Documenti -- Database News-- Home

Documenti

 

 

… Lamberto di Saint Omer: le vere cronache di un monaco quasi dimenticato …

di Diego Baratono e Claudio Piani

 

Il “Rinascimento” culturale del XII secolo: una breve introduzione …

L’Europa dopo il collasso dell’impero romano,[1] si scopre sia dover assorbire un profondo cambiamento socio-economico, sia, come ulteriore conseguenza, dover fronteggiare una secca riconsiderazione, quantomeno parziale, della sua gloriosa identità culturale originaria. A fronte di un vistoso calo demografico dovuto al grave disgregarsi dell’organizzazione sociale e delle attività produttive, conseguenza appunto del tracollo della secolare “romanità”, vi è poi la manovra a dir poco ambiziosa di Giustiniano.[2]

L’obiettivo primario del reazionario imperatore, è inquadrabile nel tentativo di concretizzare in qualche modo, la sua personale visione organizzativa dello stato. Si tratta, invero, di uno scenario già delibato. E’ Giustiniano, infatti, a cercare in qualche maniera, di riconsegnare nuovamente quanto rimane di un Occidente sfibrato, ad un’autorità imperiale degna, se non altro in apparenza, di questo nome. Il cammino da intraprendere per ricostituire in una certa misura e soltanto con sembianze sfumate il solido status, che così a lungo ha retto le sorti della brillante civiltà romana, sarà, oltremodo, lento e laborioso. E’ nondimeno da un tale precario orizzonte che, a ben guardare, s’intravede emergere un verosimile quanto imprevisto ordine politico per l’Europa. Dalle nebbie della Storia, infatti, ecco la comparsa sul proscenio europeo di una nuova forza aggregante: si tratta dei Franchi.[3] E’ vero che le popolazioni dei franchi non sempre si sono distinte per essere attratte, o partecipi, alla possibile realizzazione di un obiettivo politico organico. E’ anche vero, nondimeno, che grazie al re Clodoveo,[4] già dal 482 s’iniziano a tracciare le prime linee guida di una politica, che col tempo si farà sempre più salda e coesa. La Gallia diventerà, infatti, la prima vera congregazione territoriale europea a far proprio in toto, l’utopico disegno aggregante, d’unificazione nazionale, in discorso. L’evento coagulativo si concretizza nonostante, o forse proprio per la rapida salita al potere dei Carolingi, maestri di palazzo della monarchia merovingia, da un lato, e dal sincronico ed incontenibile indebolimento della stessa dinastia dall’altro. Toccherà proprio a Carlo Magno nel 771, decidere i colori del nuovo quadro, caoticamente abbozzato dalla complessa convergenza d’episodi storici tanto convulsi.[5]

La scelta “cromatica” operata dall’imperatore carolingio, in qualche modo, si rivela colpire nel segno …

La strategia dell’illuminato monarca, infatti, è tesa ad individuare ed a mantenere traiettorie programmatiche solide, culturalmente accessibili e possibilmente anche feconde. Il suo obiettivo prioritario ormai divenuto imprescindibile, consiste nel riuscire ad innescare un potente movimento intellettuale, in grado di contrastare efficacemente il declino generalizzato, che fino ad ora si mostra inarrestabile. I risultati della geniale manovra messa in moto dal carolingio sembrano promettenti. Le mosse risolutive del previdente imperatore, si rivelano essere almeno due. Da un lato si ha il tentativo di ricomporre le fondamenta culturali di quasi un intero continente mediante l’incremento dell’istruzione del suo clero. Lo strumento per realizzare l’imponente opera, sono i monasteri benedettini, perfette macchine “educazionali”. Queste, sono presenti già dal VII secolo sul territorio gallico. Dall’altro lato si ha al contempo, la brillante intenzione di Carlo Magno volta a recuperare il patrimonio letterario classico dimenticato o quasi andato perduto, durante il collasso dell’impero romano. L’impagabile e sorprendentemente lungimirante operazione culturale, sarà ricordata come la “rinascita carolingia” …

Le prime testimonianze concernenti complessi abbaziali gallici, ispirati o diretti prosecutori dell’ideale monastico registrato nella regola di san Benedetto,[6] risalgono al 626. Provengono dal fiorente centro commerciale di Albi.[7] La notevole ricetta prescrittiva benedettina, in questo periodo si riconosce essere, almeno in una certa misura, amalgamata, sincretizzata nella normativa cenobitica celtico–irlandese, propagandata da Colombano.[8] Le fondazioni che prenderanno a modello la nuova configurazione formulare benedettino–colombaniana, si diffonderanno in tutta la Gallia settentrionale. I nomi dei centri forse più noti, sono particolarmente indicativi se osservati alla luce dei risultati conseguiti da quest’indagine. Si tratta, infatti, di complessi monastici quali: Rebais, Solignac, Faremoutiers, Chelles, Corbie, Remiremont e, per motivi che si comprenderanno più oltre, soprattutto Saint-Dié, Saint-Omer, Saint-Bertin.

A proposito di regole, si deve focalizzare l’attenzione su una delle prescrizioni cui i monaci sono ferreamente sottoposti: essi non possono mai distogliere l’attenzione dall’esercizio della preghiera; nemmeno quando eseguono i lavori più umili. La regola, del resto, è ben chiara: “… Ora et labora …”. I monaci, per di più, s’accorgono della relativa facilità con cui si può trasformare un robusto impegno intellettuale, in un momento meditativo, per dir così superiore. Il precetto, di fatto, consiste in una sorta di mutazione concettuale, che trasforma, ad esempio, il semplice gesto del copista in una testimonianza d’interconnessione esclusiva tra il divino ed il profano. L’estensione di simili idee anche impegnative all’esterno dei monasteri, sembra coinvolgere la corte carolingia che diviene così centro del notevole progetto imbastito inizialmente da Carlo Magno. E’, però, con la crisi della dinastia imperiale, iniziata intorno l’anno 887,[9] che tale volontà programmatica di “promozione” culturale decretata, appunto, dall’impero, si trasmuta in un diretto e forse più strategico assetto educativo, d’estrazione genuinamente monastica. Sono ora le abbazie benedettine di Tours, Fulda, San Gallo, Lorsch, e le cattedrali di Chartres, Metz, Reims, Auxerre, Cambrai, anche se in mezzo a mille difficoltà, a dettare le condizioni ed i metodi di ricerca degli antichi testi. Ottone I nel secolo X tenta di riprendere idealmente il progetto culturale carolingio. Dall’Italia “importerà” in Sassonia, i migliori grammatici e teologi. I monasteri tedeschi, invero, non raggiungeranno mai quel prestigio culturale, che nuovamente investe, viceversa, i monasteri del settentrione francese dal secolo XI in poi. Cluny, Citeaux, Bec, le cattedrali di Laon e d’Orléans, diventano i centri di una trasmissione culturale, che farà decollare nuovamente la cultura di quell’embrionale idea d’Europa. La rinascita è invero lenta. Ad intermittenza. Non si tratta di un cambiamento improvviso, quello che si profila investire il mondo occidentale, ancora avvolto dalla caliginosa polvere sollevata dagli accadimenti che ne hanno compromesso l’ordinamento strutturale. Le incursioni da parte dei Normanni, dei Saraceni, degli Ungari, non scoraggiano, tuttavia, le iniziative di menti eccelse come quelle di Gerberto d’Aurillac,[10] d’Abbone di Fleury, di Fulberto di Chartres. Sono poi ancora da ricordare personaggi come Berengario di Tours, Lanfranco di Bec, Alfano di Montecassino, Costantino Africano …

Personalità formidabili, queste. Si direbbero perennemente concentrate sulla riuscita di una manovra percepita, forse, come fondamentale. Si tratta sempre e soltanto di sollecitare il risveglio della coscienza intellettuale e spirituale nel nuovo uomo europeo. Questo, in buona misura, si profila essere l’obiettivo primario da conseguire nel minor tempo possibile. La maturazione completa del processo formativo innescato a più riprese si direbbe compiersi, tuttavia, soltanto tra la fine del secolo XI e l’inizio del XII.

Il momento coincide con la raggiunta consapevolezza, da parte dell’ambiente intellettuale, di un poderoso fattore culturale piuttosto anomalo: si direbbe effondere da un dominio lontano dal mondo europeo. L’intellighenzia dell’epoca, in buona sostanza, intuisce l’importanza straordinaria che si rivelerebbe possedere la dimensione culturale araba. A ben vedere, in effetti, questa consiste in una vera e propria miniera di sapere a cielo aperto.

Si deve precisare, che l’eccezionale patrimonio d’erudizione in discorso coincide con l’immensa ed irripetibile eredità accumulata dall’insuperabile civiltà greca, durante la maturazione del suo non breve percorso cognitivo. Da secoli quest’inestimabile tesoro della ragione è in qualche modo salvaguardato, elaborato e tramandato dalla coscienza intellettuale islamica. Un innesto mediatore tra le due realtà a questo punto s’avverte essere funzionale al buon esito del problematico progetto unificatore. E’ esemplare al proposito, il magistero esercitato da Gerberto d’Aurillac, più noto forse come papa Silvestro II. Gerberto, infatti, è uno tra i primi a studiare in loco e poi ad introdurre in Occidente, trattati arabi e persiani di medicina, geografia, matematica ed astronomia – astrologia. A quest’attività di formazione parteciperà come discepolo lo stesso imperatore Ottone III.[11] In seguito prenderanno piede, è il caso di dire, pellegrinaggi culturali come quelli che dalla Normandia (cattedrale di Laon) portano alla Palestina. Sono traiettorie formative che Adelardo di Bath, filosofo scolastico inglese, ad esempio, compie tra il 1106 ed il 1111. L’intenzione dello studioso è quella d’impadronirsi della madre lingua araba per essere poi in grado di tradurre gli ermetici testi prodotti dalla stessa civiltà. Lo scambio culturale con l’“Outremer” è inoltre facilitato e supportato dalle Repubbliche Marinare. Tra queste, Amalfi spicca senza dubbio. Amalfi è la Repubblica del Mare costituitasi per prima: si è nell’anno 850.[12] La straordinaria città marinara, s’espande commercialmente e culturalmente fin da subito verso l’Oriente aprendosi, in una certa misura, anche al mondo islamico. I risultati tangibili di questa proficua operazione? Sono visibili a Salerno intorno al secolo IX, nell’istituzione di un importante centro laico di studi medici. Nella Scuola medica salernitana, nella sua università esemplata sul modello della madrasa islamica,[13] confluiscono, amalgamandosi grazie all’incandescente calore intellettuale di uno straordinario “atanor” alchemico, saperi esclusivi della cultura greca, araba ed ebraica.[14] Sottomessa, però, a partire del 1073 dai Normanni, dopo un lungo dominio sui mari, Amalfi incomincia ad avviarsi verso il suo inesorabile declino. La sua fine sopraggiunge dopo il saccheggio dei Pisani dell’anno 1135. E’ nell’anno1126 che invece Adelardo traduce le tavole Astronomiche di al-Khuwarizmi e gli “Elementi” d’Euclide. In questo periodo si traducono dall’arabo inoltre l’Almagesto di Tolomeo, i trattati astrologici di al-Fargani, i testi di medicina d’Ippocrate e Galeno, le opere filosofiche d’Aristotele, di Plotino, di Proclo. Nello stesso periodo nondimeno, il noto abate di Cluny Pietro il Venerabile,[15] benedettino, concerta, seppure mantenendo un atteggiamento polemico,  ebrei. fnari. Polemizzò a lungo contro le eresie del tempo, contro musulmanil’iniziativa congiunta di studiosi cristiani, ebrei e musulmani al fine d’ottenere una versione in latino del Corano. La conferma all’idea che una buona parte delle fondamentali “rize” della conoscenza, si trova innestata tra le floride ridondanze del mondo islamico, non tarda ad arrivare. La temperie culturale è, senza dubbio, vivacemente intensa. La stagione del monachesimo benedettino, adesso, vive un momento di draconiana riorganizzazione. Intorno l’anno 1075, infatti, per motivi legati in gran misura alla scarsa disciplina osservata dai propri confratelli, Roberto insieme con alcuni compagni decide d’abbandonare l’abbazia di Molesme per fondarne una sua, nelle foreste esistenti nei pressi di Citeaux (Cistercium). Si profila così, all’interno del movimento cluniacense, un’irrimediabile cesura. Il profondo gap deontologico, favorisce la nascita di un nuovo ordine monastico. L’avventura dei Cisterciensi ha così inizio intorno l’anno 1098. I Cisterciensi, come già in precedenza i camaldolesi, abbandonano dunque l’atteggiamento troppo rilassato dei cluniacensi. Recuperando ed applicando in toto la primigenia regola formulata da San Benedetto, i Cisterciensi di Roberto, si rivelano essere i fermi assertori di un'innovativa e forse più autentica ricerca di Dio. A Roberto di Molesme succede sant’Alberico e poi Stefano Harding, che consegnerà all’ordine dei Monaci Bianchi una propria costituzione. I Cisterciensi, infatti, attraverso la redazione della Charta charitatis voluta da Stefano, acquistano il loro statuto definitivo. E’ però soltanto dal 1113, ossia da quando Bernardo di Clairvaux entra a far parte dell’ordine, divenendone in breve tempo l’infaticabile timoniere, che i Monaci Bianchi acquisiscono quel leggendario alone di notorietà che ancora oggi li circonda. A ragione, s’aggiunge. Sono gettate in questo modo, le fondamenta per sostenere il formidabile progetto di una nuova quanto più forte e realmente ecumenica unità cristiana.[16]

Fin qui, i personaggi ed i grandi scenari che hanno delineato il quadro storico di questo cappello introduttivo, sono noti. L’intento di questo nostro contributo, tuttavia, ha l’ambizione d’addentrarsi più in profondità in questo “Rinascimento” medievale. Utilizzando quindi una coordinata micro-storica, all’apparenza marginale, si cercherà ora d’individuare un margine esplorativo macro-storico, che per certi aspetti è quasi completamente inedito.[17]

 

… Lamberto di Saint-Omer: chi è costui? …

Saint-Omer è un piccolo centro francese del dipartimento del Passo di Calais, nelle Fiandre. Situato sulle rive del fiume Aa, il piccolo borgo sorge nel secolo VII, intorno al monastero fondato dal vescovo Audomaro. E’ qui che Childerico III, ultimo re della dinastia dei Merovingi, sarà rinchiuso, su ordine del Maestro di Palazzo Pipino il Breve. E’ l’anno del Signore, 752. All’inizio del secolo XI, Saint-Omer è assoggettata ad un castellano. Il piccolo sito urbano entra a far parte, al contempo, del capitolo pertinente alla chiesa locale di Notre Dame. Nel 1128 la popolazione insorge contro il conte di Fiandra in merito all’insediamento di un non gradito amministratore. E’ in questo periodo che a Saint-Omer vive ed opera la figura di Lamberto. Figlio del canonico Onulfo, Lamberto appartiene ad una nobile famiglia. Grazie ai suoi esponenti ecclesiastici, il clan esercita un ruolo predominante all’interno del capitolo di Notre Dame. Per Lamberto di Saint-Omer, nel frattempo divenuto anch’egli canonico della stessa chiesa, le cose sembrano prendere tutto un altro corso, quando nel 1070 il padre Onulfo muore. Da questo momento, infatti, i rapporti amministrativi tra il signore del paese, delegato del duca di Fiandra, ed i canonici del capitolo di Saint-Omer incominciano ad incrinarsi. Nel 1079 la collegiata di Saint-Omer si trova pesantemente coinvolta in un devastante incendio. Nel drammatico episodio, non vanno in fumo soltanto i mattoni, bensì anche parte del notevole capitale librario custodito nell’impianto abbaziale. Si deve ricordare, infatti, come i centri monastici in genere e quelli francesi in particolare, possono considerarsi vere e proprie fucine culturali, per quanto concerne la raccolta, la custodia e la catalogazione degli antichi testi. Tra gli ambienti di conservazione del sapere attivi nel periodo, quello della vicina abbazia di Saint Bertin, a Saint-Omer, è forse tra i più antichi dell’intera contea di Fiandra. Saint Bertin è anche tra i complessi monastici più ambiti dagli studiosi dell’epoca. Il motivo di tante attenzioni, si deve al notevole patrimonio librario posseduto dal complesso monastico. La raccolta di libri esistenti nel centro claustrale all’epoca conta forse più di duecento volumi, tutti conservati nella sua preziosa biblioteca.[18] Poter accedere al contenuto di questo straordinario e ricchissimo scrigno del sapere, perciò, si rivela indispensabile, soprattutto per chi, studioso, della ricerca ne fa un vero e proprio scopo di vita. Lamberto di Saint-Omer, appartiene a questa particolare categoria d’uomini …

(1) Saint-Omer, l’abbazia di Saint-Bertin.

 

Lamberto, scrupoloso compilatore e copista, intorno al 1112 inizia a raccogliere testi d’antichi autori. L’idea sostanziale, è quella di redigere un'opera enciclopedica, che sia il più aggiornata possibile. Lamberto struttura il suo progetto innalzandolo direttamente sui solidi ed affidabili pilastri filologici e sapienziali impiantati e saldamente fissati da giganti del calibro dell’enciclopedista Isidoro di Siviglia e del neoplatonico scrittore e filosofo Teodosio Macrobio. Dell’enciclopedista Marziano Capella e del geografo Pomponio Mela. Dell’astronomo Arato di Soli. Dello storico Orosio, di Beda il Venerabile. Per quanto si conosce è curioso osservare che l’accesso alla preziosa biblioteca di Saint-Bertin, visti i pessimi rapporti intercorrenti tra il capitolo di Saint-Omer e le autorità laiche, sembra sempre essergli rifiutato. E’ quasi scontata la domanda, anche se al contempo non è per nulla irrilevante la risposta. Lamberto come riesce a proseguire nelle sue ricerche, vista l’impossibilità d’accedere agli archivi bibliotecari più importanti e ciononostante essere all’altezza di produrre un’opera esclusiva e dinamica come il suo straordinario “Liber Floridus” ? Si cercherà di rispondere in seguito. In ogni caso, nonostante tutto, il capolavoro di Lamberto, dopo molti rinvii e tra notevoli difficoltà, trova compimento nell’anno 1121. Secondo alcuni studiosi l’opera dovrebbe contenere suppergiù tutto lo scibile esistente in questo periodo storico. Il prodotto è certamente figlio del suo tempo.[19] Il “Liber Floridus”, o “Codice 92” di Gand del 1121, è un manufatto pergamenaceo di 30,5 per 20,4 cm. Con ogni probabilità il “Liber Floridus” costituisce la più antica opera enciclopedica corredata d’immagini appresso la realizzazione di Rabano Mauro, il “De rerum naturis”. La preziosa opera in questione è conservata a Montecassino nella copia datata, però, al 1023.[20] Del “Liber Floridus”, n’esistono adesistono a tutt’ oggi altre copie epigone. Le iconografie utili ad approfondire certe peculiarità dell’insolito quanto sintomatico tratto distintivo che si è isolato, saranno estrapolate da alcune di queste opere.[21] Il “Liber Floridus” si rivela essere un catalogo “fiorito”, ossia un vero e proprio florilegio enciclopedico. Il repertorio d’immagini inserito in questo codice, certamente soddisfa la sua essenziale funzione di “ornatus”, di decorazione. Rispecchia schiettamente, inoltre, le notevoli quanto numerose stratificazioni ideologiche, storiche e culturali del suo compilatore. Tanto nel titolo quanto nel prologo, l’autore si sofferma a rilevare come il suo lavoro, sia mimeticamente identificabile con un “bouquet” di fiori. Su questo insieme floreale le api fedeli, ossia i destinatari dell’opera, possono posarsi e così cogliere pienamente la dolcezza del nettare, morale, intellettuale, scientifico e quanto altro, di cui il testo è copiosamente intriso. Un aspetto particolare del codice in discorso è l’apparente disordine di compilazione, riscontrabile ad un approccio superficiale. Gli argomenti trattati, infatti, spaziano senza un preciso ordine razionale dall’astrologia alla cosmografia, dagli aspetti escatologici a quelli naturalistici e storici, esattamente come se si trattasse di fiori raccolti in un “bouquet”, confezionato in maniera completamente casuale. La strana randomizzazione caratterizzante l’opera, non è invero solo il frutto esclusivo di un banale problema di ricerca o di revisione dell’autore.[22] Dall’aspetto compilatorio un po’ anomalo evidenziato, traspare forse la reale volontà del copista. Lamberto, tramite questa sua particolare collazionatura di loci, si direbbe voler incastonare in filigrana, l’archetipo dell’“orthus conclusus”,[23] della ghirlanda, appunto del giardino “floridus”. In sostanza, la struttura portante dell’impianto compositivo, è molto prossima, per dir così, ad una metafora topografica. L’opera sfuma in un percorso immaginario in grado d’accompagnare il monaco, in un labirinto mnemonico e contemplativo il cui orizzonte coincide sempre con lo stesso luogo. Si tratta del sacro suolo dove si è consumata la passione di Cristo, ossia l’orto degli olivi. Si deve ricordare, infatti, che l’attenzione del monaco deve sempre essere rivolta a Dio. In ogni momento. Il lavoro che compie, qualsiasi esso sia, di riflesso lascerà trasparire questo suo atteggiamento mentale per dir così, metafisico. Allora, quale luogo migliore dove coltivare al meglio simili pensieri, se non in un chiostro abbaziale? E’ proprio il “claustrum”, infatti, a fissarsi indelebilmente nella memoria. E’ proprio il chiostro abbaziale siccome spazio euritmico contemplativo, a coinvolgere lo spirito tramite le sue arcate, con le sue colonne ed i suoi capitelli, sempre diversi per forme e decori. Con le sue luci calibrate. Con le sue morbide sonorità evocative. Con i suoi profumi penetranti ed i suoi colori gentili.[24] E’ proprio questo “orto mnemonico” ad accompagnare i monaci all’interno dei loro più intimi percorsi figurati. A volte tali cammini dell’anima riescono a raggiungere i bastioni della Gerusalemme celeste; altre volte, invece, arrivano “soltanto” nei dintorni dei baluardi della Città Santa terrestre … D’altro canto, queste idee saranno riprese, armonizzate e sistematizzate in forma più organica da Tommaso d’Aquino nella sua “Summa Teologica”. L’originale impianto formulare di Lamberto è pervasivo. Sarà ancora presente, infatti, nel 1446 a Firenze, adottato da un personaggio del calibro di Sant’Antonino.[25] L’opera di Lamberto segna il passaggio ad un momento epocale di maggior consapevolezza, dove gli uomini non si sentono più soltanto issati sulle spalle di giganti dalle quali tutto scrutare. Ora si è parte attiva del divenire storico. Nuovi ed inesplorati scenari si stanno dischiudendo agli occhi degli innovativi fautori di cultura. Lamberto di Saint-Omer è uno di loro. E’ quindi anche grazie al suo monumentale operato, che il dodicesimo secolo potrà risvegliarsi da un torpore culturale indotto da secoli di travagli socio-politici devastanti. Sarà un primo momento evolutivo, non solo intellettuale, per il mondo dell’“oscura” Età di Mezzo …[26]

 

… Una sorprendente proiezione cartografica: la visualizzazione figurativa bi-emisferica, ovvero la “coccinella” di Lamberto di Saint-Omer …

Il tentativo di focalizzare la nostra attenzione su di un’opera tanto esclusiva quanto quella di Lamberto, trova fondamento nell’esigenza di risolvere una complessa indagine storico-cartografica multidisciplinare la cui soluzione potrebbe rivelarsi sorprendente e di una certa portata. Le chiavi di lettura di cui ci si è avvalsi per dischiudere quanto sembrava un impenetrabile scrigno, per quanto si conosce, non si sono mai adoperate con la stessa “ratio”. Fino a questo momento, almeno …

I risultati, come si dimostrerà, sono notevoli. Iniziamo da una visione cosmografica d’eccellenza. Si tratta di quella descritta appunto da Lamberto nel suo “Liber Floridus”.[27]

                    

(2) Carta di Leida sec. XIII.

 

 

 

 

 

 

 

« … la rappresentazione cartografica era una evoluzione della meditazione cosmografica, la visio della tradizione monastica. Vi era cioè identità tra la rappresentazione proporzionale della terra sferica sul piano e retropensiero simbolico e religioso. L’osservazione del mondo e la sua misurazione era un atto sinonimo di preghiera … ».[28] Osservazione certo condivisibile. La carta geografica antica, il suo contenuto semantico è, per dir così, “double-face”, reversibile. Prima d’assolvere la funzione d’uso eminentemente pratico, per la quale di solito si conosce, la carta geografica possiede anche tutti i crismi, è il caso di dire, di una vera e propria immagine sacra. Il monito accluso è di salvezza e di misericordia. Certe carte geografiche, in definitiva, si possono intendere quali strumenti deputati ad accompagnare e ad istruire il ragionamento del fruitore, arrivando fino al limite d’influenzarne il comportamento. L’osservazione e la meditazione del mappamondo o della planimetria di una città, può costituire un’alternativa al pellegrinaggio “fisico” verso i luoghi sacri. Il noto labirinto esistente nella pavimentazione della cattedrale di Chartres, può essere un buon esempio del genere …

Dalla carta geografica traspare, dunque, come si può ben intuire, un potere di persuasione, anche morale, ben più forte della semplice trattazione didascalica, che solitamente si accompagna alla rappresentazione. Un’energia divina che si fa tratto, pigmento, e da immagine dipinta si traduce in visione mentale. La prova di questo si riscontra in alcune carte medievali che si sono appunto utilizzate come vere pale d’altare, in diverse chiese e cattedrali del secolo XIII.[29] E’ forse una puntualizzazione scontata, tuttavia, la rappresentazione cartografica elaborata da Lamberto di Saint-Omer, come del resto le altre iconografie presenti nel suo “Liber Floridus”, si rivela rappresentare il distillato di tutte le eccellenze semantiche fin qui enumerate. Forse anche qualcosa in più. Ad esempio analizziamo la struttura iconografica del mappamondo presente nel “Liber Floridus” di Leida del secolo XIII. L’impianto figurativo riprende in forma omologa le linee descrittive del mappamondo inserito nel più antico “Liber Floridus” di Wolfenbüttel, del secolo XII. Si riscontrano, in entrambe i casi, caratteristiche così specifiche da rendere la rappresentazione grafica lambertiana, probabilmente unica nel panorama cartografico canonico del periodo …

(3) Il mappamondo cod. di Wolfenbütttel 1125.

 

Di quali particolarità si parla? A dispetto del fatto che la dottrina dei Padri della Chiesa,[30] reclamizzi diffusamente l’assurdità dell’idea legata all’esistenza degli “antipodi”,[31] la potente ipotesi uguale e contraria, nelle carte di Lamberto si rileva imporsi addirittura in modo perentorio. L’esistenza di una quarta parte di terraferma ossia la “Plaga Australis”, con la correlata, precisa rappresentazione e dislocazione a sud del globo terracqueo a quel tempo conosciuto, per Lamberto s’intuisce essere un’idea ormai acquisita definitivamente. Del resto anche Beato di Liebana amava rappresentare l’eretico punto di vista. E’ nondimeno nella carta di Wolfenbüttel e poi in quell’omologa di Leida, che per la prima volta, informazioni e descrizioni di quei fantomatici lidi sono diffuse da un copista cristiano ed in modo tanto esteso. Ad incuriosire, invero, non è solamente la “strana” rappresentazione grafica. Ecco, infatti, la traduzione della sbalorditiva legenda sistemata da Lamberto direttamente sulla rappresentazione della “sua” di “Plaga Australis”:

« Plaga australe temperata e sconosciuta ai figli di Adamo per nulla adatta al nostro genere. E infatti mai occhio nudo vide il mare intercorrente tra la terra che si estende dall’oriente ad occidente e divide la terra illuminata dall’ardore del sole che corre al di sopra attraverso il circolo latteo: respinge l’accesso agli uomini: e per nessuna ragione permette il transito a questa zona. I filosofi pensano che gli antipodi, coloro che hanno il giorno opposto alla nostra notte, abitino questa zona e asseriscono che essi sono divisi da noi per la diversità delle stagioni. Infatti, quando noi bruciamo per l’estate essi congelano per il freddo. A noi, in verità, è permesso scorgere le stelle settentrionali e ad essi è assolutamente negato. Non vi sono altre stelle che siano negate, agli sguardi di quelli; e quelle che nascono insieme con loro insieme tramontano: e i giorni e le notti si svolgono sotto una sola longitudine, ma la velocità del solstizio e il sole affrettandosi attraverso la brina per mezzo di quelli fa venire due volte l’inverno». Il passo appena citato, è ripreso dal Somnium Scipionis ciceroniano riadattato da Macrobio verso la fine del secolo IV.[32] Macrobio per la sua trattazione s’ispira con un buon margine di sicurezza al “Timeo” di Platone ed agli scritti presenti nella famosa “Biblioteca storica” di Diodoro Siculo, risalente al secolo I avanti Cristo.[33] La domanda è inevitabile: Lamberto, cosa intende comunicare tracciando l’inconsueto profilo del suo mappamondo “riformato”? Senza dubbio, il nostro rispetta la “conditio sine qua non” secondo cui la volontà del copista non può esimersi dal rimanere, per dir così, ancorata interiormente col divino in modo costante. Allora, se questo è vero, Lamberto si sta avvicinando a Dio mediante percorsi di conoscenza alternativi? Al momento è difficile trovare risposte ragionevolmente coerenti. Del resto è pur difficile comprendere il fine dell’infaticabile, sottile e silenzioso lavorio intellettuale dei monaci. E’ loro intenzione realizzare un’opera di revisionismo “scientifico” basato, nondimeno, sulle epitomi filologiche pagane di Macrobio, Marziano Capella, Pomponio Mela e quanti altri? E’ loro proposito determinare lo “status quo ante” escatologico, ossia rappresentativo del fine ultimo prefissato da Dio fin dal principio, nel progetto “Genesi”? E’ di quest’epoca la nascita del tentativo di sondare, in un certo senso, la “mente di Dio”? L’assunto che il mondo è sferico, come indica il cartiglio in alto a destra della rappresentazione cartografica in discorso, è un dato genericamente accettato. All’epoca, quantomeno, non è un’eresia sostenerlo. E’ un ordine di discorso assolutamente diverso, invece, asseverare l’esistenza di una terra agli antipodi abitata ed al contempo dimenticata da Dio. Allora, che cosa sta accadendo di così intensamente “evolutivo” da suggerire l’inserimento in quest’opera, tenacemente voluta da Lamberto di Saint-Omer, d’immagini e descrizioni così riformate e soprattutto così riformanti? Per la precisione, nel documento prototipo di Gand, il mappamondo è molto più schematico. La tracciatura dell’iconografia non si presenta dettagliata e sorprendentemente avanzata, come invece riscontrabile nelle edizioni successive di Wolfenbüttel o Leida, quando Lamberto è ormai già deceduto …

(4) Mappamondo Codice 92 Gand, 1121.

 

L’elemento però che permette di sostenere la carta di Wolfenbüttel essere un progetto esclusivo approntato da Lamberto di Saint-Omer e dal suo entourage, ci perviene da una miniatura del cosiddetto “Codice 92” di Gand. Riguarda il quadrante di una carta illustrativa dell’Europa, derivata quasi certamente dalla redazione di una carta cosmografica totale del globo, e non solo limitata al continente europeo. Confrontato con la rappresentazione degli stessi quadranti presenti negli altri due mappamondi, emerge icastica, la mano dello stesso autore, suffragando così “in toto” l’idea avanzata. L’impianto cartografico dell’Europa in questo caso è suggestivo per riecheggiare il mappamondo merovingio di Albi del secolo VIII. Prodotto verosimilmente nello scrittorio del monastero della storica località francese, il documento, per quanto si conosce, risulta ad oggi il più antico del suo genere. Ora non sembra convinzione improbabile stimare reale un’idea: alcuni monasteri, prima della Gallia e poi in prosecuzione “ereditaria”, della Francia rinascimentale, si sarebbero scelti per raccogliere e diffondere informazioni geofisiche innovative ad alto contenuto ermetico. Una dimostrazione? Ad Albi, si trova il primo mappamondo realizzato con grafia non stilizzata: risale al secolo VIII. A Saint-Bertin si rinviene, con ogni probabilità, la prima carta geofisica con una rappresentazione integrale riproducente la configurazione del mondo: è dell’anno 1121. A Saint-Dié si rintraccia la prima carta attendibile del Nuovo Mondo: data al 1507…

(5) L’Europa, tratta dal    (6) Mappamondo merovingio di Albi Codice 92 Gand 1121.           VIII sec.

Si deve notare la dicitura

indicante l’Europa quale

quarta parte del mondo …

 

… Lamberto di Saint Omer si direbbe possedere un imprimatur speciale: poter lavorare indisturbato per illustrare una nuova concezione di “cosmographia”. Si tratta di una rappresentazione geografica dai contenuti tanto innovativi, come si è già ipotizzato in nostri studi precedenti, da dissimulare a sud del Vecchio Continente, le forme e la visione di una nuova “Terra Australis”. La cosa interessante è che questa terra è situata, curiosamente, fuori del suo “zoning” naturale. Ora è lecita una domanda: all’epoca di Lamberto, già si conoscevano le coordinate di un continente incognito esistente ad occidente, posizionato tra Asia ed Europa? Difficile dissipare le nebbie delle incertezze. Vero è che altre carte, epigone di quelle che il nostro abate Lamberto appresta, ci rivelano un’ottima se non stupefacente conoscenza del Vecchio Continente.[34] Non è certo la medesima qualità cognitiva, tuttavia, riservata alle terre esistenti oltre la cosiddetta “finis terrae”, che è molto prossima al nulla …[35]

( 7) Il mappamondo di Henry di Mainz.

(8) Il mappamondo anonimo di Monaco.

 

Con l’eclissarsi dell’Impero Romano, le antiche concezioni del mondo pagano si riscontrano modificate, strumentalizzate in funzione delle teorie catechistiche cristiane. Le cosmografie di Pomponio Mela, Macrobio, e di Marziano Capella sono stravolte e ribaltate. Gli impianti descrittivi proto-geografici del periodo ellenistico-romano, rispecchiano una genuina presunzione scientifica e pratica. Arrivano a volte ad avanzare poco criticamente teorie azzardate come, ad esempio, quella degli “Ipernotoi”, ossia chi è contrapposto agli “Iperborei” [36]

Nel Medioevo il discorso cambia. L’ingenuo approccio, ancorché aristotelico, si riavvia mutandosi in un percorso escatologico dall’unico fine: la salvezza dell’anima. Uno dei cambiamenti più radicali, dal secolo V, è l’accoglimento concettuale della tripartizione del mondo mutuata dalla tradizione classica.

In sostanza è quanto Sant’Agostino evidenzia, allorché tratteggia le grandezze rispettive delle tre parti dell’ecumene. L’Asia occuperà d’ora in poi, l’intera metà della Terra …

La nuova dimensionalità del continente asiatico, porterà l’orientamento delle carte, a subire una rotazione di 90 gradi in senso antiorario verso Est, con riferimento alle sorgenti celesti del Tigri, dove in genere si colloca il Paradiso … [37]

(9) Il mappamondo con schema O-T sec. XIV.

(10) Disegno interpretativo il mappamondo di Uruk.

 

Si tratta dei cosiddetti mappamondi O-T. Simili composizioni descrittive s’avvalgono d’antichi concetti geografici già sviluppati dalla cultura babilonese, trasfigurandone però il contenuto semantico, attraverso elaborate metonimie cristiane. Lo schema a T adottato per illustrare dei segmenti fluviali nel mappamondo babilonese di Uruk del secolo VII avanti Cristo, ne costituisce un buon esempio. Il curioso schematismo, asservito alla visione cosmologica patristica, nel medioevo assumerà gli stessi potenti valori del “Tau”, assumendo quindi la tipizzazione di sostanzioso elemento semioforo cristico …

Nel secolo XIII, lo scenario “salvifico” sotteso alle proiezioni cartografiche, raggiungerà il culmine della sua evoluzione immaginativa, con l’idea di ubicare al centro delle carte la città di Gerusalemme. E’ poi lo scambio culturale tra mondo Occidentale ed Orientale, attraverso la mediazione formativa operata dai monasteri, a portare la rappresentazione dell’ecumene ad un adeguamento, per dir così, naturalista. E’ la stessa natura, in sostanza, ad acquisire ora una sua autonomia, anche teologica: “… S’impara più dalla foresta che non dai libri. Gli alberi e le pietre insegnano cose che non si ascoltano altrove …” …[38]

La carta di Lamberto di Saint-Omer, insieme ai mappamondi di Mainz, di Monaco, ed alla cosiddetta “Cotton Map”, sono la testimonianza ancora pulsante di questa nuova tendenza.                    I contenuti geografici di queste opere sono molto avanzati, proprio come si può riscontrare nel mappamondo di Lamberto.

La rappresentazione dell’ecumene, infatti, qui sembra desumere la sua composizione formulare da una visione cosmografica parallela: quella sviluppata dalla cultura araba. Nel mappamondo di Wolfenbüttel il bacino Mediterraneo, come nelle carte islamiche, è esteso pressoché nella sua corretta lunghezza. L’intero continente euro-asiatico è perfettamente identificabile. L’Africa è circumnavigabile e stirata verso Oriente. L’Oceano Indiano illumina i profili di un mondo orientale suggestivo per essere già conosciuto ed esplorato fino alle coste della Cina. La carta di Lamberto si scopre voler richiamare e seguire le linee guida della scuola cartografica orientale. In modo più specifico, si riscontra una buona contiguità, forse con quelle usate successivamente anche dal geografo e scienziato marocchino al-Idrisi (1130-1154), per realizzare il mappamondo del normanno Ruggero II …

(11) Mappamondo di Al-Idrisi sec. XII.

(12)Un esempio di cartografia islamica del XIII sec. di Ibn-Said.

 

Nella carta di al-Idrisi, però, l’orientamento è rivolto con il Sud in alto, secondo una convenzione appresa dai cinesi. Le terre sono meglio tracciate e la “Terra Australis” non compare. A dispetto di ciò, se messi a confronto, i due impianti cartografici presentano diverse similitudini. Le isole: si sono sistemate a ghirlanda intorno alle terre ferme. Certi elementi idrografici ed orografici. L’opportuna estensione in longitudine fissatasi per il continente Euro-Asiatico. Lo stiramento ad Est dell’Africa. Sono tutti dettagli, questi, indicativi della correlazione esistente tra gli impianti in discorso ed un esemplare cartografico prototipico, verosimile modello per entrambe. La carta di Lamberto, invero, segue un orientamento “classico” per l’epoca, ossia con l’Est in alto. L’Asia, ciò nondimeno, a discapito delle teorie agostiniane, non occupa in proporzione più della superficie dell’Europa. Il particolare è parimenti riscontrabile anche nel mappamondo di al-Idrisi. La carta di Saint-Omer presa nella sua panoramica d’insieme è, però, molto meno fruibile agli occhi di chi osserva, rispetto alla proiezione araba. Nell’impianto cartografico lambertiano, infatti, l’estensione geofisica dell’emisfero dove si trovano collocate le tre parti abitabili, ossia Europa, Asia ed Africa, s’inferisce essere maggiormente compressa. Si può intendere quasi staccata dall’insieme. Nel secondo emisfero, questa volta ben amplificato ed indipendente, s’affresca una quarta parte aggiuntiva, che nulla indica come inabitabile. Anzi. Si tratta della “Plaga Australis”. A volerne quasi accentuare l’importanza, vi è la netta scorporazione dal precedente emisfero. La domanda è lecita: si è alla presenza di due emisferi opposti ma racchiusi in un’unica circonferenza? Per capire di cosa si tratta, innanzi tutto si deve sistemare l’elaborazione interpretativa secondo una visuale più familiare, ossia immaginando la carta senza considerare l’orientamento cardinale imposto dalle regole dell’epoca. Ora, quali riferimenti utilizzare per orientare su di un’asse terrestre attendibile, l’immagine geografica di Lamberto, giacché sulla stessa non compare, almeno di primo acchito, né una coordinata geografica esplicita e nemmeno una segnalazione convenzionale? Semplice. Occorre, innanzi tutto, ruotare la carta di 90 gradi verso sinistra, in modo da ottenere una prima dislocazione organica dell’insieme.

 

(13) Il mappamondo di Leida ruotato di 90°.

 

Osservando la carta così configurata, si provi ora ad identificare alcuni dei toponimi che la costellano. Dopo aver focalizzato il punto più familiare della carta, ossia il bacino del Mediterraneo, si provi ad individuare la curiosa dislocazione della penisola italica. Si noterà facilmente, che l’Italia si presenta ruotata di circa 45 gradi rispetto alla costa africana e quindi al suo assetto naturale. Orbene, come spiegare un errore tanto grossolano, quando, invece, in carte come quella di Albi o di Mainz quest’anomalia sospetta non compare? Non basta. La medesima distorsione si ritrova nelle penisole illirica, ellenica ed iberica. La penisola anatolica ed il continente africano sono ruotati invece di 90 gradi. Osservando però proprio quest’ultima superficie geografica si nota che, come nella carta di al-Idrisi e di Mainz, il continente africano è rappresentato come la terra circumnavigabile descritta da Erodoto nelle sue “Storie” [39]

Non vi sono dubbi circa la qualità delle fonti in possesso di Lamberto. Sono così esaustive da consentire una visione dell’ecumene decisamente avanzata. Viene da chiedersi allora, perché si è realizzato un prodotto, che almeno in apparenza, è così discontinuo e tanto altalenante? Sì perché se da un lato sono riscontrabili errori grossolani come l’inclinazione errata dell’Italia e degli altri territori, per contrappunto si ha, invece, la clamorosa conoscenza, concernente il territorio africano. La pressione del pensiero fideista imponeva un qualche tipo di freno sul progetto cartografico di Lamberto? Non è dato saperlo con certezza, ma tutta la questione porta a pensare di sì. Si deve tener presente che il mondo all’epoca “doveva” estendersi, secondo le cinque fasce climatiche già contemplate da Posidonio.[40]

La “Finis Terrae”, ossia l’equatore, è la linea intermedia che divide i luoghi abitati detti “synoikoi” da quelli opposti, ossia “antoikoi”, gli antipodi. Di fatto questa è da sempre considerata una fascia torrida ed infuocata, inaccessibile. Simili cognizioni climatiche, nel Medioevo, sono già intuite come ingannevoli. Servono tuttavia egregiamente a supportare le cause e le visioni ecclesiali, invero piuttosto dogmatiche, del periodo. Le terre abitabili a questo punto non possono scivolare di sotto a questa “Finis Terrae”, dove è impossibile resistere e sopravvivere ai raggi cocenti e secchi del sole. L’ecumene resta quindi relegata in angusti spazi, sia latitudinali sia longitudinali, che ne comprimono l’estensione.

I figli d’Adamo, mai e poi mai potrebbero attraversare questi inaccessibili confini e la “Terra Australis”, se mai è esistita, a questo punto sarebbe irraggiungibile, anche per gli stessi discepoli di Gesù. Il disegno divino, ovvero quello che s’interpreta come tale, in questo modo rimarrebbe imperturbato anche di fronte alle ipotesi cosmografiche più ardite …

 

… Protocollo da seguire per trovare un più consono orientamento alla bizzarra carta compilata da Lamberto ed ottenere uno “zoning” più appropriato per le terre qui illustrate …

Nella carta lambertiana si può facilmente constatare, come le terre rappresentative del continente Euro-Asiatico e l’Africa, rispetto alla linea della “Finis Terrae” od equatoriale, puntano inequivocabilmente verso Est, anziché verso Sud. E’ evidente quindi, che tutti gli schemi per leggere su questa bizzarra carta, una corretta distribuzione dei riferimenti cardinali a questo punto saltano. Non è così invece, osservando la proiezione geofisica di al-Idrisi, corretta sotto ogni punto di vista. Ora, rilevate le strane incongruenze e valutato possibile, almeno in linea di principio, ripristinare la carta lambertiana secondo le stesse prospettive della carta araba, si tenterà di restituirne il contenuto ad un più consono ed euritmico quadro cartografico d’insieme. Si deve, ad esempio, necessariamente ristabilire l’inclinazione “naturale” d’alcune terre. Si provi allora a correggere, ad esempio, la penisola Italica, riportandola ai suoi originali 43 gradi d’inclinazione rispetto alle coste libiche …

(14) La proiezione ad elitra di coccinella del mappamondo di Leida.

 

Eseguendo quest’elementare operazione di trascinamento, nondimeno, diventa istintiva se non proprio cogente la consecutiva traslazione di tutte le altre estensioni territoriali del continente europeo.[41] L’aspetto più clamoroso, però, è che così facendo è tutto l’emisfero Nord a subire un ampliamento in latitudine di almeno 30 gradi. Le terre africane, che prima s’individuavano sopra la “Finis Terrae”, di conseguenza, si trovano ora proiettate a buon diritto di sotto ad essa. Lo spazio oceanico a questo punto s’espande, sospingendo per decompressione l’emisfero occupato dalla “Plaga Australis” verso sinistra con un’inclinazione di circa 45 gradi rispetto all’impianto cartografico originale …

(15) La rielaborazione della carta di Leida.

 

Una cosa è certa: dopo queste semplici operazioni di “espansione adattativa”, l’orientamento cardinale si mostra corretto e la lettura della carta di Lamberto è immediata e di facile comprensione. Così riformulata, anzi, funziona esattamente come la carta di al-Idrisi o di Henry di Mainz, ossia esattamente come una “normale” carta geografica. La domanda è d’obbligo. Si è di fronte ad un’empirica, futuristica proiezione sincrona di due emisferi, l’uno occidentale, a rappresentazione della “Terra Australis”, che improvvisamente assorbe un vago sapore di continente americano, l’altro, orientale, ambedue racchiusi in un unico spazio cartografico? Difficile rispondere. Certo è, che l’identificazione di un secondo emisfero nascosto all’interno dell’unica circonferenza rappresentante il globo terrestre nella carta del “Liber Floridus” lambertiano è sorprendente. La proiezione da noi denominata “biemisferica”, ovvero proiezione “a coccinella”, permette di sviluppare, in qualche maniera, una carta geofisica dell’Età di Mezzo, come mai si è tentato, e forse riuscito prima … [42]

(16) La proiezione biemisferica del mappamondo di Leida.

 

Torniamo alla carta originaria. Appaiono evidenti dal confronto delle due proiezioni, alcuni dettagli. Ora, ad esempio, la fascia della “Finis Terrae” non è più un confine indefinito tra la tripartizione delle terre conosciute ed una “Terra Australis” avente per coordinata, un ingannevole stiramento orientato verso Est anziché, più correttamente, verso Sud. La linea in discorso, si direbbe assumere il ruolo di tracciato divisorio, cardine tra Oriente ed Occidente. Si tratta di un Occidente, invero, dalla fisionomia quasi pre-colombiana, estensione dove si è collocata senza alcun timore reverenziale, una quarta parte del mondo, nel luogo in cui come cita chiaramente la legenda vivono gli antipodi. Consiste in una terra inaccessibile ai figli d’Adamo, perché divisa da un mare sconosciuto, che si estende da Oriente ad Occidente. Si tratta di una “Terra Australis”, dove sia le stagioni sia il decorso dei giorni, sono inverse rispetto al resto del mondo conosciuto. Siamo nell’anno del Signore, 1121…

(17) A sinistra l’elaborazione della Carta di Leida secondo la ratio individuata. A destra il mappamondo di Pietro Apiano del 1524. Si deve notare la sorprendente somiglianza tra le due figure illustrative del continente americano.

 

Lamberto di Saint-Omer, canonico cluniacense o abate cisterciense di Saint-Bertin? …

 

(18) Lamberto, immagine tratta dal Codice 92 di Gand, 1121.

 

Tra le 62 illustrazioni del “Codice 92” di Gand compare anche, oltre alle proiezioni geografiche appena analizzate, un’immagine indubbiamente particolare. Si trova nel Fol. 13r. Si tratta della figura di un amanuense. E’ colto di tre quarti. Indossa una tunica bianca seduto al suo scrittorio, con un temperino ed una penna in mano. Su questo personaggio campeggia la lettera “L”. Indica il suo nome: Lamberto. Per quanto si conosce, questa è verosimilmente l’unica immagine nota del nostro copista. Ai margini dell’illustrazione, scorrono alcuni nomi degli abati che hanno governato sia il monastero di Saint-Bertin, sia il capitolo di Saint-Omer. L’immagine del personaggio occupa completamente il foglio, lasciandone presagire l’importanza. Nel prologo del “Liber Floridus” [43] si trovano alcune indicazioni sull’origine dello scrivano. La dicitura che ne rivela l’identità è questa: “La(m)b(er)t(us) filiu(s) Onulfi, canonic(us) S(an)c(ti) Audomari”. Vero è, che dalla laconica didascalia non è possibile stabilire qual è la reale portata e soprattutto la concreta funzione di Lamberto all’interno del monastero. Ad ogni modo, continuando ad esaminare l’illustrazione, è impossibile non notare un dettaglio. Il monaco seduto sullo scranno dello scrittorio, indossa una candida tunica. Non è un particolare di marginale importanza. Anzi. Nel periodo in cui si realizza quest’illustrazione documentaria, sono i monaci Cisterciensi ad indossare il niveo saio, quasi in contrapposizione alla divisa bruna dell’altro ordine benedettino dei Cluniacensi. Lamberto era dunque un benedettino non già cluniacense, bensì cisterciense? …

 

(19) San Bernardo allo scrittoio sec. XV. Il saio bianco è la “divisa” dei Cisterciensi.

 San Bernardo, Chiesa di San Grigio, Mandello Lario, sec. XV. Si deve notare, oltre al niveo saio, la doppia circonferenza che sembra indicata dalla mano destra del santo.

 

Si ritornerà sull’argomento più oltre. Ora è importante comprendere, possibilmente cosa induce ad effigiare un “semplice” canonico quale novello San Gerolamo, contornato dall’elenco martirologico di tutti gli abati insediatisi nei due monasteri, di Saint-Bertin e Saint-Omer, fino alla data dell’anno del Signore, 960. Tutto questo ha un senso soltanto se l’autore dell’immagine intende porre l’accento sull’alto grado gerarchico rivestito dal personaggio ritratto, all’interno del capitolo di Saint-Omer. Lamberto forse non era un semplice canonico. Non s’annuncia supposizione improbabile ritenere, anzi, che Lamberto ricopra una carica assolutamente rilevante. A dirlo sono le originali illustrazioni dei bestiari contenuti nel suo “Liber Floridus”. La rappresentazione della sua Gerusalemme messianica attraverso profondi, articolati modelli iconografici. Le raffigurazioni di personaggi storici, sono esemplari Ottaviano Augusto o Carlo il Calvo. Sono le dotte citazioni sistemate a contorno di queste immagini a parlare. Tutto ciò conduce in modo inequivocabile ad un compilatore, che può avere accesso a fonti documentarie e testuali autorevoli. Si tratta, soprattutto, di un redattore che non si accontenta intellettualmente di mediocri riferimenti, come alcuni studiosi tentano di far credere.[44] Lamberto, in sostanza, è uno straordinario autore ed un raffinato scoliaste. Certe sue fonti documentarie sono esclusive e di consistente portata: la sorprendente iconografia del mappamondo è lì a dimostrarlo. Qualche conto non torna, dunque. Lamberto è il nuovo abate di Saint-Bertin? E’ un sacerdote di Saint-Omer? E’ un magister? Per qualche studioso esistono due monaci dal nome Lamberto. Per altri n’esisterebbe uno solo. L’Enciclopedia Cattolica, alla voce “Lamberto di Saint-Bertin”, riferisce che egli è un monaco, un cronista ed un abate. E’ uno studioso di grammatica, di teologia e di musica. Per un certo periodo, riveste l’incarico di priore a Saint-Bertin. Nel 1095, è scelto contemporaneamente sia dai monaci di Saint-Bertin sia dai canonici di Saint-Omer quale abate. Il profilo termina con l’ipotesi che Lamberto di Saint-Bertin e non di Saint-Omer, è chi compilò il “Liber Floridus”.[45] Ora, il dubbio rimane: Lamberto è unico oppure sono due i confratelli che portano questo nome? Difficile rispondere adeguatamente. A confortare l’idea del monaco Lamberto “unico”, tuttavia, giunge in soccorso un documento datato al 1145. E’ compilato dal monaco Simone di Saint- Bertin. Si tratta d’annali. La notevole compilazione è nota come: “Simonis gesta abbatum S. Bestini Sithiensum”.[46] L’opera di Simone si conclude però tre anni prima della sua morte, avvenuta nel 1148. Il monastero, al momento, è retto dall’abate Leonio. Si deve serbare memoria di questo nome. Riepiloghiamo, dunque. Il canonico Lamberto, compilatore del “Liber Floridus”, con ogni probabilità, nasce nel 1055. E’ figlio del canonico Onulfo. Nel 1080 circa, diviene canonico nella chiesa di Notre Dame a Saint-Omer e, nonostante notevoli contingenze avverse, verosimilmente riesce ad avere, in ogni caso, libero accesso alla biblioteca del monastero di Sant-Bertin. La frequenterà probabilmente per dodici anni, dal 1108 al 1120. Morirà l’anno seguente, nel 1121. Nello stesso periodo, nondimeno, un altro Lamberto governa come abate il monastero di Saint-Bertin, dal 1095 al 1123. Sarà lui a conferire al monaco Simone l’incarico d’intraprendere l’importante opera compilatoria degli annali abbaziali. Lamberto abate nasce nel 1060 e muore nel 1125. Queste si possono ancora definire coincidenze? In quale modo poi, si può intendere il preciso elenco degli abati riferiti da Simone nei suoi annali, elencazione che riprende, completandola con il nome di “Lambertus”, l’enumerazione presente nell’illustrazione del “Liber Floridus”? Le incognite non terminano certo qui. L’illustrazione in cui compare Lamberto seduto alla scrivania, rivela che il monaco, con un certo margine di sicurezza, appartiene all’ordine Benedettino dei Cisterciensi. Quale prova si ha per confermare tale indizio rivelatore? Solo la sua tunica bianca? L’indumento indossato dal monaco nell’illustrazione del “Fol. 13 r”, rappresenta davvero un buon punto di partenza per sostenere quest’idea. E’ vero, nella stessa misura, che le “Lettere ai monaci dell’abbazia di St. Bertin” vergate da San Bernardo, databili al 1140, possiedono tutta la forza ed ogni caratteristica per costituire un chiarissimo e decisivo elemento di prova. I quattro documenti sono indirizzati all’abbazia di Saint-Bertin. Provengono dal ricco epistolario prodotto da San Bernardo.[47]

Due di queste lettere sono rivolte all’abate Leonio, mentre due, più genericamente, sono indirizzate ai monaci, che compongono la comunità di Saint-Bertin. In tre di queste lettere si fa esplicitamente riferimento ad un aiuto ricevuto da alcuni confratelli cisterciensi da parte dell’abate di Saint-Bertin. In quale periodo si è svolta la vicenda? Forse quando a dirigere l’abbazia è ancora Lamberto? Di quale favore si tratta? San Bernardo, purtroppo, non fornisce elementi indiziari sufficienti per comprendere qual genere di soccorso si tratta e soprattutto quando ciò accade, pur se qualche idea sull’argomento c’è …

Il quarto documento, è fondamentale per l’esplorazione sin qui condotta. Gravita intorno al nullaosta accordato dall’abate Leonio, per il trasferimento a Clairvaux del monaco, certo Tomaso di Saint-Omer. Le lettere fotografano un momento particolare per l’abbazia di Saint-Bertin. Si tratta, con una buona approssimazione, del primo movimento, per dir così, “revisionista” effettuato da un monastero cluniacense verso la più severa regola cisterciense. Seguiranno la strada tracciata dal monastero di Saint-Bertin, abbracciando quindi la stessa riforma cisterciense, altri duecento complessi monastici cluniacensi …

E’ interessante a questo punto cercare di capire, quando s’instaura il rapporto di “buon vicinato” tra i Cistercensi legati a Bernardo di Clairvaux ed i Cluniacensi di Saint-Omer. Torna utile a questo punto, la visualizzazione iconografica del monaco Lamberto concentrato allo scrittorio. Anzi. Non si è molto distanti dal vero stimare proprio quest’immagine annunciare il fatidico accadimento. Si è quindi, con un certo margine di certezza, nell’anno del Signore, 1121 …

Le sorprese, tuttavia, non finiscono qui. Secondo le cronache di Saint-Bertin, Goffredo di Saint-Omer, primo compagno di Ugo de’ Pagani, fondatore dei Templari, converte una dimora ricevuta in eredità,[48] nella prima commenda templare impiantata in territorio francese. L’avvenimento è ratificato dal sinodo di Reims, nel 1131. Ora, è vero che tirare fuori della manica la “carta templare”, è sempre una manovra un po’ azzardata. Di questo si è ampiamente consapevoli. Usata con estrema cautela nondimeno, la stessa carta è in grado di riservare sorprese inaspettate tornando utile, oltre a tutto, per districare un doppio nodo storico. In questa prospettiva, sono due le eventualità affascinanti ipotizzabili. La prima si dimostrerebbe in grado di risolvere l’inquietante ubiquità di Lamberto. La seconda illuminerebbe il travagliato percorso seguito da una parte del materiale documentario visionato dal monaco di Saint-Bertin, indispensabile per la stesura del suo “Liber Floridus”

 

(20) Pagina degli annali di Simone di Saint-Bertin del 1140, nell’edizione ottocentesca.

 

Dagli annali di Saint Bertin s’inferisce, che l’abate Lamberto riversa sul cronista Simone la responsabilità iniziale di redigere la cronaca dell’abbazia.[49] Nelle stesse cronache, oltre a ciò, si narra un altro accadimento. Il passaggio si direbbe assumere sfumature vagamente templari. Ecco il testo in dettaglio:

“1099 « … Durante lo splendido regno di Goffredo di Buglione alcuni cavalieri decisero di non tornare fra le ombre del mondo, dopo aver così intensamente sofferto per la gloria di Dio. Di fronte ai principi dell’armata di Dio essi si votarono al Tempio del Signore, con questa regola: avrebbero rinunciato al mondo, donato i beni personali, rendendosi liberi di perseguire la purità e conducendo una vita comunitaria, con abiti dimessi, usando le armi solo per difendere le terre dagli attacchi incalzanti dei pagani, quando la necessità lo richiedeva»”.[50]

Ora, è inevitabile formulare il solito quesito: i misteriosi cavalieri citati, che ben prima della fondazione dell’Ordine dei Templari si recano in Palestina … votandosi al Tempio, chi sono? A questa domanda si tenterà di rispondere in un prossimo studio …

Quanto interessa in questo frangente è analizzare, piuttosto, le motivazioni sottese alla redazione da parte dell’Abate Lamberto di così esclusive informazioni. Tutto sembra indirizzare in un senso preciso. E’ lui stesso la fonte “radiante”, l’anello di congiunzione tra le informazioni sorgenti “in diretta” dall’“Outremer” ed i centri del sapere europei? Esiste qualcun altro di supporto a Lamberto nella redazione di simili note informative? Si tratta forse del Canonico Lamberto, operativo unitamente ad una delegazione di Templari?[51]

Ora, curiosamente anche il semplice canonico, quello del “Liber Floridus” per intenderci, si rivela interessarsi alle questioni riguardanti la Terra Santa. Basandosi su quanto rimane del cosiddetto frammento “Cotton”, infatti, si scopre che Lamberto realizza una pianta di Gerusalemme, dove per la prima volta si trova descritta, la situazione logistica delle truppe templari, insediatesi nella Città Santa: si tratta della planimetria registrata nel cosiddetto “Codice di Leida”.[52] Queste illustrazioni rimandano inevitabilmente alla pergamena della collezione sempre di Saint-Bertin, conservata alla “Haye Koniiklijke Bibliotheck” (NL) risalente al 1180 dove, oltre alla pianta di Gerusalemme di chiara impronta lambertiana,[53] sono tratteggiate alcune delle prime immagini di cavalieri templari …  

 

(21) Pianta di Gerusalemme, tratta dal cosiddetto “frammento Cotton”, 1121-1123, con l’indicazione dell’insediamento dei templari nel “Tempio della Roccia” di al-Aqsa sottolineato, sul lato est, della carta, dal cambio di residenza in “Templum Domini” e nel lato sud-est “Templum Salomonis” .

 

 

(22) La pianta di Gerusalemme tratta dal codice della biblioteca di Bruxelles del XIII secolo , con la stessa struttura didascalica della precedente illustrazione. 

 

(23) La pergamena dell’Aia, collezione Saint-Bertin, 1180. Si deve notare, oltre alla sorprendente quadripartizione della pianta urbana di Gerusalemme, il cavaliere templare, già molto simile iconograficamente alle rappresentazioni più tradizionali.

 

A questo punto, però, le incongruenze non si risolvono, anzi aumentano. I “due” Lamberto, si mostrano agire negli stessi campi, testuali, storici, documentari. Si mostrano, altresì, operare ambedue utilizzando gli stessi dispositivi culturali e spirituali. Ora, a ben vedere, è molto più difficile immaginare che non siano la stessa persona, piuttosto che stimare il contrario. L’abate Lamberto, riveste allo stesso tempo il ruolo di copista e di canonico nel monastero di Saint-Bertin come indica il profilo tracciato dall’Enciclopedia Cattolica? Si deve immaginare esistere che cosa dietro l’illustrazione di Lamberto chino sullo “scriptorium”, circondato dagli elenchi martirologici degli abati? Si tratta di semplice vanità autocelebrativa oppure no? Alla scrivania attende un semplice amanuense o la persona ritratta è qualcosa di più? E’ chiaro a questo punto, che l’ipotesi di Lamberto quale unica persona consente, per dir così, ai conti di tornare. Il canonico Lamberto, infatti, può avere libero accesso allo scrittorio del capitolo di Saint- Bertin, nonostante il divieto d’accesso ai monaci di Saint-Omer. A Lamberto è consentito accostarsi ad esclusive informazioni, perché non solo è abate di Saint-Omer, ma esercita anche, sincronicamente, la stessa carica nel monastero di Saint-Bertin. E’ abbastanza complesso al momento comprendere i motivi di questo suo doppio incarico. Certo è che il robusto fil-rouge individuato conduce prima in “Outremer”, a Gerusalemme, attraverso Amalfi, gli amalfitani e con ogni probabilità i Templari di Ugo de’ Pagani. Si giunge addirittura nel Nuovo Mondo, che ufficialmente non si è ancora scoperto, passando, con il benestare di un abate quasi dimenticato, ma di fondamentale importanza per la storia europea, dall’abbazia di Saint-Bertin. Questo è lo straordinario centro ancorché dimenticato del sapere e della conoscenza di quel momento …

(24) L’itinerario della conoscenza, tracciato sul profilo della carta nautica di Pietro Vesconte 1311.

 

Claudio Piani e Diego Baratono.


 

[1] Dopo la morte di Costantino avvenuta nel 337, la lotta per la successione al trono dell’Impero si rianima. Le vicissitudini che da Costanzo II portano all’invasione dei Goti sotto Valentiniano I (364 – 378) e Valente (364 – 378), che morirà nella battaglia d’Adrianopoli del 378 (con la concomitante disfatta della poderosa macchina bellica romana), sono tanto risapute quanto tragiche per la storia dell’Impero Romano. A quest’inarrestabile declino, parteciperà Teodosio alla cui morte, avvenuta nel 395, succederanno i figli Arcadio cui andrà l’Impero Romano d’Oriente e Onorio, nominato a capo dell’Impero Romano d’Occidente. Da questo momento l’Occidente cadde in sostanza in mano dei barbari ormai divenuti incontenibili. Roma fu saccheggiata nel 410 dai Goti d’Alarico. Nel 476 Odoacre depose l’ultimo dei sovrani d’Occidente Romolo Augustolo, inviando le insegne imperiali a Costantinopoli. L’Italia era ormai in mano alle popolazioni definite barbare.

[2]L’Imperatore d’Oriente Giustiniano (Tauresium, attuale Skoplje, 482 – Costantinopoli 565) si adoperò attivamente per restaurare l’autorità imperiale nell’Occidente invaso dai barbari. Riconquistò temporaneamente l’Italia, l’Africa e l’Iberia. Attuò importantissime riforme fiscali, giuridiche ed amministrative applicando il codice da lui voluto(535 – 540). Il codice ancora oggi porta il suo nome. La sua politica religiosa lo rese inviso ai pontefici romani.

[3] E’ questo il nome che designa dopo il III secolo alcune tribù germaniche. I Franchi combatterono contro i Romani giungendo fino nella penisola iberica. Nel V secolo appaiono divisi nei gruppi dei Salii, abitanti nella valle dell’Ijssell, e dei Ripuari, insediati lungo le rive del Reno. Furono unificati da Clodoveo (481 – 511), convertitosi al cattolicesimo, iniziando una politica protezionistica nei confronti della Chiesa, custodendola dalle incursioni dei Goti e dei Longobardi. Tale tendenza, in ogni caso, contraddistinse in generale la monarchia franca.

[4] Clodoveo I (ca. 465 – Parigi 511) era figlio di Childerico entrambi appartenenti alla famosa dinastia dei Merovingi. Sposò la cattolica Clotilde. Vinse i Romani nel 486, gli Alamanni nel 496, i Burgundi nel 500, i Visigoti nel 507. Fondò il regno dei Franchi e la sua conversione al cattolicesimo gli procurò il favore delle popolazioni gallo-romane, contribuendo alla stabilità del regno. La casata dei Merovingi si esaurì nel 751 con la definitiva rimozione dal trono di Childerico III, da parte del maestro di palazzo Pipino il Breve, segnando così l’inizio dell’ascesa di un’altra famosa dinastia, i Carolingi.

[5] Carlo Magno (742 – Aquisgrana 814) re dei Franchi ed Imperatore Romano è il figlio di Pipino il Breve. Alla morte del fratello Carlomanno (771) unificò il regno acquisendo i domini di quest’ultimo. Vinse i Longobardi in Italia (774). Fu sconfitto dai Mori a Roncisvalle (778), riuscendo, tuttavia, a costituire la Marca Spagnola con capitale Barcellona agli inizi del secolo IX. Combattè i Sassoni, assoggettati soltanto dopo venti spedizioni (772-804). Vinse gli Avari nel 795. Nel Natale dell’anno 800, fu incoronato imperatore a Roma dal Papa Leone III. Intese ripristinare l’antico impero romano basandosi sull’ideale d’unità tra Stato e Chiesa. I suoi domini s’estendevano dalla Marca Spagnola al Danubio e all’Elba, e dall’Italia alla Danimarca, suddividendo giuridicamente le regioni in una serie di contee e marche. Sottopose i conti ed i marchesi, quali rappresentanti locali dell’imperatore, alla supervisione dei vescovi, funzionari imperiali e dei missi dominici. Promosse arti e scienze, ordinò la redazione scritta delle leggi in uso, promulgando nuove normative dette “capitolari”. Per un’ulteriore contestualizzazione si veda anche “Le Abbazie ed il segreto delle Piramidi. L’Esagramma, ovvero le straordinarie Geometrie dell’Acqua” di Diego Baratono, Ecig, Genova, 2004, pag. 103 e seguenti.

[6] Benedetto da Norcia (Norcia 480 – Montecassino ca 547) di famiglia aristocratica studiò a Roma e si ritirò a vita contemplativa a Vicovaro in una comunità monastica. Per l’indisciplina dei confratelli, decise di abbandonare la congregazione monacale, per fondare nella valle dell’Aniene 12 monasteri. Si trasferì a Cassino, dove pose le fondamenta del famoso complesso abbaziale nel 529. Famosa è la Regola da lui redatta e sulla quale si fondano le comunità benedettine sorte successivamente. 

[7] Albi, è città francese posizionata alle propaggini sud – occidentali del Massiccio Centrale. Impose il nome al movimento ereticale degli Albigesi. Fu annessa alla Francia nel 1229.

[8] Colombano, santo, è un monaco irlandese. Nato a Leinster nel 540 ca., muore a Bobbio, Piacenza, nel 615 dopo aver fondato un’importantissima abbazia intorno al 612. Questo complesso monastico era già noto nel Medio Evo quale centro di divulgazione culturale. Colombano, asceta e uomo d’azione, fondò, sempre intorno al 612 le abbazie di Annegray, di Luxeuil e di Fontaines in Francia.

[9] Dopo la deposizione di Carlo il Grosso (887), i tre rami della dinastia carolingia stabiliti col trattato di Verdun dell’anno 843, decaddero rapidamente. L’ultimo re carolingio fu Luigi V, cui successe la stirpe dei Capetingi intorno al 987.

[10] A proposito di Gerberto d’Aurillac, ossia papa Silvestro II, si veda anche il già citato “Le Abbazie ed il segreto delle Piramidi”, Diego Baratono, Ecig, Genova, 2004, pag. 54 e pag. 96.

[11] Ottone III (980 – 1002) fu incoronato re nel 983 e dichiarato maggiorenne nel 995. Di temperamento sognatore ed idealista, abbandonò la Germania a se stessa volgendo le sue forze ed i suoi sogni su Roma. Nel 996 elevò al soglio pontificio prima il cugino Brunone (Gregorio V) e poi nel 999 appunto il suo precettore Gerberto d’Aurillac (Silvestro II). Costituì sull’Aventino una fastosa corte con la finalità di ripristinare integralmente l’antica autorità imperiale e la funzione universale di Roma. L’animosità dell’aristocrazia romana unita ad una rivolta popolare non consentì però al giovane imperatore di realizzare il suo sogno. Fuggito da Roma nel 1001, morirà l’anno seguente senza tentare nemmeno una contromossa. 

[12] Si veda ancora a questo proposito “Le Abbazie ed il Segreto delle Piramidi”, Diego Baratono, Ecig, 2004, Genova, pag. 106 e seguenti.

[13] Le madrase sono istituti islamici di studi religiosi e giuridici fondati dal VII secolo.

[14] La Scuola medica salernitana nata appunto intorno al secolo IX si sviluppò sotto Costantino Africano. Raggiunse il suo massimo splendore nel XII secolo sotto Ruggero di Salerno. La terapia era particolarmente considerata presso i medici di Salerno, città dove fu fondata una delle prime università per la preparazione dei medici all’esercizio della professione.

[15] Pietro il Venerabile nasce in Alvernia, Francia, nel 1094 e si spegne a Cluny nel 1156. Eletto abate del monastero di Cluny nel 1122, riorganizzò il monastero emanando nel 1146 nuove normative disciplinari. Polemizzò a lungo contro le eresie del tempo, contro i musulmani e contro gli ebrei.

[16]Maggiori dettagli sull’argomento “Cisterciensi” e “Bernardo di Clairvaux”, soggetti visti in una prospettiva per dir così “tecnica”, si possono trovare nel già citato: “Le Abbazie ed il segreto delle Piramidi. L’esagramma, ovvero le straordinarie Geometrie dell’Acqua”, Diego Baratono, 2004, Ecig, Genova.

[17]Ringraziamenti particolari, per l’insostituibile collaborazione, vanno alla Dottoressa Miriam Giombini, al Prof. Mario Moiraghi, al Dott. Alberto Gobetti ed al Dott. Aldo Giudice.

[18] Si deve ricordare, che all’epoca, ossia nella seconda metà dell’anno 1000, il libro è un bene prezioso, un patrimonio di gran valore non soltanto intellettuale. Questo si deve al fatto che il libro antico, diversamente da quello moderno, non era realizzato in materiale cartaceo. L’introduzione della carta in Occidente, infatti, avvenne soltanto intorno al 1150 per opera degli Arabi. Prima di questa data al posto della carta s’utilizzava la pergamena, membrana derivata dalla lavorazione di pelli animali, principalmente ovini. Ogni pagina, era realizzata con la pelle dorsale conciata o di una pecora o di una capra o di un montone. Ad ogni pagina quindi corrispondeva pressappoco un animale. E’ facile allora comprendere che per comporre un libro con un numero “medio” di pagine, si doveva abbattere un gregge “medio” d’animali; senza considerare poi i materiali pregiati impiegati per le rifiniture. Molto spesso erano vere e proprie opere d’oreficeria. Spesso era utilizzato l’oro zecchino per lumeggiare le lettere capoverso; e poi il blu derivato dalla frantumazione dei lapislazzuli, oppure ancora il verde ricavato dalla malachite, fino appunto ad arrivare alle pietre semipreziose per decorare le copertine. Non si devono dimenticare poi le ore lavoro consumate per miniare i tomi. Si stima, che il costo di un libro pergamenaceo miniato, riportato al valore odierno, sia pressappoco corrispondente al costo di un appartamento. 

[19] Come ad esempio sostenuto dalla studiosa Miriam Giombini, nella sua tesi di laurea: “Liber floridus Lamberti canonici: Appunti per una ricerca sul codice 92 di Gand”.

[20] Il teologo tedesco Rabano Mauro, 780 – 856, è autore di numerose opere teologiche e letterarie, che contribuirono in maniera significativa alla cristianizzazione della Germania. Arcivescovo di Magonza, fece del complesso abbaziale di Fulda, un potente motore culturale.

[21] Saranno prese in considerazione in particolar modo le copie di Wolfenbuttel, del codice Cotton ancorché incompleto, quello di Leida, oltre che dell’archetipo di Gand.

[22]L’idea, sostenuta dalla dott. Miriam Giombini nella sua tesi di laurea, è peraltro condivisibile.

[23] Liber Floridus, Foll. 139v-140r Cap CXXV Ordo beatitudinum.

[24] Si veda a questo proposito: “Le Abbazie ed il segreto delle Piramidi”, Diego Baratono, Ecig, Genova, 2004, pag. 160 e seguenti.

[25] L’argomento è stato trattato da chi scrive, anche su “ArcheoMisteri” n° 12, Nov./Dic. 2003, nell’articolo, vera pietra miliare, “Mappe, mantelli e mondi nuovi: tre m per un mistero”.

[26] Si veda ancora “Le Abbazie ed il segreto delle Piramidi”, pag. 32.

[27] Leida, F31, f 175-176, sec XIII.

[28] Giorgio Mangani, Cartografia morale, Franco Cosimo Panini, 2006, pag. 189. 

[29] Si deve qui ricordare l’esempio del celebre mappamondo sistemato nella cattedrale di Ebstorf, andato però distrutto durante la seconda guerra mondiale e quello della cattedrale di Hereford ancora visibile.

[30] Con Lattanzio e Sant’Agostino in testa.

[31]All’epoca, è opinione comune ritenere impossibile l’esistenza di terre in cui il Sole sorge, quando da noi tramonta, abitate da uomini diversi da quelli per i quali il Verbo si fece carne.

[32] Macrobio Ambrogio Teodosio è uno scrittore della tarda latinità (fine secolo IV, inizi secolo V). E’ forse d’origini africane. Nel suo scritto i “Saturnali”, dialogo conviviale in sette libri, Macrobio esalta Virgilio e la cultura romana. Nel suo commento al “Somnium Scipionis” di Cicerone, lo scrittore espone le sue idee neoplatoniche. Sull’argomento “neoplatonismo”, considerato in una prospettiva bassomedievale, il riferimento rimane sempre: “Le Abbazie ed il segreto delle Piramidi. L’Esagramma, ovvero le straordinarie Geometrie dell’Acqua”, 2004, Diego Baratono, Ecig, Genova.

[33] Diodoro di Sicilia (ca. 80 a.C. – 20 a. C.), è storico greco nato nell’antica colonia greca di Agirio, oggi Agira, in provincia di Enna. E’ autore di una storia universale, dall’età preistorica alle guerre galliche (60 – 30 a.C.), di cui rimangono però soltanto i primi cinque libri.

[34] Gli esempi non mancano: si va da quella di Henry di Mainz del 1110-20, al codice Psalterio del secolo XII, od ancora alla carta anonima di Monaco risalente al secolo XII.

[35] La “finis terrae” si può considerare il punto estremo delle terre conosciute, oltre il quale non si sapeva esattamente cosa ci fosse.

[36] Gli Antichi Greci chiamarono Iperborei, una mitica popolazione localizzata da Erodoto nelle estreme regioni nordiche del mondo abitato. Era un popolo saggio considerato caro ad Apollo ed a Diana.  Apollo, in particolare, sarebbe vissuto tra gli Iperborei fino alla sua migrazione a Delfi. Gli Ipernotoi, invece, sono ovviamente i popoli che vivono nella parte meridionale del mondo, luogo da cui soffia il vento secco e caldo conosciuto appunto come “Noto” od “Austro”.

[37] Non è ben chiaro a quale Paradiso si riferiscono gli autori di queste proiezioni cartografiche, se si tratta di Paradiso celeste o terrestre. In effetti, i due termini precisatisi soltanto dopo il V secolo, furono dapprima confusi tra loro e la localizzazione del regno dei beati rimase alquanto incerta. Soltanto più tardi la distinzione dei due luoghi sarà precisata. Dante, ad esempio, mentre localizza il Paradiso celeste in alto, nell’Empireo, in modo piuttosto bizzarro, colloca geograficamente il Paradiso terrestre nell’emisfero meridionale. E’ di particolare importanza una simile localizzazione, sia in questa ricerca, ed ancor più alla luce delle precedenti indagini già svolte dagli scriventi. Il motivo è molto semplice. Tra la redazione del “Liber Floridus” di Lamberto e Dante, corrono più di due secoli. Ora, il Paradiso terrestre praticamente da sempre è situato ad Est e, per quanto si conosce, soltanto Dante nel secolo XIV lo colloca a Sud. Ciò significa, se questo è vero, che qualcosa o qualcuno, in questo lasso di tempo ha fatto cambiare idea “geografica” al sommo poeta fiorentino. E’ pertanto chiaro, che l’ipotesi avanzata dagli scriventi in ordine ad una possibile spedizione “medievale” alla scoperta del Nuovo Mondo, incomincia a trovare riscontro. Si ricorda inoltre, che anche Cristoforo Colombo colloca nell’odierno Venezuela, quindi a Sud, il Paradiso terrestre. E’ poi ancora da notare che Dante è fiorentino, esattamente come Amerigo Vespucci …

[38] Per i risvolti implicati, è importantissimo il pensiero “naturalistico” espresso da Bernardo di Chiaravalle, si veda “Le Abbazie ed il segreto delle Piramidi. L’Esagramma, ovvero le straordinarie Geometrie dell’Acqua”, Diego Baratono, Ecig, Genova, 2004, pag. 61 e seguenti.

[39] Erodoto, storico greco (Alicarnasso ca. 485, Atene ca. 425) amico di Pericle e Sofocle, compì viaggi in Cirenaica, Egitto e nell’Impero Persiano. Le sue “Storie”, in nove libri, trattano gli avvenimenti dalle origini della storia europea ed asiatica. Dagli antichi fu considerato il padre della storiografia.

[40] Filosofo e scienziato greco, Posidonio (Apamea, Siria, ca. 135-ca. 50 a.C.) ad Atene divenne discepolo di Panezio. Fondò una scuola filosofica a Rodi e fu uno dei principali rappresentanti della Media Stoà (lo “stoicismo” è la corrente filosofica organizzata da Zenone, i cui seguaci si riunivano sotto un portico, stoà appunto, e da cui derivarono il loro nome). Sviluppò un sistema filosofico sincretistico nel quale l’essere ed il cosmo, concepito come vivente, coincidevano. I suoi interessi non erano solo filosofici, bensì rivolti a tutte le scienze. Scrisse numerose opere tra le quali “Sugli dei”, “Sulle passioni”, “Sul dovere”, “Storia universale”.

[41] Il movimento individuato dagli scriventi (proiezione a coccinella) e rappresentato nella figura ne indica i vari passaggi.

[42] Si veda a questo proposito l’articolo comparso su “ArcheoMisteri”, Anno IV, n° 19.

[43] Si tratta del foglio denominato “f3v”.