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La religione Egiziana precede
tutte le religioni “dei misteri” e si sviluppa attorno ad un mistero. Le
spiegazioni che ci sono state fornite fino ad oggi lasciano ancora molto da
capire, e le interpretazioni sul sistema di convinzioni, molto a desiderare. Una
consistente perdita di materiale si aggiunge alla difficoltà di comprendere una
religione così complessa. E’ anche vero che la missione
dell’interpretazione di queste credenze è diventata secondaria in tempi
recenti, per la prevalenza accordata alle questioni filologiche e storiche.
Lo studio delle possibili origini
della religione Egiziana, potrebbe svilupparsi come naturale conseguenza dello
studio del sistema di credenze del neolitico. Ma è molto più di questo. E’,
in parte, una ricerca sulla primitiva capacità dell’uomo di osservare,
misurare, e predire i cambiamenti celesti che risultano dal fenomeno chiamato
della precessione degli equinozi. Ed è anche una ricerca sulle scritture
religiose dei tempi storici e la ricerca di indicazioni sui continui mutamenti
nei cieli.
Gli studi sulla preistoria
suggeriscono che i primi uomini non si dedicassero all’osservazione del cielo
in modo regolare, ancora meno a registrare e trasmettere questo genere di
informazioni. E’ stato sostenuto che nei primi tempi della storia, gli antichi
osservatori del cielo non avrebbero notato neppure i mutamenti apportati dalla
precessione. Ma noi sappiamo che un’attività di osservazione semplice,
seppure accurata e protratta nel tempo, sarebbe sufficiente per comprendere la
presenza del movimento precessionale ed il modo in cui esso si sviluppa: e la
considerazione che la religione dei primi egiziani si fondasse su questa
specifica conoscenza, ci porta a non poter ignorare il peso che essa può avere
avuto.
Tutte le posizioni stellari
cambiano a causa della precessione, anche se molti individuano come unica
conseguenza il migrare del polo nord celeste intorno ad un cerchio nel cielo, e
come sua conseguenza il fatto che la stella designata come polare muti nel corso
dei millenni. Più immediatamente, l’esistenza del moto precessionale si può
evincere dalla data in cui una stella sorge nuovamente, dopo la sua assenza
stagionale, specie per quelle stelle che sembrano viaggiare sulla stessa rotta
del sole, o vicino ad essa. La “prima levata” o “levata eliaca” si
verifica subito prima dell’alba. Orione, una volta, ritornava nei cieli
all’inizio della primavera, ma oggi gli osservatori debbono attendere i cieli
della tarda estate perché la costellazione riappaia. Se partiamo dal
presupposto che le antiche culture basassero le certezze dei loro miti sui
risultati osservabili della precessione, le continue differenze nel cielo
dovevano riflettere le composizioni religiose scritte durante i tre millenni e
rotti di storia Faraonica in Egitto.
Quali miti si possono essere
originati da queste osservazioni? Potrebbero queste informazioni essere
considerate tanto importanti da essere state preservate già dai tempi della
tradizione orale?
E’ risaputo che il movimento
dei cieli era una parte necessaria dell’educazione dei sacerdoti dai primi
tempi della storia. Le stelle annunciavano l’arrivo dell’alba: l’apparire
del dio Sole. Ogni importante momento del corso del sole era accompagnato da un
rituale prescritto, e certe date erano ricordate e festeggiate con riti
speciali. Sappiamo che, in tempi storici, una posizione importante tra i
sacerdoti egiziani era quella dell’ “osservatore delle ore” o imy-wnwt, e questo sacerdote può essere immaginato seguire in
tutto il suo peregrinare celeste, la stella o la costellazione che annunciava
l’imminente sorgere del sole. Di prima importanza era stabilire il periodo
esatto del tempo prima dell’alba; trascorrere le ore della notte a preparare i
cibi e le cerimonie… tutto doveva essere pronto per lo speciale momento.
L’alba purificava il sacerdote,
il sostituto del re, che avrebbe rimosso la statua del dio dal “buco dei buchi”. Era una cerimonia di grande solennità, e doveva
svolgersi nel preciso istante in cui il sole compariva all’orizzonte.
La magnificente armonia del cielo
si muove con grande regolarità, e niente sulla terra può rivaleggiare questa
precisione. Ciò nonostante, casi di irregolarità, come le eclissi, ed il
risultato del lento moto retrogrado della precessione, mentre portavano
sicuramente terrore in alcuni, avrebbero significato, per i prescelti,
situazioni da motivare e giustificare adducendo plausibili ragioni.
Una volta appurato che il
fenomeno precessionale era un fenomeno normale, gli antichi pensatori dovettero
cercare in qualche modo di misurarlo e comprenderne il preciso funzionamento, e
le prove suggeriscono che è quello che hanno fatto.
I miti non sarebbero altro che
vettori di informazione sui movimenti celesti e su eventi ciclici molto ben
conosciuti, e tramandati per lungo tempo prima di essere posti per iscritto.
Quando si è cominciato a leggere le più antiche scritture della storia, gli
studiosi hanno avuto l’impressione che alcune siano state scritte da uomini
dotti e colti, e altre da uomini spaventati e superstiziosi. Ma un testo che
racchiudesse in sé le conoscenze, astronomiche e matematiche, fondamentali per
la religione, ed essenziali per datare i giorni sacri e stabilire quindi i riti
religiosi, non è mai stato trovato. Solo dopo lunghi studi e ricerche si
è compreso che per riscoprire queste conoscenze, era necessario decifrare
l’intricato vocabolario della mitologia.
L’osservazione del cielo aveva
luogo ed era registrata nei templi, ma non si può certo credere che non fosse
già praticata e registrata prima che i templi fossero costruiti. Quando non si
aveva ancora una scrittura, la trasmissione della conoscenza e dei dati
dipendeva dall’effettività del linguaggio parlato e dalla memoria dei pochi.
Leggiamo in Platone che quando il dio egiziano della parola concesse al Faraone
il dono della scrittura, questo non fu ricevuto con grande entusiasmo. Il
Faraone disse che l’arte di ricordare si sarebbe persa, adesso che ognuno
poteva portare le sue conoscenze scritte sulla carta. Ma una volta affermatasi
la scrittura, la conoscenza della parola fu affidata agli scribi, e la
costruzione di ogni parola considerata lo specchio della mente divina. Le
somiglianze ovvie, come quelle rivelate nei giochi di parole, non sembravano
essere considerate accidentali, e la conoscenza dei sacerdoti era necessaria per
scoprire il significato divino di tutte le sottili connessioni. Questo appare
dalle loro scritture: si operavano delle distinzioni mediante la ricerca di
relazioni di una parola con altra parola, e della designazione con altra
designazione.
Gli antichi egizi solevano
ricordare il loro passato e ritenevano che più la scrittura fosse antica, più
era sacra. La religione aumentava in complessità ed inglobava in sé idee e
forme, che quando si incontrano nei testi sono scambiate per contraddittorie
commistioni di discorsi senza senso sulle origini degli dei e sul destino dei
morti, accanto all’incantata convinzione di possedere un potere in se stessi.
E’ stato detto che gli egiziani
non sarebbero stati egiziani se non avessero preservato a lungo il nuovo con il
vecchio. E’ anche stato detto che: “la religione egiziana attrae come i
fuochi fatui per causa del suo mistero e a dispetto della sua assurdità”.
Questo perché solo in tempi
recenti si è stati capaci di studiare le scritture di questi illuminati
personaggi del passato. La Stele di Rosetta fu scoperta nel Luglio del 1799 ma
non fu prima del 1822, che grazie al diligente ed ispirato lavoro di Thomas
Young e Jean Francois Champollion, divenne possibile decifrare gli enigmatici
geroglifici.
Nel diciannovesimo secolo, si
avevano ovunque testi religiosi ancora non tradotti, la maggior parte dei quali,
incisi sulle fiancate dei monumenti sparsi per il paese; altre erano scritte su
rotoli di papiro, a lungo sotterrati e solo successivamente riportati alla luce
dal lavoro degli archeologi. Nel 1880 i lavoratori della piana di Saqqara, 32
miglia a sud ovest del Cairo, penetrarono nella piramide di Pepi I, un faraone
della sesta dinastia, e nel 1881 si scoprì la piramide di Unas, della quinta
dinastia. Entrambe aggiunsero grande quantità di testi.
Questi edifici piramidali
differiscono in modo sostanziale dalle più note costruzioni di Giza, che le
hanno precedute. Le tombe costruite dagli ingegneri della quarta dinastia non
hanno decorazioni di alcun tipo sui muri interni. Quelle di Unas e di Pepi erano
invece ricche di iscrizioni meravigliose. I loro corridoi e camere sono
ricoperte di scritti che riga dopo riga si sovrappongono perpendicolarmente, con
tracce di dipinti ancora perfettamente conservati e con immagini finemente
decorate. Poco era conosciuto a quel tempo della grammatica o del vocabolario
egizio, ma una traduzione preliminare di G. Maspero non si fece attendere.
Immediatamente dopo queste due,
altre quattro nuove piramidi furono scoperte a Saqqara, e si trovarono testi
similari iscritti sulle loro pareti. Queste iscrizioni furono chiamate
collettivamente i “Testi delle Piramidi”, la più antica e completa raccolta
al mondo di testi religiosi. Fin dalla loro scoperta, le traduzioni e
grammatiche sono proliferate e la conoscenza del linguaggio Egiziano è
diventata la branca di una vera e propria disciplina scientifica.
Ma contestualmente alla scoperta
dei Testi, si è verificata una cospicua perdita di interesse
nell’interpretazione della religione essa stessa. Nel 1948, Henri Frankfort,
noto professore e ricercatore di Archeologia Orientale all’Università di
Chicago, scrisse:
La religione egiziana è cresciuta in interesse per
il mondo occidentale molto prima che i geroglifici fossero decifrati. La
favolosa antichità della civiltà egiziana e le sue stupende rovine hanno
sempre suggerito che ci fosse un retroterra di profonda conoscenza… ma la
decifrazione dei documenti ha deluso secoli di aspettative… i testi
introducono ad un’apparente giungla di teorie religiose, così impenetrabile
alla nostra comprensione che gli Egittologi hanno evitato in modo crescente la
missione della loro interpretazione.
Frankfort sottolineava come
l’indirizzo impartito ai nuovi studi in materia di egittologia, preferiva
credere che la religione fosse sempre una conseguenza del potere politico, e così
ne tralasciava lo studio.
Nel 1952 fu pubblicata una
versione inglese dei Testi delle Piramidi di Samuel A. Mercer. Nel 1954, il
primo di sei volumi di una traduzione di vari testi religiosi tratti da tombe e
papiri, fu offerta da Alexandre Piankoff. Nel 1969 i testi di tutte le cinque
piramidi furono tradotti in inglese da R.O. Faulkner. La pubblicazione avvenne
nel 1972.
Nel 1954 Piankoff scrisse:
L’egittologia è una scienza giovane. Dai tempi
dalla decifrazione delle iscrizioni geroglifiche da parte di Champollion, è
stata già portata avanti un’evoluzione tempestosa. Per esempio, l’approccio
allo studio della religione egiziana è passato senza transizione da un estremo
ad un altro. Per i primi egittologi la religione era altamente misteriosa e
mistica… quindi è venuta un’improvvisa reazione: gli studiosi hanno perso
tutto il loro interesse nella religione e hanno cominciato a vedere i testi
religiosi solamente con fonti di materiale per le loro ricerche
storico-filologiche.
Alexandre Piankoff morì nel 1966
con gli ultimi due volumi della sua traduzione avanti abbastanza per essere
pubblicati postumi nel 1968 e nel 1974. Anche il lavoro sul Libro dei Morti di
Thomas G. Allen fu pubblicato postumo.
Fino a quando la ricerca
filologica sarà al centro della ricerca generale, in che modo si potranno
incoraggiare gli studiosi ad attribuire valore a questioni puramente speculative
come le origini delle credenze religiose? Solo recentemente alcune riviste
specializzate hanno iniziato a volgersi in questa direzione.
Nel libro “La morte degli dei nell’antico Egitto”, Jane B. Sellers porta avanti
un’ investigazione attenta sui testi degli antichi egizi e le loro connessioni
con i fenomeni astronomici, e suggerisce che la precisa conservazione, in modo
sia scritto che orale, di questi dati, ha come necessario punto di partenza
Osiride, il dio dei morti egiziano. Gli osservatori del cielo del neolitico
registravano e studiavano il complesso movimento dei cieli. Una nuova
consapevolezza relativamente al processo logico di adattamento ai cambiamenti
celesti (cambiamenti sui quali era basata la storia originale della morte e
della nuova nascita di Osiride) ci darebbe una differente visione delle attività
intellettuali delle culture antiche. Del resto la religione egiziana è sempre
stata vista come la forza dell’Egitto, ma è una religione le cui origini sono
completamente sconosciute. Se queste potessero essere identificate, non solo gli
scritti, ma l’intera antica cultura, i disegni e le pitture, i riti funerari
ed i festeggiamenti, l’architettura ed il governo, potrebbero essere
finalmente compresi.
La Sellers sostiene, sulla base delle prove esistenti (in
primo luogo l’orologio stellare degli egiziani) che i primi osservatori del
cielo, fossero innanzitutto osservatori dell’orizzonte. Altri autori, tra cui
Hancock e Bouval, credono invece che i primi egiziani osservassero i transiti.
La configurazione celeste che supporta la data del 10.500 a.C. per il cosiddetto
“Primo Tempo” degli egiziani, è interessante. Ma questa configurazione non
ha niente a che vedere con la data per l’origine della storia egiziana, quando
cioè Osiride fu immerso nella
sua stessa acqua.
La Sellers ritiene che quando
Hancock e Bouval riportano che:
«Alla luce delle nostre conoscenze è difficile immaginare che il
riferimento ad Osiride che arriva “sulla Terra” possa significare qualcosa
di diverso da una costruzione fisica del “corpo di Osiride sulla terra”
sulla riva occidentale del Nilo – nella forma della Grande Piramide»
stiano ignorando deliberatamente
sia un espressione Egiziana per “morire”, sia la spiegazione precessionale
della mancata comparsa di Orione sull’orizzonte est.
C’è un altro punto che Jane B.
Sellers sottolinea chiaramente. Il numero 72 viene considerato da molti autori
come centrale nella matematica e negli studi sulle proporzioni egizi. Ma la
Sellers invita a non dimenticare che tale numero viene introdotto da Plutarco
quando tratta la storia di Osiride. Al tempo in cui visse Plutarco (dal 45 al
120 d.C.) i sacerdoti egiziani, da cui Plutarco aveva ricevuto le testimonianze,
sapevano che questa storia aveva riguardo al movimento retrogrado della
precessione, un movimento che però, per il 120 d.C. era ampiamente conosciuto,
grazie ad Ipparco. Questo è effettivamente differente che dire che il numero 72
era contenuto nella tradizione Egiziana.
Primariamente, Jane B.Sellers
vuole convincere i lettori sull’origine dei due miti principali della
religione egiziana e vuole sperare che i lettori saranno ben preparati a
considerare perché le principali caratteristiche di così tanti dei miti del
mondo sembrino avere tanto in comune. Dechend e Santillana hanno dato a ciò
grande risalto, e sebbene non abbiano mai investigato a fondo i miti
dell’antico Egitto, nelle prime pagine del loro libro può essere letta questa
affermazione provocatoria:
“L’intensità, la ricchezza, e la coincidenza dei dettagli del pensiero
comune, hanno portato alla convinzione che il racconto sulle origini del mondo,
sulla sognata prima età del mondo, sia
nato nel Vicino Oriente”
Lo studio del pensiero degli
antichi è al tempo stesso affascinante e frustrante. Le teorie relative ai
popoli prima della letteratura, devono essere comprese con un grado minore di
certezze, e la più profonda convinzione di dovere aspirare solo ad un buon
grado di probabilità.
Le origini dei miti egizi sono
sconosciute e queste origini giacciono possibilmente sepolte o nascoste
nell’età comunemente definita preistorica. In questa età la memoria era un
elemento importante che avrebbe potuto perpetuare le tradizioni, mediante il
racconto e la ripetizione orale; ed il movimento degli oggetti celesti era molto
più misterioso di quanto non sia oggi.
Nel 1969 Giorgio De Santillana ha
descritto nel “Mulino di Amleto”, una summa dei miti di uno spazio di tempo,
il primo riconoscimento di un reame ancora incontaminato. Professore di storia e
filosofia e scienze al MIT realizzò, come fece Frazer, l’inevitabile fatto
che non riusciremmo mai a penetrare totalmente la mente e il ragionamento degli
antichi. Non potremmo mai condividere gli stessi quesiti e
interrogativi, o l’orrore agghiacciante che gli eventi inesplicabili
scatenavano negli uomini di quel tempo, affrettando il loro battito cardiaco e
sconvolgendo la loro mente.
De Santillana ed il suo co-autore
Herta Von Dechend, Professore di Storia e scienze all’università di
Francoforte, presentarono una complessa analisi dei grandi miti del mondo.
Giunsero alla conclusione che tutti avessero un’origine comune e che il
fenomeno noto come precessione degli equinozi fosse la base per molte delle
storie antiche, strettamente intrecciata alla morte degli dei e alla loro
susseguente risurrezione. Ora Santillana è morto, ma la sua teoria vive ancora.
Philips Morrison, professore di fisica al Mit, rileggendo il ”Mulino di
Amleto” (nel 1969) scrisse per Scientific American:
“Questa è la chiave che ci consentirà di aprire molti cancelli”
Ma nessuno ha usato ancora questa
chiave o l’ha applicata specificamente ai miti dell’antico Egitto.
Nel suo giudizio critico al
“Mulino di Amleto”, Morrison scrive ancora:
“L’esistenza
di un’età dell’oro è la componente dei desideri dell’uomo, parte del suo
inconscio; ma ci fu un periodo veramente luminoso, attorno al 6000a.C., e non
sulla terra, ma in cielo. In quel tempo l’area del cielo dove il piano
dell’eclittica attraversa l’equatore celeste era occupata contemporaneamente
dalla Via Lattea e dalle stelle lucenti della Cintura di Orione. A dispetto di
ciò il libro di Santillana da solo un rapido sguardo alla religione degli
egiziani, una religione che indicava Orione come un aspetto di Osiride, uno
degli dei più importanti nel pantheon egizio. Suggerisco che la mancata
apparizione di Orione, dovuta al moto processionale, diede luogo, attraverso i
secoli ad una tradizione orale circa la morte del dio. Credo che la morte di
Osiride, essendo la morte di un dio celeste, fosse una morte più preoccupante e
inspiegabile di quella di una figura storica. Il fatto che questi eventi fossero
celestiali, ha reso la sua risurrezione non solo possibile, ma addirittura
certa.
…
Nell’enigmatica e confusa religione di questi
abitanti delle rive del Nilo, ci sono due eventi di primaria importanza; la
morte e la rinascita di Osiride e il sacrificio fatto per Osiride da suo figlio,
dell’importantissimo occhio di Horus. Nonostante il sacrificio dell’occhio
di suo figlio, (e la sua promessa di vita eterna per tutti coloro che fossero
stati bene equipaggiati per averla) possa sembrare particolarmente egiziana, la
storia ha vaghe eco in tutti i miti del mondo.
Se la tradizione collegata a Osiride e Horus, si è
originata nei millenni prima della scrittura, e se l’ origine è stata
determinata dal maestoso movimento nei cieli, allora la ricerca deve trovare un
supporto testuale di queste tesi.
Tale supporto dovrebbe riflettere il fatto che nel
lasso di tempo tra i primi insediamenti conosciuti nella Valle del Nilo, fino
alla dismissione della religione egiziana, dunque almeno sei millenni, il
ritardato arrivo, causato dalla precessione, di importanti stelle, avrebbe
dovuto riguardare anche altri gruppi chiave di stelle, dopo il trauma iniziale
della scomparsa di Orione. Se il mito riflette le conseguenze della precessione,
il collegamento tra le antiche convinzioni circa la risurrezione e i cambiamenti
occorsi nel cielo, si vanno rafforzando. Il lungo periodo dell’antica storia
egiziana prevedere un inusuale terreno di prova per una simile teoria.”
I Testi delle Piramidi
dell’Antico Regno e altre scritture funerarie, come il Libro dei Morti, il
Libro delle Caverne e la Litania del Re, dovrebbero essere esaminati prestando
attenzione al fatto che gli antichi guardavano al cielo per cercare i loro dei,
e che questo fosse un evento infinitamente più importante per la formazione
della loro religione, che qualunque cosa potesse accadere sulla terra. La
religione egiziana dei tempi storici può essere considerata incentrata sul mito
del Sole; ma nell’era predinastica, il più importante oggetto di venerazione
a Eliopoli, più tardi luogo centrale per il culto del dio-sole Ra, era quello
delle stelle.
L’egittologo Jhon A.Wilson
spiegò che nelle prime scritture mortuarie, i Testi delle Piramidi, la
destinazione dei morti era l’area delle stelle circumpolari che giravano
attorno alla stella del Nord. Questo è vero, ma quando si leggono questi testi,
appare evidente che un importante e forse intermediaria speranza fosse per i
defunti rinascere ancora come Sahu-Orione. Ciò non toglie che l’ultima
speranza per i morti fosse quella di risuscitare sotto forma di stella, che non
sarebbe mai più perita, come “Akhus”. Il morto diventa “Akhu”
attraverso il rituale funerario quando diventa uno “Spiriti prefigurato ben
equipaggiato. Si credeva che l’ Akhus possedesse
la luce, e la luce era vista come una pre-condizione per la vita.
Questi “esseri luminosi”
avrebbero poi occupato l’area circumpolare – chiamata DUAT- un’area mai
toccata dalla morte. Le stelle circumpolari non scompaiono mai per un’assenza
stagionale, né sono toccate dagli effetti della precessione, per la loro
particolare posizione nel cielo.
Nei Testi delle Piramidi la storia di Osiride sembra essere
riportata per quello che oggi sarebbe una verità “data”. Questa storia era
accettata per fede, e le sue origini erano vaghe e misteriose. Tanto che,
recentemente, alcuni egittologi hanno insistito nel dire che il culto di Osiride
non esistesse fino alla Quinta Dinastia (2501-2342), poiché le prime menzioni
di questo Dio si troverebbero solo nei Testi delle Piramidi, nella tomba
dell’ultimo legislatore della Quinta dinastia e nella tomba di un re della
Sesta. Molti altri elementi conducono invece alla differente conclusione che la
storia di Osiride si perda nei secoli di una distante antichità, molto prima di
questa data. La scoperta a Helwan di un simbolo molto antico di Djed, e del
volto di Iside (la controparte femminile di Osiride) mostrano che durante il
periodo arcaico (dalla I alla II dinastia) il culto di Osiride fosse già
esistente.
Gli egiziani avevano necessità
di una visione dell’Universo come immutabile. I loro tentativi di registrare e
spiegare le deviazioni delle cose sono state tristemente male interpretate dai
ricercatori. Questa è la storia, al meglio di come può essere presentata:
Osiride è il legislatore
d’Egitto, Iside è sua moglie / sorella e Seth il fratello cattivo. Seth
uccide Osiride e butta il suo corpo chiuso in un sarcofago dentro il Nilo. Iside
riesce a recuperare il sarcofago e nasconderlo; ma Seth lo trova e taglia il suo
corpo in 14 pezzi e li disperde per il territorio dl’Egitto. Iside piangente
vaga per tutto il territorio alla ricerca dei pezzi del corpo di suo marito, e
quindi, con l’aiuto di Nefiti, sua sorella, di Anubi, il dio dalla testa di
sciacallo e di Thoth, dio della conoscenza e della parola, mette insieme i pezzi
del corpo smembrato, avvolgendolo in bendaggi di limo e pronunciando sacre
parole e riti magici. Quindi Iside avvolge il corpo di Osiride con le sue ali e
riesce a farlo rivivere il tempo sufficiente a concepire Horus.
Nonostante diventi predominante
nel mito ad un livello di molto successivo, sembra che l’episodio dello
smembramento non figuri nella tradizione più primitiva. I 14 pezzi in cui il
corpo è stato diviso, possono rappresentare i 14 giorni di crescita della luna,
e anche i 14 giorni della sua riduzione progressiva. I testi matematici
successivi mostrano questa frazione, che è basata essenzialmente sulla
aritmetica Egiziana, e si pensa che ogni parte rappresentasse una frazione del
tutto.
Osiride è ora diventato
legislatore dei morti, non potendo mai più occupare il suo trono precedente.
Comunque, nelle scritture e nei disegni sui muri dei templi Tolemaici, il
ritrovamento del corpo è salutato al pianto di “Evviva, è risorto”.
Infatti, i testi più antichi che abbiamo, i Testi delle Piramidi, parlano del
legislatore morto dicendo “sorgente come Osiride”. Lui è risorto ma la sua
natura è mutata, ed il suo posto sulla terra è ora occupato da suo figlio.
Iside si isola per tutta la
durata della gravidanza ed il bambino Horus viene partorito in un luogo segreto.
Questi cresce fino all’età adulta ed in un evento descritto come “il giorno
della battaglia”, Horus combatte contro l’assassino di suo padre.
Questa battaglia è
dettagliatamente raccontata dagli scribi come un evento avvolto nel mistero. Nel
Libro dei Morti, specialmente nella linea 17, importante perché ci da un
racconto dettagliato della battaglia, le glosse aggiunte dagli scribi successivi
chiedono “cosa è successo quindi?” e “Chi è lui?”. Le glosse e le
interpretazioni delle innumerevoli generazioni di sacerdoti, sono state
accettate come un modo per ricercare la verità.
Horus perde il suo occhio nella
battaglia e Seth perde i testicoli, Horus e Seth ingaggiano una susseguente
contesa per il periodo di otto anni durante i quali gli altri dei sono stati
profondamente incerti nel tentativo di decidere chi dei due avesse ragione di
occupare il posto vacante di Osiride.
E’ sconcertante che alcuni
egittologi accettino la data del conflitto tra Horus e Seth più prontamente di
quanto non facciano per le origini della storia di Osiride. Un primitivo
prototipo di un falco su una serekh, tipica rappresentazione del dio Horus, è
datata a quella che è chiamata la
cultura Naqada I, 4000a.C. La serekh è una struttura con una facciata a
nicchia, un dettaglio architettonico creduto essere stato una prima innovazione
della cultura dell’est, impiegata nei palazzi dei primi re o nelle loro tombe
a mastaba.
Una raffigurazione di Seth è
stata trovata in un cimitero predinastico datato molto indietro nel tempo, e
artefatti come vasellame, piatti, e altri utensili, tutti attestano la
possibilità che esistesse un culto molto primitivo di entrambe le divinità.
Certamente, al tempo del secondo insediamento Neqada (3500 a.C. circa) il
significato religioso di un falcone non può essere revocato in dubbio.
La battaglia tra Horus e Seth è
detto sia stata determinata dalla disputa su chi dovesse succedere sul trono di
Osiride, e suggerisce l’esistenza di una storia su Osiride antica almeno
quanto il culto di Horus. L'antico testo riporta che Horus prese l’occhio che
aveva sacrificato per Osiride e glielo portò nell’aldilà. Dando a suo padre
il suo occhio, gli diede eterna vita e Osiride poté dirsi “ben
equipaggiato”.
Nel papiro Chester Beatty, dal
regno di Ramesses V, datato 1160-1154 a.C. (circa mille anni dopo i Testi delle
Piramidi), troviamo un racconto del conflitto tra Horus e Seth. Qui si dice che
la contesa tra i due continuò per otto anni.
Anche in questo caso, dunque, si
potrebbe supporre che la battaglia abbia avuto qualcosa a che fare con
accadimenti osservati nel cielo, con il lento ma verificabile moto della
precessione; quindi, se la storia degli dei è collegata agli eventi celesti,
qualcosa deve essersi verificato nei cieli sopra l’Egitto, e protratto per un
periodo di circa 8 anni. Ma può essere prospettata un’altra soluzione. I miti
egizi indicano anche che ad un ceto punto l’occhio di Horus fu perso, certi
testi riferiscono di una ricerca simile a quella per il corpo di Osiride; ma
l’occhio venne ritrovato, ed è allora che Horus lo portò a suo padre,
Osiride. Nella risurrezione di Osiride gli egiziani volevano leggere la speranza
di una vita eterna per se stessi, dopo la morte. Il defunto assume il titolo di
Osiride, se la famiglia o gli amici faranno per lui ciò che è stato fatto per
Osiride, ad esempio mediante la dazione di offerte, (in luogo del sacrificio
dell’occhio) affinché il defunto viva per sempre.