Ancora nell'VIII secolo saltano fuori, in modo insolito,
tentativi simili: Giovanni di Damasco, padre della
Chiesa greca e santo, asserisce che era il bisnonno di
Maria a chiamarsi Pantera. È evidente che quel nome
continuava a turbare le coscienze cristiane e questo
dimostra, come minimo, che la voce aveva una certa
consistenza, non poteva essere semplicemente accantonata
come un artificio malizioso degli oppositori giudei. I
solerti difensori della legittimità di Cristo non
potevano certo immaginare che dopo più di mille anni le
ricerche storiche avrebbero bollato le loro rivelazioni
come pietose bugie escogitate a fin di bene.
Ora gli archeologi hanno scoperto che Pantera è un
nome greco presente in numerose iscrizioni latine
dell’epoca, specialmente come soprannome di giovani
arruolati nelle legioni. Furono i soldati romani a
portare quel nome in Palestina. Prima non c’era. Di una
cosa possiamo essere sicuri: non è un termine inventato
per calunniare.
Ma di Pantera cosa si sapeva, cosa si
aveva?
Praticamente -nulla-
Per una sorte capricciosa che guida i
passi della storia, in una località lontana e che aveva
nulla a che vedere con la Palestina, in Germania nel
1906, lo storico tedesco Adolf Deissmann pubblicò un
breve articolo intitolato Der Name Pantera ed espose
dettagliatamente le varie iscrizioni nelle quali quel
nome era apparso nel I secolo d.C.
Egli dimostrò una volta per tutte che
quell’epiteto aveva una certa diffusione nell’esercito.
Era un’abitudine del tempo, ma bisogna dire che prendere
un nome di battaglia, in particolare di felini e di
rapaci, è ancora una costante nei reparti speciali di
combattenti.
Risaltava, in particolare, un esempio da
lui citato. Nel cimitero romano di Bingerbriick, a venti
chilometri circa a nord di Bad Kreuznach, una cittadina
a un’ora di treno da Francoforte, dove il fiume Nahe
confluisce, da sinistra, nel Reno, era stata trovata una
pietra tombale con inciso il nome di un certo Tiberius
Jiulius Abdes Pantera
Deissmann allegava al suo testo anche una
foto, che mostra la figura scolpita di un legionario
romano con la testa e il collo fratturati e una
iscrizione latina ben conservata ai suoi piedi. La
traduzione letterale è questa:
Tiberio
Giulio Abdes Pantera di Sidone, anni 62 soldato con 40 anni
di servizio nella prima coorte di arcieri giace qui.
Deissmann notò che Abdes Pantera era nato
nell’ antica Sidone, l’attuale Sayda, una città costiera
del Libano meridionale, a nord di Tiro, lontana meno di
settanta chilometri da Sefforis.
Su quella pietra tombale si trovano
riferimenti sparsi in vari libri. Tutti gli storici si
limitano a citare l'articolo di Deissmann, scritto cento
anni fa. Ma nessun l’ha realmente studiata.
C’era da chiedersi se quella lapide non
fosse andata perduta nelle turbinose vicende di due
guerre mondiali per cui era passata. Ma per fortuna è
bastato guardare su internet e quel piccolo museo di Bad
Kreuznach, menzionato da Deissmann nel 1906, esiste
ancora.
A Bad Kreuznach, vi è effettivamente un
museo di antichità romane, chiamato Römerhalle.
Che la tomba di Tiberio Giulio Abdes
Pantera fosse fra quelle?
Si, infatti, c'è. Non soltanto quella
lapide, ma altre nove, e tutte di legionari romani,
erano in mostra, esposte al pubblico.
Le avevano scoperte nella stessa
località, durante gli scavi per la costruzione della
stazione ferroviaria di Bingerbriick, tra il 1859 e il
1861. Erano state diligentemente collezionate dalla
associazione storica locale con le note relative al
ritrovamento di ciascuna e poi esposte nel vecchio museo
civico. Ora erano nella Römerhalle. Non solo; ma si ha
informazioni che nascosta fra dozzine di vecchie tele,
in un ripostiglio, c'è una copia ben conservata
dell’originale dipinto a olio eseguito nel 1860 durante
i lavori di recupero, a disposizione dei futuri
ricercatori.
E’ qualcosa di sconvolgente, e non
occorre essere un archeologo per capirlo; c’è la una
possibilità, per quanto remota, di trovarsi di fronte a
un’ autentica reliquia della famiglia di Cristo.
Un’ipotesi del tutto inverosimile, ma nell'archeologia
accadono le cose più strane e inaspettate.
Tiberio Giulio Abdes Pantera aveva o no a
che fare con quanto era tramandato su Gesù “figlio di
Pantera".
Ai tempi dell’impero di Roma, Bad
Kreuznach era un campo fortificato di frontiera. In
tutta la campagna circostante affiorano antiche rovine.
Quello era per i romani il Vietnam o Iraq di oggi. Un
numero impressionante di legionari furono trasferiti dai
Paesi caldi sparsi intorno al Mediterraneo alle terre
fredde del Nord, nei remoti avamposti intorno al corso
del Reno, fra immense foreste immerse nella nebbia.
Quelli che sopravvissero alle battaglie e alla
guerriglia vissero qui, anche quando l'età avanzata gli
permetteva di prestare un servizio ridotto. Qui morirono
e qui furono sepolti.
La possibile associazione di questo
soldato romano con la tradizione collegata al padre di
Gesù non poteva essere sommariamente respinta in nome
della pietà e della fede. Qualsiasi fosse il loro
significato, tutti i fatti di una qualche rilevanza
dovevano essere esposti ed esaminati con cura.
Tre lapidi, compresa quella di Pantera,
furono scoperte tra il 19 e il 20 ottobre 1859 a poco
più di duecento metri dall’attuale corso del Nahe, e
portate alla luce in un secondo tempo.
Nella lapide si legge il soprannome -
Pantera -, i nomi acquisiti - Tiberio Giulio - e il nome
di origine - Abdes. I nomi acquisiti indicano che
Pantera non era romano di nascita. Gli erano stati dati
evidentemente in onore dei due imperatori che aveva
servito. All’ epoca di Tiberio era possibile ottenere la
cittadinanza romana anche a un provinciale, dopo un
certo periodo trascorso nell’esercito. La ferma durava
venticinque anni. Ma Pantera vi, restò per quaranta,
dall’arruolamento, avvenuto a 22 anni, fino alla morte a
62. Poiché Tiberio diventò imperatore nel 14 d.C. e morì
nel 37, è probabile che Pantera sia morto poco dopo,
presumibilmente per cause naturali.
Il nome Abdes è molto interessante. È una
versione latinizzata dell’aramaico ebed che significa
"servo di Dio" e indica che le origini di Pantera erano
semitiche, o perfino giudaiche, per nascita o per
conversione, oppure perché membro di una famiglia cosi
collaterale al giudaismo da dargli quel nome. Il
soprannome Pantera è greco, anche se qui appare in una
iscrizione latina.
Nel 1891, l’archeologo francese Clermont
Ganneau ha scoperto che in una tomba ebraica del I
secolo d.C., sulla strada di Nablus, a nord della Città
Vecchia di Gerusalemme, c’era un ossario con il nome
Pentheros in greco e accanto quello del figlio, Josepos.
Le sepolture indicano senza possibilità di equivoci che
i due erano giudei e questo ci dà la prova definitiva
che al tempo di Gesù, il soprannome di Pantera poteva
essere usato anche dai giudei.
Abdes Pantera era di Sidone, oggi Sayda,
che non è lontana da Sefforis. Sappiamo che la prima
coorte di arcieri, nella quale militava, proveniva dalla
Palestina, era giunta dalla Dalmazia nel 6 d.C., ed era
stata trasferita alla confluenza del Reno e del Nahe nel
9 d.C., l’anno del disastro di Teutoburgo nel quale
furono distrutte le legioni di Publio Quintilio Varo,
già governatore della Siria. Da allora, i romani
mantennero avamposti permanenti in Germania e il
cimitero di Bingerbriick ci fornisce la prova che i
veterani trascorrevano gli ultimi anni in servizio
ridotto sulla frontiera. Non c’è dunque da stupirsi che
Abdes Pantera sia stato sepolto lì. Le altre nove lapidi
funerarie sembrano risalire dalla metà al tardo I
secolo. Lo testimoniano le monete ritrovate accanto, lo
stile delle lapidi, il contenuto delle iscrizioni il
dipinto del 1860 sulla scoperta mostra chiaramente che
furono riportate alla luce anche le urne con le ceneri e
le ossa dei defunti, ma i documenti dicono che gran
parte furono distrutte durante gli scavi e una sola
rimase intatta. Non è stato ancora possibile ritrovarla.
Sarebbe veramente miracoloso se il destino avesse voluto
salvare proprio i resti di Abdes Pantera. Forse il tempo
ce lo dirà.
Che cosa concludere? Abdes Pantera era di
Sidone. Forse era ebreo. Si arruolò nell' esercito
romano. Rimase in Palestina fino al 6 d.C. Aveva
pressappoco l’età di Maria, la madre di Gesù. Abbiamo il
nome, la professione, il luogo e il tempo esatti.
Forse tutto è frutto del caso. Non c'è modo di
provare alcuna connessione con la paternità del Cristo.
Le possibilità, che il tarlo del dubbio
solleva, sono dunque infinitesimali, ma l’evidenza dei
particolari, e delle straordinarie coincidenze che
convergono in tutta la vicenda, si impone in modo tale
che non è possibile ignorarla.
Non sarebbe corretto pensare che, per un
ebreo dell'epoca, l'essere figlio di un soldato romano
comportasse necessariamente qualcosa di negativo. Nei
vangeli non c'è una sola parola contro l'esercito
d’occupazione, anche perchè all'epoca in cui vennero
scritti non era certamente consigliabile. Comunque,
Giovanni Battista aveva seguaci fra i soldati (Luca
3,14) e alcuni di loro furono tra i primi fedeli di
Gesù. Di un centurione romano a Cafarnao, Cristo dice:
«lo vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede
così grande» (Luca 7,9). Ed è un centurione romano che
alla sua morte esclama: «Davvero quest’uomo era figlio
di Dio» (Marco 15,39). Alcuni studiosi che attribuiscono
un valore storico alla tradizione di un Gesù “figlio di
Pantera" hanno suggerito che, forse, Maria fu violentata
da un soldato dell’esercito romano. Se si considerano i
tempi oscuri e le circostanze turbolente, una
possibilità del genere esiste. Ma per quanto una simile
ipotesi possa suonare sconvolgente, alcuni trovano in
questo scenario drammatico qualcosa che impone un
profondo rispetto, un’ accettazione totale e un amore
incondizionato, non solo da parte della madre, Maria, ma
anche da parte del padre adottivo, Giuseppe. Qualcosa
che alla nostra sensibilità moderna parla forse di più
di una nascita sovrannaturale.
Un’altra ipotesi potrebbe essere quella
che Maria sia rimasta incinta in una relazione da lei
scelta. Poiché non sappiamo niente della gravidanza di
Maria, ne della sua relazione con il padre vero di Gesù,
fosse o no questi un legionario, non c'è alcuna ragione
di supporre qualcosa di sinistro. Non conosciamo alcun
dettaglio delle circostanze che portarono al
fidanzamento di Maria con Giuseppe. Lei era consenziente
a un matrimonio combinato con un uomo anziano? Aveva
avuto una relazione precedente? Abbiamo visto che Abdes
Pantera, il militare sepolto in Germania, è stato
coetaneo di Maria all' epoca della nascita.
Non dovremmo irrigidirci in supposizioni
negative appena sentiamo parlare di "soldato romano". I
nemici di Gesù fecero di tutto per infangarlo e usarono
senza scrupolo termini ingiuriosi come "adulterio" e
"prostituta". Non c'è motivo di appoggiare le loro
presunzioni di colpa.Quando si tratta di scandali
familiari, ragazze madri, fidanzamenti infranti, il
pettegolezzo di strada di un villaggio di campagna in
Galilea è l'ultimo posto in cui cercare informazioni
oggettive.
La casa del mistero
C'è un ultimo tassello. È uno degli
episodi più strani riferiti da Marco nel suo vangelo,
che è stato scritto, prima degli altri. E che chiama
sempre Gesù "figlio di Maria" e non menziona mai
Giuseppe, ne le circostanze della nascita.
Marco riferisce bruscamente di un
misterioso viaggio-parallelo compiuto da Gesù durante la
sua predicazione nelle terre circostanti Genezaret.
“Partito di là, andò nella regione di
Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che
nessuno lo sapesse, ma non potè restare nascosto."
(Marco 7, 24)
Ci viene detto anche che quando da Tiro
fece ritorno in Galilea, Gesù passò per Sidone (Marco 7,
31), percorrendo dunque un giro vizioso, una strada che
non è certo la più diretta. Nessuno ha mai spiegato
questo strano viaggio.
Luca non ha alcuna idea di che cosa fame,
quando attinge al vangelo di Marco, e nel suo racconto
lo lascia cadere.
Matteo lo riporta, ma cancella la parte
in cui Gesù entra in una casa di nascosto e elimina i
dettagli del ritorno attraverso Sidone (Matteo 15,
21-29).
Forse quelle notizie erano per lui
irrilevanti o forse voleva evitare che i lettori si
chiedessero per quale motivo Gesù avesse lasciato
improvvisamente la Galilea e si fosse diretto verso
Sidone (che è la città di Abdes Pantera). E di chi è la
casa del mistero?
È anche degno di nota il fatto che Gesù
elogi costantemente Tiro e Sidone, che non sono città
ebraiche, perchè potenzialmente più aperte alla sua
parola (Luca 10, 14). È possibile o verosimile che
questi fatti siano connessi? Sembra che il modo brusco
col quale viene trattato l'episodio lasci intendere
qualcosa di più. Sono convinto che la stele funeraria in
Germania gettino nuova luce sulla intera vicenda della
famiglia di Gesù. a scoprire. Quelli citati nei vangeli
erano esseri umani concreti. Vissero e morirono in un
passato che fino a poco tempo fa era immerso nella luce
della leggenda. Apparivano lontani e sovrannaturali, ma
ora ci sono sempre più vicini e accessibili nella loro
realtà fisica. Non sopra di noi, ma fra noi, come noi.
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