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Fonte: CNR via www.vglobale.it
Data: 03.03.06
L'olio combustibile utilizzato sin dalla preistoria
La scoperta confermata anche da un
esperimento del Cnr
I ciprioti, nel 2000 a.C., lo
usavano al posto del carbone per fondere il rame. Lo rivelano 18 forni trovati
nel sito di Pyrgos Mavroraki da un'équipe di archeologi diretta da Maria
Rosaria Belgiorno del Cnr
È nato prima l'olio commestibile o quello combustibile? Da scavi effettuati a
Cipro, presso Pyrgos Mavroraki, da un team diretto dall'archeologa Maria Rosaria
Belgiorno dell'Istituto per le tecnologie applicate ai beni culturali (Itabc)
del Consiglio nazionale delle ricerche, si è scoperto che i ciprioti dell'epoca
usavano l'olio, e non il carbone, per fondere il rame, minerale di cui l'isola
è ricca. Un dato che oltre a rivoluzionare la storia della metallurgia fa
pensare che la coltivazione e la spremitura delle olive fosse originariamente
destinata a scaldare i forni di fusione.
Nei 18 forni del II millennio a.C. trovati sul sito, le tracce di carbone sono
infatti scarsissime. «Le pareti sono invece rivestite di una abbondante
sostanza nera, pastosa ed oleosa – spiega Belgiorno –. I nostri chimici,
analizzando dei campioni, hanno verificato che si tratta di olio. È la prima
volta che in metallurgia si conferma l'uso di questo combustibile al posto del
carbone. E non è un caso che l'area metallurgica di Pyrgos si trovi accanto ad
un frantoio».
Lo scavo, in corso dal 1998, ha già restituito una parte di quello che doveva
essere un articolato «impianto» industriale di 600 metri quadri, da cui sono
già emersi il vino e la seta più antichi del Mediterraneo. Ora è la volta
della tecnologia metallurgica, la cui filiera è testimoniata in tutte le sue
fasi: dallo sgretolamento della malachite, minerale da cui si ricava il rame,
alla fusione e alla colatura del metallo negli stampi per ottenere manufatti.
Nel centro di archeologia sperimentale «Antiquitates» di Blera, in provincia
di Viterbo, è stato riprodotto un modello dei forni ciprioti per meglio
comprendere come avvenisse la fusione con l'olio. «I forni della dimensione di
35 centimetri sono muniti di due condutture semplici, ricoperte di terra, che a
loro volta si collegano rispettivamente a due mantici, nei lati opposti, per un
totale di 4 mantici che mandano ossigeno e aria nell'invaso. Questo è provvisto
di due aperture per il tiraggio – spiega Angelo Bartoli di Antiquitates –.
La camera veniva preriscaldata con piccoli pezzi di legna per raggiungere 6-700
gradi di temperatura, che saliva, fino a 1083°, punto di fusione, con
l'aggiunta dell'olio. Tale procedimento consentiva di ottenere calore con
risparmio di risorse. Con circa 2 litri si ottiene la fusione di 600 grammi di
malachite».
I metallurghi preistorici avevano pensato anche a come non scottarsi evitando il
ritorno di fiamma dopo l'inserimento del combustibile. «L'olio – prosegue
Belgiorno – veniva versato lentamente attraverso una canna di fiume che
consentiva di mantenersi a debita distanza dal calore. La canna finiva nel
forno, ma era protetta da una brocchetta di ceramica con la base rotta. Tale
espediente garantiva un maggiore controllo nel rilascio dell'olio e l'incolumità
dell'operaio».
Una tecnologia dunque molto accurata, sia nei processi funzionali sia nella
sicurezza della lavorazione. Numerosi gli utensili venuti alla luce: piccole
brocche rotte, attingitoi, incudini, crogiuoli, versatoi, stampi di lingotti e
di punte d'ascia, alcune della dimensione di 23 cm, e non mancano i monili di
rame.
Come si giustifica la presenza di un combustibile diverso dal carbone? «Per
ottenere il carbone per la fusione occorre molta legna, ma con gli utensili di
pietra in uso dei primitivi era un'operazione molto difficile. Inoltre, quella
secca disponibile era di immediato consumo. Il ricorso all'olio deve essere
stato casuale: dalle olive raccolte per essere mangiate, gli antichi devono
essersi accorti che bruciavano bene. Non è mai stato trovato o cercato finora
l'utilizzo dell'olio per la fusione. Alcuni forni più antichi del 2000 a.C.,
molto simili ai nostri, con buche per terra, sono stati trovati nell'area della
Giordania e della Siria. La metallurgia mediterranea nasce infatti nello stesso
luogo dove abbiamo la più antica evidenza dell'estrazione d'olio d'oliva. Il
rame dei Cipro era il più apprezzato in tutto il Bacino. Tale successo era
dovuto alla lunga esperienza nell'estrazione, ma forse anche al fatto di
utilizzare nella fusione l'olio che, a differenza del carbone, lascia poche
scorie. Il metallo di qualità ottimale era pronto per realizzare una lega,
senza dover essere prima ripulito».
L'ambasciatore di Cipro a Roma, Stavros A. Epaminondas, presente all'esperimento
di Blera, ha espresso la sua gratitudine al Cnr per aver consentito ai ciprioti
di conoscere un brano importante della loro storia.
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