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RELAZIONE SULL’ESAME DELLA MUMMIA DI TUTANKHAMON
DI DOUGLAS E. DERRY
Nel Museo delle antichità del Cairo si possono
vedere le mummie di alcuni fra i più famosi faraoni dell'antico Egitto, re che
hanno lasciato dietro di sé grandiosi monumenti, templi magnifici e statue
colossali, e i cui nomi sono ormai divenuti familiari agli orecchi dei moderni
quanto quelli dei monarchi contemporanei, sebbene da loro ci separino trenta o
quaranta secoli. Nulla, però,
lasciava prevedere che un re di oscure origini, con un regno breve e senza
grandi imprese avrebbe un giorno attirato su di sé l'attenzione del mondo
intero, e non per la sua fama personale, ma solo per il fatto che, mentre le
tombe finora scoperte degli altri faraoni furono tutte violate nell'antichità,
il suo sepolcro è rimasto praticamente intatto fino ai nostri giorni.
Nell’angusto spazio di questa piccola tomba giaceva un
cumulo di proprietà regali mai visto prima.
C'è da chiedersi come dovessero apparire le tombe di Seti I, di Ramses
III o di altri faraoni, nelle quali un solo salone sarebbe bastato a contenere
tutte le ricchezze della tomba di Tutankhamon. Purtroppo i sepolcri di quei
sovrani furono saccheggiati dai ladri, e non una o due volte, ma a, più
riprese, finche dei loro sontuosi arredi non rimase più nulla.
'Persino le bende delle mummie reali vennero tagliate, alla ricerca di
gioielli, e in taluni casi fu danneggiato anche il corpo.
Per la maggior parte, le mummie vennero nuovamente bendate, almeno una
volta, dai sacerdoti, ma infine il continuo ripetersi di furti rese necessario
il trasferimento dei corpi di molti re e regine in speciali nascondigli,
scoperti solo di recente in seguito ad una ripresa delle ruberie nei tempi
moderni. Infine, tutte quelle
mummie furono definitivamente portate al museo del Cairo. In conseguenza di
questi frequenti spostamenti, non c’è sa stupirsi se sia sorto qualche dubbio
circa l’identità di certe mummie, tolte, già una volta dai loro sarcofagi, e
collocate poi in vari altri feretri.
Salvo una o due, eccezioni, non c'è faraone che
sia stato rinvenuto nel suo sepolcro originale, e ben pochi se ne sono trovati
nelle loro bare; ma nessuno, eccettuato Tutankhamon, fu trovato ancora avvolto nelle sue bende, chiuso nelle bare
sigillate nel sarcofago, e nella tomba in cui era stato deposto dall’inizio. Una parola va detta in difesa
dell'esame condotto sulla mummia di Tutankhamon. Molte persone lo hanno
considerato un sacrilegio, ritenendo che sarebbe stato doveroso lasciare
indisturbato il corpo quel faraone. Da
quanto ho detto sopra sulle continue ruberie dai tempi più remoti fino a oggi,
dovrebbe essere chiaro che, dopo la scoperta di una simile tomba, con tutte le
ricchezze in essa contenute, lasciare qualcosa di valore in quei locali avrebbe
significato andare in cerca di guai. La
notizia che preziosissimi oggetti sono nascosti pochi metri sotto il suolo,
sarebbe un chiaro incitamento a nuovi furti. Per quanto una stretta
sorveglianza, nei primi tempi, potrebbe scoraggiare ogni tentativo di
saccheggio, alla prima occasione gli oggetti che ora sono per sempre al sicuro
nel Museo delle antichità andrebbero distrutti, mentre altri ricomparirebbero
più o meno rovinati nelle mani dei mercanti, per disperdersi ben presto in ogni
parte del mondo civile. Per gli
scienziati, il valore di questa raccolta mantenuta intatta è incalcolabile, e
d'altro canto la possibilità di istruire e dilettare il pubblico esibendo
queste antiche opere d'arte costituisce di per se un argomento di grande rilievo
a favore della conservazione di quei pezzi in un museo. Lo stesso dicasi per la
sfasciatura della mummia reale: in tal modo, infatti, al corpo del faraone sono
state risparmiate le brutali manomissioni operate da ladri bramosi di portar via
i gioielli profusi su quelle spoglie. Inoltre
la storia ha potuto così arricchirsi delle informazioni ricavate dall'esame
anatomico, che in questo caso, come mostreremo ora dettagliatamente, riveste una
notevole importanza.
La conservazione dei cadaveri, portata a perfezione
dagli egizi grazie alla loro arte della mummificazione, ha sempre suscitato il
massimo interesse. Sull'argomento esiste una vasta letteratura, e il professor
Elliot Smith (Catalogue Gènèral de Antiquitè's Egyptiennes du Musèe du
Caire. The royal Mummies.) ha studiato i metodi seguiti nei vari periodi
esaminando le mummie conservate presso il Museo delle antichità e quella di
numerosi sacerdoti e sacerdotesse della XXv dinastia. (A Contribution to the
study of mummification in Egypt "Memoires de L'institut Egyptien"
tomo V, fascicolo I, I906).
Sulla base di queste e di altre ricerche,
disponiamo ora di un quadro abbastanza chiaro del modo in cui si procedeva
all'imbalsamazione. La buona riuscita di questa operazione era dovuta.in gran
parte al clima egiziano, particolarmente asciutto, senza il quale si può
dubitare che anche il cadavere meglio imbalsamato avrebbe potuto conservarsi
intatto, come spesso è accaduto, per quasi quattromila anni. Nella maggior
parte delle mummie prese in esame, gli organi interni risultano asportati
attraverso un'incisione praticata nella parete addominale. In tal modo si
eliminavano le parti più facili a decomporsi, e la successiva immersione del
corpo in un bagno di sale era a quanto pare sufficiente a garantire il pieno
successo dell'operazione. Di recente, però, H. E. Winlock ed io abbiamo
esaminato una serie di mummie in perfette condizioni, rinvenute in tombe nelle
vicinanze del tempio di Mentuhetep, a Deir el-Bahari, e risalenti all'XI
dinastia. Orbene, in quei corpi non vi era traccia di incisioni addominali o di
altri tagli da cui potesse essere estratto un organo interno.
Una simile perfetta conservazione, senza alcun processo mummificatorio,
si rileva anche nei resti di alcuni popoli predinastici d'Egitto, che però
usavano seppellire i loro morti nella sabbia senza feretro: si capisce quindi
come ciò abbia dato luogo a un rapido disseccamento, grazie al calore e alle
favorevoli proprietà prosciugatrici della sabbia.
Il caso delle mummie dell'XI dinastia si direbbe a
prima vista del tutto diverso, in quanto accuratamente fasciate e deposte in
bare e sarcofagi, e quindi maggiormente soggette agli effetti dell'umidità
ristagnante in uno spazio chiuso; eppure, come abbiamo già detto, quei corpi
costituiscono i più perfetti esempi di conservazione che finora si siano visti,
e un attento esame di tutti i dati sembrerebbe indicare nel clima estremamente
secco di quella zona la causa, principale di un tale stato di cose.
Sistemi del genere, o meglio l'assenza, di
particolari metodi di conservazione, sono tuttavia abbastanza rari, e nella
successiva XII dinastia,a giudicare dalle mummie di alcuni nobili sepolti a
Saqqara, già si praticava l'asportazione delle viscere attraverso un'incisione
addominale, secondo un sistema di cui peraltro non mancano tracce
nei periodi precedenti. Il
modo di conservare i corpi praticato nella XVIII dinastia, al cui periodo finale
risale il regno di Tutankhamon, è stato descritto professar Elliot Smith nel
catalogo accennato dove si passa in rassegna la maggior parte dei faraoni di
quel periodo fra cui alcuni antenati del giovane re. Purtroppo, sussistono molti
dubbi sull'identificazione della mummia detta di Amenhotep III nonno di
Tutankhamnon.
Smith ha osservato che i metodi usati per la
conservazione di questo faraone, e in particolare il curioso accorgimento di
inserire varie sostanze sotto la pelle degli arti, del torace, del collo ecc.,
per ridare al corpo l'aspetto che aveva da vivo, non venne introdotto prima
della XXIII dinastia, e cioè circa tre secoli dopo. E quindi possibile che ci si trovi di fronte ad uno di quegli
errori in cui si poté incorrere quando, in seguito alle frequenti ruberie nelle
tombe e alle profanazioni subite dalle salme, i sacerdoti provvidero a
trasferire le mummie e a rifasciarle tutte. La mummia in questione giaceva in
una bara risalente a un periodo assai più tardo e recante i nomi di tre re, fra
cui quello di Amenhotep III; di qui l'identificazione con questo faraone. E' però
molto probabile che si tratti di un
personaggio vissuto molto più tardi.
La cosa sarebbe confermata dall'esame dei discendenti di Amenhotep, perché
non è plausibile che un sistema del genere, introdotto al tempo di questo re,
sia caduto in disuso durante il regno dei suoi immediati successori.
E' pur vero che di suo figlio Akhenaton non è rimasto null'altro che
ossa, ma se il suo corpo fosse stato fasciato come, secondo la descrizione di
Smith, lo fu quello del suo presunto padre, sarebbe certamente rimasta una
qualche traccia dell'operazione. Per
quel che riguarda Tutankhamon, i metodi adottati furono, come vedremo, quelli in
uso nella sua dinastia, e del resto si accordano bene alle conclusioni cui Smith
è pervenuto esaminando altre mummie, sicuramente identificate, di quel periodo.
Dobbiamo quindi purtroppo concludere che finora la mummia di Amenhotep III, non
è stata individuata.
L'esame delle spoglie di Tutankhamon ebbe inizio
l'11 nobembre del I925, con l'assistenza del dottor Saleh Bey Hamdy. Quando
vedemmo la mummia per la prima volta, giaceva nella bara, cui era rimasta
saldamente attaccata per qualche sostanza resinosa versata sul corpo dopo la
deposizione nel feretro. La testa e le spalle e parte del torace erano ricoperte
da una splendida maschera d'oro che riproduceva le fattezze del re, con il suo
copricapo e il collare. Anche la maschera era rimasta attaccata al fondo della
bara da quella resina, ormai rassodatasi fino a formare una massa dura come
pietra. La mummia era avvolta in un sudario tenuto fermo da bende che passavano
intorno alle spalle, ai fianchi, alle ginocchia e alle caviglie.
Era chiaro, anche a un esame superficiale che non era possibile procedere
a una sfasciatura sistematica, dato che le bende erano divenute estremamente
fragili e si polverizzavano al minimo tocco. A quel che sembra, un simile stato
di cose era da imputare alla presenza di un certo grado di umidità al momento
della sepoltura e alla conseguente decomposizione degli unguenti, che avevano
elevato la temperatura dando luogo ad una specie di combustione spontanea nella
quale le bende erano rimaste carbonizzate.
Si tratta di un caso osservato di frequente, tanto che
ha fatto nascere l'idea che le mummie ritrovate in quelle condizioni
fossero state bruciate. Vi sono
d'altronde altri elementi, già indicati da Carter, che testimoniano gli effetti
prodotti dall'umidità. Se la tomba
fosse stata perfettamente asciutta, quei tessuti sarebbero rimasti in ottimo
stato.
Dal momento che tutte le operazioni dovevano essere
svolte sul posto, il dottor Carter suggerì di rafforzare gli strati superiori
delle bende con paraffina fusa, in modo da poterli poi tagliare e aprire senza
compromettere l'originaria disposizione. Così fu fatto, e, una volta asciugatasi la cera, venne
praticata un'incisione lungo la linea mediana della fasciatura, dal bordo
inferiore della maschera, fino ai piedi. L'incisione
era profonda solo pochi millimetri, e i due lembi del taglio vennero rovesciati
sui lati. A questo punto apparvero numerosi oggetti che erano stati inseriti tra
e bende, e da quel momento fu necessario rimuovere la fasciatura strato per
strato, per poter annotare e fotografare, prima di toccarle, tutte le cose che
vi erano conservate. Durante questo
lavoro, per forza lento, si poté notare che lo stato di deterioramento delle
bende aumentava sempre di più. In
molti punti la fasciatura era ridotta in polvere, e in nessun caso fu possibile
togliere una benda o un panno che fossero anche solo parzialmente intatti.
Questo ci impedì di seguire all'inverso il percorso originario della
fasciatura, cosa che si può fare con facilità, quando lo stato di
conservazione consente di rimuovere regolarmente le fasce, i panni o le vesti
eventualmente impiegate nella fase finale dell'imbalsamazione. Per quanto
potemmo stabilire, la mummia di Tutankhamon era stata fasciata secondo i
principi generali solitamente applicati, e descritti in dettaglio nel catalogo
delle mummie reali presso il Museo del Cairo, curato dal professor Smith.
Numerosi tamponi di lino erano stati collocati in vari punti per mascherare le
protuberanze prodotte dagli oggetti inseriti fra le bende, in modo che
l'imbalsamatore potesse agevolmente fasciare il corpo e gli arti del cadavere.
Taluni dei lini adoperati erano simili a un finissima percalle, notevoli
soprattutto quelli incontrati all'inizio dell'operazione e alla fine, a contatto
con il corpo del faraone. Le fasce
intermedie erano invece di qualità più ordinaria; a un certo punto apparvero
anche alcuni panni di lino piegati e disposti lungo la parte anteriore del
corpo, fino alle ginocchia, legati con bende trasversali.
A quanto pare, l'usanza di adoperare grandi quantità di tessuto in forma
di panni ripiegati era diffusa nel corso della XII dinastia; io stesso ho tolto
dalla mummia di un nobile uno di quei panni, lungo diciannove metri e largo un
metro e mezzo, e appariva piegato in modo da creare una copertura spessa otto
strati. Parlando della sfasciatura
della mummia detta di Amenhotep III (vedi sopra)
il professar Elliot Smith osserva la presenza
di vari panni ripiegati e di "una quantità di
rotoli di bende ... sulla parte anteriore
del corpo, apparentemente
lasciati lì per
inavvertenza".
Questi rotoli potrebbero essere stati usati per
riempire i vuoti e gli avvallamenti fra gli arti e il corpo, come è facile
vedere nelle mummie di ogni tempo, e secondo lo stesso criterio usato per
eguagliare le irregolarità provocate dagli ornamenti funerari disposti sul
corpo. Le bende del torace erano state avvolte in strati incrociati e
trasversali; nel primo caso
passavano su una spalla, poi intorno al corpo, terminando nel giro di ritorno
sull'altra spalla.
La disposizione incrociata delle bende era
facilmente visibile in corrispondenza della inforcatura delle gambe, sebbene
fosse alquanto arduo seguire il metodo applicato,sia per la fragilità delle
fasce, sia per il fatto che il corpo, in questa fase; non era ancora stato tolto
dalla bara.
Gli arti erano stati bendati separatamente prima di
essere chiusi nella fasciatura generale. Quelli superiori erano disposti in modo
che il faraone avesse le braccia incrociate sul petto: l'avambraccio destro era
posato sulla parte superiore dell'addome, con la mano sul fianco sinistro;
l'altro era posto più in alto, sulle ultime costole, con la mano posata sul
lato destro del torace. Le braccia
erano adorne fino al gomito di braccialetti. Le dita delle mani e dei piedi
erano bendate separatamente; ciascuno, prima di essere fasciato, era, stato
racchiuso in una guaina d'oro. Ai piedi, inoltre, erano calzati sandali d'oro,
infilati dopo l'applicazione di alcuni strati di bende in modo che la sbarretta
potesse passare fra l'alluce e il secondo dito, e anch'essi chiusi nella
fasciatura generale.
Quando anche la testa venne portata alla luce, la
parte superiore del relativo bendaggio risultò circondata da un doppio
cordoncino, simile per certi aspetti alla fune usata dai beduini, ma di diametro
inferiore e composto da due fibre vegetali strettamente attorcigliate.
La fasciatura circolare teneva a sua volta un panno che copriva la testa
e il volto. Al di sotto altre fasce si incrociavano perpendicolarmente e
trasversalmente. Quando finalmente si scoprì il volto, le narici erano chiuse
da una sostanza resinosa, di cui uno strato era stato cosparso sugli occhi e fra
le labbra.
ASPETTO GENERALE DELLA TESTA.
La testa è rasata con la pelle nel cranio
ricoperta da una sostanza biancastra, probabilmente del genere degli acidi
oleosi. Le due leggere abrasioni
visibili sulla parte superiore dell'occipite sono presumibilmente dovute alla
pressione del diadema, chiuso nella stretta fasciatura. I tamponi delle narici e
il materiale che ricopriva gli occhi risultarono composti, all'esame condotto da
Lucas, di un tessuto impregnato di resina. Quanto alle macchie biancastre
rinvenute sulle spalle e sulla parte superiore della schiena, si tratta di
"sale comune", con una piccola aggiunta di solfato di sodio, un
residuo, con tutta probabilità del nitro adoperato per imbalsamazione. Gli
occhi, parzialmente aperti, non hanno subito alcun trattamento, le ciglia sono
molto lunge. La parte cartilaginosa
del naso risulta in parte appiattita per la pressione delle bende. Il labbro
superiore leggermente sollevato, mette in nostra il grande incisivo centrale. Le
orecchie sono piccole e ben modellate, con i lobi bucati da un forellino
circolare di sette millimetri e mezzo di diametro. La pelle del volto è di
colore grigiastro, con molte crepe e assai fragile. Sulla guancia sinistra,
proprio all'altezza del lobo dell'orecchio, si nota una specie di cicatrice
circolare, alquanto scolorita sui bordi, lievemente rialzati. Impossibile dire
quale fosse la causa di quella lesione
Una volta tolte le bende, la testa è apparsa ampia
e un po' schiacciata alla sommità (platicefalia), con la regione occipitale
piuttosto prominente. Pur considerando il restringimento della parte superiore
del cranio e dei muscoli posteriori del collo, questa prominenza resta notevole.
Sul lato sinistro dell'occipite si nota una pronunciata protuberanza, mentre la
regione post- bregmatica risulta depressa. La forma generale della testa, di tipo molto insolito,è
simile a quella del suocero di Tutankhamon, Akhenaton, ed è più che probabile
che fra i due faraoni intercorresse una stretta parentela di sangue. Una simile
affermazione, qualora fosse basata su un normale tipo di cranio egizio, potrebbe
a ragione essere considerata superficiale, ma la concreta possibilità di un
confronto è in questo caso accresciuta dalla notevole forma del cranio di
Akhenaton. Il professar Smith, che per primo lo esaminato nel
I907, arrivò alla conclusione che il re eretico dovesse aver sofferto di
idrocefalia. Un esame successivo
non ha però confermato questa tesi, sopratutto perché l'appiattimento del
cranio di Akhenaton è manifestamene diverso da quello di un comune idrocefalo,
nel quale la pressione del fluido cerebrale spinge sulla parete cranica dando
luogo naturalmente a una forma convessa, soprattutto nella regione frontale;
caratteristica, questa, decisamente contrastante con l'aspetto del cranio di
quel faraone.
Quando perciò vediamo che la testa di Tutankhamon
è come la copia esatta di quella del suocero, non solo l'ipotesi
dell'idrocefalia cade definitivamente, ma si rafforza l'ipotesi che fra i due
faraoni corresse una ben stretta parentela. Una simile tesi acquista un peso
anche maggiore confrontano le misure dei due crani. Quello di Akhenaton è largo
I54 mm, una misura, come dice il professor Smith, "del tutto eccezionale
per un egizio". Eppure la testa di suo genero raggiunge i I56,5 mm.
Calcolando lo spessore del cuoio capelluto, naturalmente compreso in tutte le
misurazioni compiute sul cranio di Tutankhamon e valutato, grazie a uno speciale
strumento non superiore a 0,55 mm, tale larghezza diviene di I55,5 mm, quindi
maggiore di quella del suocero, che come abbiamo visto è "del tutto
eccezionale". Le corrispondenti misurazioni dei due crani, per quanto è
possibile un confronto, date le diverse condizioni nelle quali l'esame veniva
condotto, mostrano una marcata similarità, e rendono quasi certa l'esistenza di
una parentela di sangue.
Il volto di Tutankhamon, nella maschera
d'oro, è quello di un giovane dall'aspetto raffinato.
E in realtà chi ha avuto il privilegio di osservare il suo vero volto può
testimoniare con quanta abilità e accuratezza l'artista della XVIII dinastia ne
ha fedelmente ritratto le fattezze, lasciando per l'eternità, in un metallo
incorruttibile una splendida immagine del giovane re. La cavità del cranio era
vuota, se si eccettuano una certa quantità di un materiale resinoso introdotto
attraverso il naso, secondo il sistema seguito dagli imbalsamatori di quel
tempo, dopo che ne avevano estratto il cervello nello stesso modo. I denti del
giudizio di destra erano spuntati dalla gengiva, raggiungendo all'incirca metà
dell'altezza del secondo molare. Quelli di sinistra non erano facilmente
visibili ma dovevano trovarsi al medesimo stadio di sviluppo.
Lo stato fessurato e fragilissimo della pelle del
cranio e del volto, di cui s'è già detto, si ripresentava, ancor più
aggravato, sul corpo e sugli arti. La
parete addominale mostrava un'accentuata protuberanza sulla sinistra, dovuta,
come risultò poi, alla pressione dei pressione del materiale per l'imbottitura,
nella quale era anche l'incisione praticata per l'imbalsamazione. Questa
incisione, dai bordi frastagliati, ha una lunghezza di circa 86 mm e si trova
parallela, ma due centimetri più sopra, a una linea tracciata dall'ombelico
alla spina iliaca anteriore superiore. Il taglio venne alla luce dopo la
rimozione di una sostanza carbonizzata, apparentemente resinosa, e potrebbe
quindi essere anche più lungo di quanto sembra, dato che la durezza di quel
materiale adesivo rende difficile stabilirne la misura esatta. I bordi
dell'incisione risultano aperti a causa dell'inserimento nell'addome di una
quantità di lino e resina, ormai ridotti a una massa dura come pietra.
La piastra d'oro o di cera, che tanto spesso è messa a copertura
dell'incisione, qui era assente, ma durante la rimozione delle bende situate in
prossimità del taglio, rinvenimmo una lamina d'oro di forma ovale. L'ubicazione
dell'apertura è alquanto diversa da quella riscontrabile nelle altre mummie
reali esaminate e descritte dal professar Smith, nelle quali risulta di solito
disposta più verticalmente sul lato sinistro,
e si estende dalle vertebre inferiori alla spina iliaca anteriore
superiore. In seguito l'incisione
veniva praticata più spesso nella parte inferiore della parete addominale,
parallelamente alla linea dell'inguine e sempre sul lato sinistro; non mancavano
però dei casi in cui il taglio veniva effettuato sul lato opposto, per cui si
potrebbe dubitare che la sua ubicazione fosse davvero importante.
Non si vedeva nessuna peluria pubica, né si poté appurare se il giovane
faraone fosse stato o meno circonciso.
Il fallo appariva eretto, bendato separatamente e
trattenuto in posizione itifallica dalla fasciatura perineale. La pelle delle
gambe, come quella della restante parte del corpo, aveva un colore fra il bianco
e il grigiastro, e appariva molto fragile e abbondantemente fessurata. L'esame
di un frammento tratto dai bordi delle crepe rivelò che non si trattava solo di
pelle. ma anche di tutte le parti morbide fino all'osso, il quale
venne in tal modo messo a nudo quando distaccammo il piccolo brano. Lo
spessore della pelle e dei tessuti non superava i due o tre millimetri, e i
margini frastagliati somigliavano a glutine. Non v'è dubbio che un tale stato
di cose fosse dovuto al processo di combustione cui abbiamo già accennato.
La rotula sinistra poté essere sollevata insieme
alla pelle che la ricopriva, e cosi apparve l'estremità inferiore del femore e
l'epifisi, che risultò separata dall'osso e mobile. Il termine epifisi si
riferisce a quella parte dell'osso che ossifica separatamente e che infine si
salda all'osso principale. Negli arti l'epifisi forma la parte più importante
delle estremità inferiore e superiore. Durante
il primo periodo di vita, le epifisi sono attaccate all'osso mediante formazioni
cartilaginose che infine si ossificano completamente, e a questo punto la
crescita ha termine. Poiché si
conosce il periodo in cui ha luogo
l'unione
di tutte le epifisi, quando risultano ancora staccate è possibile valutare
approssimativamente l'età del soggetto. Gli arti apparivano molto esili e
raggrinziti, e benché si dovesse tener conto dell'estremo rattrappimento dei
tessuti e dell'aspetto emaciato che questo conferisce alle membra, e evidente
che Tutankhamon, al momento della morte, doveva essere di complessione molto
snella e forse non ancora del tutto sviluppato.
Ad una misurazione diretta il giovane faraone
risultò alto un metro e sessantatre, ma si tratta di una statura certamente
inferiore a quella vera. dato lo stato di rimpicciolimento di cui si è appena
detto. Un calcolo dell'altezza da vivo in base alle dimensioni delle ossa degli
arti principali, secondo la formula del professar Rarl Pearson, da come
risultato 1,676 m, una misura probabilmente assai prossima a quella reale.
Ho personalmente misurato, con l'assistenza di R.Engelbach, le due statue
lignee rinvenute ali lati della porta murata di ingresso alla camera funeraria e
oggi al Museo delle antichità, che rappresentano il faraone cosi com'era da
vivo. Le misure furono prese dalla
pianta dei piedi fino alla radice dei naso, che in quelle statue era il solo
punto della testa individuabile con precisione, dato che la restante
parte del cranio è celata sotto il copricapo.
Le altezze ottenute sono rispettivamente
di metri 1,592 e 1,602, cui si doveva aggiungere la distanza della radice del
naso alla sommità della, testa, calcolata in base
alle misure ricavate dalle fotografie della mummia, e da una serie di
osservazioni su crani egiziani. Il
risultato fu un'altezza variabile dagli otto ai nove centimetri, che, aggiunta a
quella delle statue, dà una statura complessiva differente di soli pochi
millimetri da quelle desunta dalla misura delle ossa..
L'età del faraone al momento della morte è stata ottenuta sulla base dello stato di ossificazione delle epifisi.
Come già detto, la fessurazione della pelle e dei tessuti del femore
aveva consentito di accertare agevolmente che la porzione inferiore, la quale di
solito si unisce definitivamente all'osso all'età di vent'anni, era ancora
staccata. Sulla parte superiore
della coscia la prominenza nota col nome di grande trocantere era quasi del
tutto saldata all'osso principale; tuttavia nella parte interna si vedeva
chiaramente un distacco che permetteva di osservare la liscia, superficie
cartilaginosa in cui l'unione era ancora incompleta. L'attaccatura di questa
epifisi avviene all'incirca nel diciottesimo anno di età.
La testa del faraone era fissata al collo dell'osso, ma tutt'intorno al
margine articolare era chiaramente visibile la linea di giunzione.
Anche questa epifisi si unisce all'osso, fra i diciotto e i diciannove
anni. Infine, anche l'estremità superiore appariva già ossificata; e poiché
quest'ultima si salda all'osso quando il soggetto all'incirca diciottenne, al
momento della morte. Tutankhamon, a giudicare dallo stato dei suoi arti
inferiori, doveva avere più di diciotto anni e meno di venti.
L'accertamento dell'età del faraone è comunque avvenuto
anche in base all'esame degli arti superiori, nei quali le teste degli omeri e
le ossa degli avambracci, che
di solito si ossificano a vent'anni, erano ancora
disuniti, mentre le estremità inferiori risultavano tutte già ben
saldate all'osso. Nei diciassettenni egiziani di oggi questa saldatura già
perfettamente visibile, e all'esame con i raggi X risulta anche l'incappucciamento
del condilo interno da parte dell'epifisi.
Se perciò si applicano questi dati al giovane
Tutankhamon, se ne ricava che egli, quando morì, doveva avere più di
diciassette anni. Sempre negli egiziani di oggi, le estremità inferiori del
radio e dell'ulna non rivelano per lo più traccia di saldatura fino ai diciotto
anni, dopo di che la fusione avviene rapidamente, cominciando dal lato interno
dell'ulna e procedendo lateralmente fino a comprendere, anche il radio.
In Tutankhamon questo processo appariva iniziato nell'ulna, ma l'estremità
distale del radio era ancora del tutto libera, non essendo iniziata alcuna
saldatura fra l'osso e l'epifisi. Pertanto
dallo stato già descritto delle epifisi, risulterebbe che il faraone è morto
all'età di diciotto anni, poiché nessuna di quelle che solitamente si
ossificano quando il soggetto è ventenne, mostrava segni di saldatura.
Va detto inoltre che in Egitto le epifisi tendono in media ad ossificarsi
un po’ prima di quanto non avvenga di norma in Europa.
Abbiamo già parlato, delle epifisi del condilo interno degli omeri, che
in Egitto si salda con l'osso all'età di circa diciassette anni, mentre quelle
dell'estremità inferiore dell'ulna e del radio giungono a questo stadio quando
il soggetto è all'incirca diciottenne; e da questo punto di vista l'assenza di
ossificazione in tali punti potrebbe essere considerata come una prova che
Tutankhamon morì prima di aver raggiunto il diciottesimo anno d'età.
Per contro, c'è il fatto che l'estremità inferiore della tibia
risultava completamente saldata, e il grande trocantere era fuso, salvo una
minima parte. con l'estremità superiore del femore, fenomeni che si verificano
di solito verso i diciott'anni. Anche
la testa del femore era già attaccata al collo, sebbene la linea di giunzione
non fosse chiaramente visibile.
Non restano molti dubbi, quindi, sull'età
approssimativa del faraone, anche se occorre tener presente che le età di
sviluppo indicate sono desunte dalla media, e non è quindi da escludere che si
debba aumentarle o diminuirle di un anno: perciò Tutankhamon potrebbe essere
morto a diciassette anni come a diciannove anni, anche se, tirando le somme dei
dati a nostra disposizione, l'età ipotizzata -diciotto anni- sia la più
verosimile.
Le tabella seguente illustra, le somiglianze
riscontrate fra le misure della testa di Akhenaton e di quella di Tutankhamon.
|
|
AKHENATON |
TUTANKHAMON |
|
|
|
|
|
Lunghezza del cranio |
190,0 |
187,0 |
|
Larghezza
del cranio |
154,0 |
155,5 |
|
Altezza
del cranio |
134,0 |
132,5 |
|
Ampiezza
della fronte |
98,0 |
99,0 |
|
Altezza
del volto : superiore |
69,5 |
73,5 |
|
Altezza
del volto: totale |
121,0 |
122,0 |
|
Ampiezza
della mascella |
99,5 |
99,0 |
|
Circonferenza
della testa |
542,0 |
547,0 |
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Altezza
calcolata in base |
|
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alle
ossa degli arti |
1,66 m |
1,68 m |
Sebbene l'esame del giovane faraone non abbia
rivelato alcun indizio relativo alle cause della sua morte prematura si può
dire che qualcosa, almeno, è stato aggiunto al poco che si conosceva della
storia di quel periodo. L'età di
Tutankhamon al momento della morte e la sua probabile parentela di sangue con
Akhenaton costituiscono infatti due importanti elementi per la ricostruzione
degli avvenimenti di quel tempo, e verranno tenuti in considerazione quando se
ne scriverà la storia.