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TIMEO di Platone
SOCRATE:
Uno, due, tre: e dov’è, caro Timeo, il quarto di quelli che ieri invitai a
pranzo e che oggi mi invitano?
TIMEO: Si è ammalato, Socrate: certamente non si sarebbe assentato di
sua volontà da questo incontro.
SOCRATE: È dunque compito tuo e di costoro svolgere anche la parte che
spettava all’assente?
TIMEO: Certamente, e per quanto ci è possibile nulla tralasceremo: non
sarebbe giusto, infatti, che dopo che siamo stati accolti da te nei modi che si
convengono agli ospiti, noi che siamo rimasti, non avessimo la volontà di
ricambiare la tua ospitalità.
SOCRATE: Dunque vi ricordate di quanti argomenti e su quali questioni vi
ho invitato a parlare?
TIMEO: Alcuni li ricordiamo, mentre per quel che non ricordiamo, tu che
sei qui lo richiamerai alla memoria: anzi, se per te non è una seccatura,
riprendi nuovamente in breve dal principio queste cose, perché si consolidino
maggiormente in noi.
SOCRATE: Sarà così. Il punto principale dei miei discorsi di ieri sullo
Stato riguardava il come deve essere e da quali uomini deve essere costituito
per sembrarmi il migliore.
TIMEO: E ci è senz’altro sembrato, Socrate, che tu ne parlassi con
intelligenza.
SOCRATE: E innanzitutto non separammo in esso la classe dei contadini e
tutti gli altri mestieri da quella dei difensori dello Stato?
TIMEO: Sì.
SOCRATE: E assegnando secondo natura ciò che più si addice a ciascuna
classe, vale a dire un’unica mansione e un’unica arte per ciascuna, dicemmo
che costoro che dovevano combattere per tutti dovevano essere soltanto guardiani
della città, sia che qualcuno venisse a saccheggiarla da fuori o anche
dall’interno, giudicando da un lato con benevolenza i loro sottoposti ed amici
naturali, ma diventando ostili nelle battaglie con i nemici che incontrassero.
TIMEO: Certamente.
SOCRATE: Dicevamo, io credo, che l’anima dei guardiani doveva essere
per natura particolarmente veemente e saggia ad un tempo, perché potessero a
buon diritto diventare nei confronti degli uni e degli altri rispettivamente
benevoli ed ostili.
TIMEO: Sì.
SOCRATE: E l’educazione? Non dovevano essere allevati nella ginnastica
e nella musica e in tutte le discipline che si addicessero loro?
TIMEO: Certamente.
SOCRATE: Si disse che quelli che venivano allevati in questo modo non
dovessero ritenere né l’oro, né l’argento, né alcun altro bene come loro
proprio, ma in qualità di difensori dello stato ricevessero da quelli che erano
da loro difesi un compenso per la loro custodia commisurato alle esigenze di
persone moderate, e lo spendessero in comune, e vivessero gli uni con gli altri,
avendo soprattutto cura del valore e non occupandosi delle altre questioni.
TIMEO: Anche queste cose si dissero in questi termini.
SOCRATE: E facemmo menzione anche delle donne, sostenendo che le loro
nature dovessero armonizzarsi a quelle degli uomini fino a diventare loro
somiglianti, e a tutte loro si dovessero assegnare le stesse mansioni dei maschi
riguardanti la guerra e il resto della vita.
TIMEO: Anche questo fu detto così.
SOCRATE: E riguardo alla procreazione dei figli?
Ma questa cosa, per la novità delle cose dette, è facile da ricordare, e
cioè che abbiamo stabilito che tutto fosse comune a tutti, matrimoni e figli,
facendo in modo che nessuno fosse mai in grado di riconoscere il proprio figlio,
e tutti pensassero di essere tutti consanguinei, sorelle e fratelli quanti sono
generati nei limiti di una stessa età, padri e padri dei padri quelli già
avanti negli anni e più vecchi, figli e figli dei figli i più giovani?
TIMEO: Sì , anche queste cose, come dici, sono facili da ricordare.
SOCRATE: Perché diventassero direttamente, nei limiti del possibile,
migliori per carattere non ci ricordiamo di aver detto che i magistrati uomini e
i magistrati donne dovessero, negli accoppiamenti dei matrimoni, tramare di
nascosto con certi sorteggi, in modo che, dopo aver separato i malvagi dai
buoni, gli uni e gli altri si unissero con le loro simili, e non provassero
invidia per questa ragione, attribuendo la causa dell’unione alla sorte?
TIMEO: Ricordiamo.
SOCRATE: E non dicevamo che soltanto i figli dei buoni dovevano essere
educati, mentre i figli dei cattivi si dovevano distribuire di nascosto in
un’altra parte della città? Questi ultimi, tenuti costantemente sotto
osservazione durante la loro crescita, si dovevano di nuovo ricondurre fra i
buoni se fossero diventati degni, sostituendoli con quelli che presso di loro
fossero diventati indegni.
TIMEO: È così.
SOCRATE: Abbiamo ormai passato in rassegna la discussione così come ieri
si è svolta, per quanto si può riassumere per sommi capi, oppure avvertiamo
l’esigenza di ricordare ancora qualcuna delle cose dette, caro Timeo, come se
l’avessimo tralasciata?
TIMEO: Nient’affatto, ma proprio queste sono le cose che sono state
dette, Socrate.
SOCRATE: Ed ora, a proposito di questo Stato che abbiamo appena passato
in rassegna, ascoltate quali sono i miei Platone Timeo sentimenti nei suoi
confronti. Il mio sentimento assomiglia a quello di chi, avendo osservato da
qualche parte degli stupendi animali, sia rappresentati da una pittura sia
realmente viventi, ma in riposo, provi il desiderio di osservarli in movimento e
di vederli gareggiare in una di quelle lotte che sembrano adatte ai loro corpi:
un identico sentimento io provo verso la città che abbiamo appena descritto.
Infatti ascolterei volentieri qualcuno che esponesse con un discorso come essa
affronta contro le altre città quelle gare che ogni città deve affrontare, e
come nobilmente entra in guerra, e come nel fare la guerra mostra di avere ciò
che si addice alla sua cultura ed educazione, sia nei fatti con le sue imprese,
sia nei discorsi con i negoziati verso le singole città. Ma a questo proposito,
Crizia ed Ermocrate, sono perfettamente consapevole di non essere capace di
elogiare come si deve tali uomini e tale città. Per quanto mi riguarda non mi
stupisco affatto: ma nutro la stessa opinione sia dei poeti che vissero
anticamente, sia di quelli che vi sono ora, non perché disprezzi la stirpe dei
poeti, ma perché è chiaro a chiunque che la stirpe di chi imita imiterà più
facilmente e più nobilmente ciò in cui è stato allevato, mentre ciò che è
al di fuori della propria educazione, se è difficile imitarlo nei fatti, è
ancor più difficile imitarlo bene a parole. Quanto alla classe dei sofisti, li
ritengo assolutamente esperti per quanto riguarda molti discorsi ed altre belle
cose, ma nutro il timore che, siccome vagano di città in città senza avere in
alcun luogo una loro dimora, siano incapaci di comprendere ciò che fanno o
dicono i filosofi e gli uomini politici, quando agiscono in guerra e in
battaglia e che con questi e con quelli negoziano sia nei fatti che a parole.
Rimangono dunque le persone come voi, che ad un tempo partecipano - per natura
ed educazione - del carattere degli uni e degli altri. Questo nostro Timeo, che
proviene da quella città governata da ottime leggi che è Locri in Italia, non
essendo secondo a nessuno fra quelli che abitano in quella città per ricchezza
e per stirpe, da un lato ha esercitato le cariche e le magistrature più
importanti fra quelle che vi sono nella città, e dall’altro ha raggiunto, a
mio avviso, la vetta più alta di tutta la filosofia. Quanto a Crizia, noi tutti
che siamo qui sappiamo che non ignora nessuna delle cose che diciamo.
Riguardo all’indole e alla educazione di Ermocrate, dobbiamo affidarci alla
testimonianza di molti secondo cui esse si conformano in modo adeguato a tutte
queste cose. Perciò anche ieri, riflettendo, quando mi avete domandato di
esporre il mio pensiero intorno allo Stato, volentieri vi ho reso questo favore,
sapendo che nessuno potrebbe svolgere meglio di voi, se solo lo voleste, il
seguito del discorso - infatti, dopo aver disposto lo Stato verso una degna
guerra, soltanto voi fra quelli che vivono in questo tempo potrete assegnarle
tutto ciò che le conviene -. Dopo aver detto ciò che mi era stato assegnato, a
mia volta vi ho assegnato quelle cose che adesso dico. Avendo riflettuto fra di
voi, avete deciso di comune accordo di ricambiarmi in questo momento
l’ospitalità dei discorsi, ed io sono qui assolutamente ben disposto verso di
essi e il più preparato fra tutti ad accoglierli.
ERMOCRATE: E certamente, come disse il nostro Timeo, o Socrate, nulla
tralasceremo del nostro impegno, e non vi sarà alcun pretesto per non far ciò:
sicché anche ieri, subito fuori di qui, dopo che arrivammo da Crizia nelle
stanze per gli ospiti, dove anche alloggiammo, e ancora prima lungo la strada,
riflettevamo proprio intorno a tali questioni. Questi dunque ci narrò una
storia proveniente da un’antica tradizione: anche adesso raccontala a Socrate,
Crizia, perché possa valutare se sia adatta o meno al nostro compito.
CRIZIA: Bisogna fare così , se anche il terzo compagno Timeo è
d’accordo.
TIMEO: Sì , sono d’accordo.
CRIZIA: Ascolta, Socrate, un discorso certamente singolare, ma tutto
vero, come lo raccontò un giorno Solone, il più saggio dei sette. Era dunque
parente ed assai amico con Dropide, nostro bisnonno, come dice anche lui stesso
in molti luoghi della sua poesia: disse a Crizia, nostro nonno, come il vecchio
a sua volta ricordava a noi, che grandi e meravigliose erano state le imprese di
questa città, oscurate dal tempo e dalla morte degli uomini, ma una era la più
grande fra tutte, la quale, se noi adesso richiameremo alla memoria, potremo in
modo conveniente contraccambiare la tua benevolenza e nello stesso tempo potremo
giustamente e veramente celebrare la dea nella sua festa solenne come se
elevassimo inni.
SOCRATE: Dici bene. Ma qual è questa impresa che Crizia narrava non come
un racconto, ma come un qualcosa che un tempo è avvenuto realmente per opera
della nostra città, secondo la versione tramandata da Solone?
CRIZIA: Vi racconterò allora questa antica storia, così come l’ho
ascoltata da un uomo non più giovane. Infatti allora Crizia, come disse, era
ormai vicino ai novant’anni, mentre io avevo appena dieci anni: per noi era il
giorno Cureotide delle Apaturie.
Quell’usanza della festa che ogni volta coinvolge i bambini
anche allora venne rispettata: i nostri padri stabilirono di assegnarci dei
premi di poesia. Vennero letti molti carmi di molti poeti, e siccome in quel
tempo i carmi di Solone erano nuovi, molti di noi bambini li cantammo. Dunque un
tale delle tribù, vuoi perché allora la pensasse in quel modo, vuoi anche per
rendere un tributo di riconoscenza a Crizia, disse che Solone gli sembrava il più
saggio non solo nelle altre cose, ma anche nella poesia il più nobile di tutti
i poeti. A questo punto il vecchio - lo ricordo perfettamente - si rallegrò
assai e sorridendo disse: "Se, Aminandro, non si fosse occupato
occasionalmente della poesia, ma avesse profuso tutte le sue energie come fanno
gli altri, e avesse terminato quella storia che portò sin qui dall’Egitto, e
non fosse stato costretto a trascurarla per le rivolte e gli altri mali che trovò
quando fece ritorno qui da noi, a mio avviso né Esiodo, né Omero, né nessun
altro poeta sarebbe mai stato più onorato di lui".
"Qual era questa storia", chiese Aminandro, "o Crizia?"
"Essa riguarda", rispose Crizia, "l’impresa più importante e
senza dubbio più celebre fra tutte quelle che questa città compì , anche se a
causa del tempo e per la morte di coloro che la compirono il racconto non giunse
fino a noi".
"Racconta dal principio", disse allora Aminandro, "che cosa
diceva Solone, e come lo raccontava, e da quali persone lo aveva udito come
veritiero".
"Vi è in Egitto", prese a raccontare quello, "nel Delta, presso
il cui vertice si divide il corso del Nilo un distretto denominato Saitico, e
Sais è la città più importante di questo distretto - città da cui proveniva
anche il re Amasi. Per gli abitanti una dea fu la fondatrice della città, e il
suo nome in Egiziano è Neith, mentre in Greco, come dicono loro, Atena: sono
molto amici degli Ateniesi e in un certo senso dicono di essere ancora parenti
con loro. Solone disse che, giunto in quel luogo, venne accolto con grandi onori
presso di loro, e che avendo una volta domandato sui fatti antichi i sacerdoti
più preparati intorno a tali questioni, scoprì che né lui stesso, né nessun
altro greco era per così dire al corrente di tali fatti. E allora volendo
spingerli verso i discorsi riguardanti eventi antichi cominciò a parlare di
quei fatti che qui si pensa che siano i più antichi, e narrò di Foroneo che si
dice che sia il primo uomo, e di Niobe, e dopo il diluvio, di come Deucalione e
Pirra trascorsero la vita, e fece la genealogia dei loro discendenti, e
ricordando i tempi cercò di calcolare in quali anni erano accaduti gli eventi
di cui parlava. Allora uno dei sacerdoti assai vecchio disse: "Solone,
Solone, voi Greci siete sempre bambini, e non esiste un Greco vecchio". E
Solone, dopo aver ascoltato, chiese: "Come? Che cos’è questa cosa che
dici?" "Siete tutti giovani", rispose il sacerdote, "nelle
anime: infatti in esse non avete alcuna antica opinione che provenga da una
primitiva tradizione e neppure alcun insegnamento che sia canuto per l’età. E
questa è la ragione. Molte sono e in molti modi sono avvenute e avverranno le
perdite degli uomini, le più grandi per mezzo del fuoco e dell’acqua, per
moltissime altre ragioni altre minori. Quella storia che presso di voi si
racconta, vale a dire che un giorno Fetonte, figlio del Sole, dopo aver
aggiogato il carro del padre, poiché non era capace di guidarlo lungo la strada
del padre, incendiò tutto quel che c’era sulla terra, e lui stesso fu ucciso
colpito da un fulmine, viene raccontata sotto forma di mito, ma in realtà si
tratta della deviazione dei corpi celesti che girano intorno alla terra e che
determina in lunghi intervalli di tempo la distruzione, mediante una grande
quantità di fuoco, di tutto ciò che è sulla terra. Allora quanti abitano sui
monti e in luoghi elevati e secchi muoiono più facilmente di quanti abitano
presso i fiumi e il mare: e il Nilo, che ci è salvatore nelle altre cose, anche
in quel caso ci salva da quella calamità mediante l’inondazione.
Quando invece gli dèi, purificando la terra con l’acqua, la sommergono, i
bifolchi e i pastori che sono sui monti si salvano, mentre coloro che abitano
nelle vostre città vengono trasportati dai fiumi nel mare. In questa regione né
in quel tempo né mai l’acqua scorre dalle alture ai campi arati, ma, al
contrario, scaturisce per natura tutta dalla terra. Di qui e per queste ragioni
si dice che siano state conservate le più antiche tradizioni, ma in realtà in
tutti i luoghi in cui il freddo eccessivo o il calore soffocante non lo
impedisca, sempre esiste, ora di più ora di meno, la stirpe degli uomini. E
tutte quante le cose che sono accadute presso di voi o qui o in altro luogo di
cui abbiamo sentito notizia, se ve ne sia qualcuna che sia onorevole, o grande,
o che si sia distinta per qualche altra ragione, sono state scritte qui nei
templi e vengono conservate: ma non appena presso di voi e presso altri popoli
viene inventato l’uso della scrittura e di tutto ciò che serve per la città,
ecco che di nuovo, nel solito spazio di anni, come una malattia giunge il
terribile diluvio dal cielo, e di voi lascia coloro che sono inesperti di
lettere e di arti, sicché diventate di nuovo dal principio come giovani, non
sapendo nulla né di ciò che accadde qui, né di ciò che accadde presso di
voi, e che avvenne in tempi antichi. Dunque queste vostre genealogie che hai ora
esposto, Solone, sono poco diverse dalle favole dei bambini, perché in primo
luogo voi ricordate un solo diluvio della terra, mentre in precedenza ve ne sono
stati molti, e in secondo luogo non sapete che nella vostra regione, presso di
voi, ha avuto origine la stirpe più onorevole e più nobile di uomini, dai
quali provenite tu e tutta la città che adesso è vostra, essendo allora
rimasto un piccolo seme; ma voi lo ignorate perché i superstiti per molte
generazioni morirono muti per non conoscere le lettere. In quel tempo, Solone,
prima dell’immane rovina causata dalle acque, a città degli Ateniesi era la
migliore in guerra e, soprattutto, sotto ogni punto di vista, era governata da
ottime leggi: ad essa si attribuiscono le imprese più belle e le costituzioni
migliori fra quelle di cui noi abbiamo accolto la tradizione sotto il
cielo."
Dopo aver ascoltato queste parole, Solone disse di meravigliarsi e di pregare
con fervore i sacerdoti di esporgli con esattezza il seguito delle storie
riguardanti i suoi antichi concittadini. Il sacerdote rispose: "Non vi è
nessun problema, Solone, ma parlerò per te e per la vostra città, e
soprattutto in onore alla dea che ebbe in sorte la vostra e questa città, e le
allevò ed educò, per prima la vostra mille anni fa, ricevendo il vostro seme
da Gea ed Efesto, e in seguito questa città qui. Per quanto riguarda
l’ordinamento di questa nostra città, nelle sacre scritture, vi è scritto il
numero di ottomila anni.
Quindi riguardo ai cittadini vissuti novemila anni fa ti mostrerò brevemente le
leggi, e l’impresa più bella che essi compirono: un’altra volta con maggior
precisione te le spiegherò tutte con maggior tranquillità, una dopo l’altra,
ricavandole dagli scritti stessi. Presta dunque attenzione alle leggi mettendole
in relazione a quelle di qui: infatti ora, in questo luogo, troverai molti
esempi di quelle che allora erano presso di voi, in primo luogo la classe dei
sacerdoti separata dalle altre, dopo di questa la classe degli artigiani, poiché
ciascuna di per sé esercita il proprio mestiere senza mescolarsi ad un’altra,
e ancora la classe dei pastori, dei cacciatori, dei contadini. E ti sei reso
conto che la classe dei guerrieri è qui separata da tutte le classi: ad essi è
stato ordinato dalla legge di non occuparsi di nient’altro se non delle
questioni concernenti la guerra. E ancora, per quanto riguarda la forma della
loro armatura, degli scudi e delle lance, con cui noi per primi fra i popoli
dell’Asia ci siamo armati, fu la dea che ce la mostrò, come in quei luoghi a
voi per primi.
Quanto alla scienza, poi, puoi renderti conto di quanto impegno vi abbia profuso
qui subito sin dal principio la legge riguardo a tutto l’ordinamento
dell’universo fino all’arte divinatoria e medica volte alla salvaguardia
della salute, ricavando da queste scienze divine quel che giova alle cose umane,
e procurando tutte quelle altre discipline che seguono a queste. Allora la dea,
dopo che fornì a voi per primi tutto questo ordinamento e disposizione vi diede
una dimora, scegliendo il luogo in cui siete nati, tenendo conto del fatto che
il clima mite delle stagioni che vi è in esso avrebbe fatto nascere uomini
assai saggi: poiché la dea era amante della guerra e anche della scienza, dopo
aver scelto quel luogo che potesse far nascere uomini il più possibile affini
ad essa, in quel luogo dapprima li fece abitare. Dunque vivevate facendo uso di
tali leggi, e ancor meglio eravate governati, superando tutti gli uomini in ogni
virtù, com’era conveniente per la prole e gli allievi degli dèi. Molte e
grandi, pertanto, sono le imprese della vostra città che noi ammiriamo e che
sono scritte qui, ma fra tutte ve n’è una che le supera per grandezza e
valore: dicono infatti le scritture quanto grande fu quella potenza che la
vostra città sconfisse, la quale invadeva tutta l’Europa e l’Asia nel
contempo, procedendo dal di fuori dell’Oceano Atlantico. Allora infatti quel
mare era navigabile, e davanti a quell’imboccatura che, come dite, voi
chiamate colonne d’Ercole, aveva un’isola, e quest’isola era più grande
della Libia e dell’Asia messe insieme: partendo da quella era possibile
raggiungere le altre isole per coloro che allora compivano le traversate, e
dalle isole a tutto il continente opposto che si trovava intorno a quel vero
mare. Infatti tutto quanto è compreso nei limiti dell’imboccatura di cui ho
parlato appare come un porto caratterizzato da una stretta entrata:
quell’altro mare, invece, puoi effettivamente chiamarlo mare e quella terra
che interamente lo circonda puoi veramente e assai giustamente chiamarla
continente. In quest’isola di Atlantide vi era una grande e meravigliosa
dinastia regale che dominava tutta l’isola e molte altre isole e parti del
continente: inoltre governavano le regioni della Libia che sono al di qua dello
stretto sino all’Egitto, e l’Europa sino alla Tirrenia.
Tutta questa potenza, riunita insieme, tentò allora di colonizzare con un solo
assalto la vostra regione, la nostra, e ogni luogo che si trovasse al di qua
dell’imboccatura. Fu in quella occasione, Solone, che la potenza della vostra
città si distinse nettamente per virtù e per forza dinanzi a tutti gli uomini:
superando tutti per coraggio e per le arti che adoperavano in guerra, ora
guidando le truppe dei Greci, ora rimanendo di necessità sola per l’abbandono
da parte degli altri, sottoposta a rischi estremi, vinti gli invasori, innalzò
il trofeo della vittoria, e impedì a coloro che non erano ancora schiavi di
diventarlo, mentre liberò generosamente tutti gli altri, quanti siamo che
abitiamo entro i confini delle colonne d’Ercole. Dopo che in seguito, però,
avvennero terribili terremoti e diluvi, trascorsi un solo giorno e una sola
notte tremendi, tutto il vostro esercito sprofondò insieme nella terra e allo
stesso modo l’isola di Atlantide scomparve sprofondando nel mare: perciò
anche adesso quella parte di mare è impraticabile e inesplorata, poiché lo
impedisce l’enorme deposito di fango che vi è sul fondo formato dall’isola
quando si adagiò sul fondale..." Queste
parole che hai ascoltato, Socrate, riassunte per sommi capi, sono quelle
pronunciate dal vecchio Crizia, secondo la versione dì Solone: mentre ieri tu
parlavi dello Stato e degli uomini che delineavi, rimanevo meravigliato
richiamando alla memoria proprio le cose che ora ho raccontato e osservando che
per una incredibile coincidenza avevi in gran parte perfettamente aderito con
quelle cose che disse Solone. Tuttavia non volli parlare in quel momento perché
a causa del tempo trascorso non me le ricordavo abbastanza. Pensai allora che,
prima di parlare, sarebbe stato meglio riprendere con esattezza tutto quanto
dentro di me. Per questo motivo accettai subito le cose che mi erano state
ordinate di dire, pensando che avremmo convenientemente superato quella che è
la più grande difficoltà in tutte le discussioni di questo genere, vale a dire
l'esposizione di un racconto che si adatti agli scopi proposti. Così, come
costui diceva, ieri, non appena uscii di qui, riportai a costoro le cose che mi
ricordavo, poi, congedandomi e riflettendo con attenzione durante la notte, ho
richiamato quasi tutto alla memoria. E proprio vero quel che si dice, e cioè
che quanto si apprende da bambini si ricorda in modo mirabile. Infatti ciò che
ho udito ieri, non so se sarei in grado di richiamarlo di nuovo tutto alla
memoria: quanto invece a queste cose che ho ascoltato già da molto tempo, mi
meraviglierei assai se qualcosa di esse mi fosse sfuggita. Io in quel tempo le
ascoltavo con molto piacere e come un passatempo, e il vecchio volentieri mi
insegnava mentre io lo interrogavo di frequente, sicché mi sono rimaste
impresse come pitture indelebili a fuoco: a costoro subito dissi fin da questa
mattina queste stesse cose, perché avessero abbondanza di discorsi insieme a
me. Ora dunque, ed è la ragione per cui è stato detto tutto ciò, sono pronto
a riferire, Socrate, non soltanto per sommi capi, ma ciascuna cosa proprio nel
modo in cui l'ho ascoltata: quanto ai cittadini e alla città che tu ieri ci hai
delineato come in una favola, ora trasferendoli nella realtà, li metteremo qui,
come se quella città fosse proprio questa, e diremo che i cittadini che hai
mentalmente rappresentato sono quei nostri reali progenitori di cui ha parlato
il sacerdote. Saranno del tutto concordi e non diremo un assurdo affermando che
essi sono proprio quelli che vissero allora. Dividendoci i compiti, cercheremo
tutti quanti insieme di realizzare convenientemente, per quanto ci è possibile,
quanto ci hai ordinato di fare. Bisogna dunque vedere, Socrate, se questo
discorso corrisponde alle nostre intenzioni, oppure se al posto di questo si
deve cercarne un altro.
SOCRATE: E, Crizia, quale altro migliore argomento si potrebbe prendere
in cambio di questo, che per l'affinità si adatta perfettamente al presente
sacrificio della dea, e che è di enorme importanza perché è un racconto che
non è il prodotto della fantasia, ma una storia vera? Come e da dove piglieremo
altri discorsi, se abbandoniamo questo? Non è possibile, ma confidando in una
buona sorte bisogna che voi parliate, ed io standomene tranquillo per i discorsi
di ieri, a mia volta vi ascolti.
CRIZIA: Presta attenzione, Socrate, all'ordine dei doni ospitali che
abbiamo preparato per te, come l'abbiamo predisposto. Abbiamo deciso che Timeo,
poiché fra noi è il più esperto di fenomeni celesti, e quello che ha speso più
energie nello studio della natura dell'universo, cominci per primo a parlare
sulla natura dell'universo e termini con la natura dell'uomo. Dopo di lui io,
come se ricevessi da costui gli uomini generati dalla sua parola - di cui alcuni
sono stati egregiamente educati da te -, li conduco secondo la storia e la legge
di Solone dinanzi a noi come fossimo dei giudici, e li nomino cittadini di
questa città come se fossero gli Ateniesi di allora che la tradizione delle
sacre scritture ha riportato alla luce dall'oscurità; e per il resto farò
ormai discorsi su di loro come se fossero cittadini e Ateniesi.
SOCRATE: In modo compiuto e con estrema chiarezza mi pare di ricevere in
cambio il banchetto imbandito di discorsi. Dunque è compito tuo parlare, Timeo,
ma non prima di aver invocato, secondo la consuetudine, gli dèi.
TIMEO: Ma, Socrate, tutti quanti, anche quelli che partecipano in piccola
misura della saggezza fanno così, ovvero prima di intraprendere qualsiasi
affare, piccolo o grande che sia, sempre invocano la divinità: e noi, che
stiamo per fare dei ragionamenti intorno all'universo, vale a dire se è nato o
se è privo della nascita, se non deliriamo completamente, dobbiamo di necessità
invocare gli dèi e le dee, e pregarli di poter dire tutto assolutamente secondo
il loro pensiero, ma anche in conformità con il nostro. E così si invochino
gli dèi: dobbiamo d'altra parte invocare questa nostra fatica, perché più
facilmente voi apprendiate, mentre io vi possa spiegare meglio quello che penso
sulle questioni che si sono stabilite.
A mio avviso si devono innanzitutto distinguere queste cose: che cos'è ciò che
sempre è e non ha nascita, e che cos'è ciò che sempre si genera, e che mai
non è? L'uno si apprende con l'intelligenza e mediante il ragionamento, poiché
è sempre allo stesso modo, l'altro si congettura con l'opinione mediante la
sensazione irrazionale, poiché si genera e muore, e in realtà non è mai.
Tutto ciò che è generato si genera necessariamente per una causa: infatti per
ogni cosa è impossibile generarsi senza una causa.
Quando l'artefice, rivolgendo il suo sguardo verso ciò che è sempre allo
stesso modo e servendosi di una tale entità come di un modello, realizza la
forma e la proprietà di qualche cosa, è necessariamente bello tutto quello che
in questo modo realizza.
Non è bello se invece ha prestato attenzione a ciò che è soggetto a
generazione, servendosi appunto di un modello generato. Dunque, riguardo a tutto
il cielo - o cosmo o come lo si preferisca chiamare, così noi possiamo
chiamarlo - bisogna innanzitutto considerare di esso ciò che abbiamo stabilito
di dover considerare in principio riguardo ad ogni cosa, vale a dire se è
sempre, e non ha alcun principio di nascita, oppure si è generato traendo
origine da un qualche principio. è nato: infatti si può vedere e toccare, è
fornito di un corpo, e tali proprietà sono tutte cose sensibili, e ciò che è
sensibile, che si coglie con l'opinione mediante la sensazione, è evidentemente
soggetto a divenire e generato. D'altra parte ciò che è nato diciamo che
necessariamente si è generato per una qualche causa. è tuttavia impossibile
trovare il fattore e il padre dell'universo, e, una volta trovatolo, indicarlo a
tutti. Proprio questo dobbiamo considerare di esso, vale a dire in base a quale
dei due modelli l'artefice lo realizzò, se guardando a quello che è allo
stesso modo e identico, oppure a quello generato. Se questo mondo è bello e
l'artefice è buono è chiaro che guardò al modello eterno: altrimenti, ma non
è neppure lecito dirlo, a quello generato. è chiaro ad ognuno che rivolse il
suo sguardo al modello eterno, poiché è il più bello fra i mondi generati, e
l'artefice, fra le cause, quella migliore. Generato in questo modo, il mondo è
stato realizzato sulla base di quel modello che può essere appreso con la
ragione e l'intelletto e che è sempre allo stesso modo: stando così le cose,
vi è assoluta necessità che che questo mondo sia ad immagine di qualcosa. La
cosa più importante in ogni questione è quella di cominciare dal principio
naturale. Così allora si deve distinguere l'immagine dal suo modello, come se i
discorsi fossero parenti di quelle cose di cui sono interpreti: i discorsi,
dunque, intorno a ciò che è saldo e fisso ed evidente all'intelletto sono
saldi e sicuri, e per quanto è possibile, conviene che siano inconfutabili e invincibili
e nulla di ciò deve mancare. Quanto allora a quei discorsi che si riferiscono a
ciò che raffigura quel modello, ed è a sua immagine, essi sono verosimili e in
proporzione a quegli altri: perché come l'essenza sta alla generazione, così
la verità sta alla fede. Se dunque, Socrate, poiché sono state dette molte
cose cose riguardo a svariate questioni concernenti gli dèi e la generazione
dell'universo, non siamo in grado di offrirti dei discorsi assolutamente e
perfettamente congruenti fra loro ed esatti, non ti stupire: ma purché non ti
offriamo discorsi meno verosimili di altri, bisogna contentarsi ricordando che
io che parlo e voi che giudicate abbiamo natura umana, sicché intorno a tali
questioni ci conviene accettare un mito verosimile, e non cercare più lontano.
SOCRATE: Perfetto, Timeo, e allora bisogna accettare assolutamente le
cose come tu ci consigli di fare: intanto con grande piacere abbiamo accolto il
tuo esordio, e ora continua e fa' che noi ascoltiamo il canto.
TIMEO: Diciamo dunque per quale ragione l'artefice realizzò la
generazione e quest'universo. Egli era buono, e in chi è buono non si genera
mai alcuna invidia riguardo a nessuna cosa: essendone dunque esente, volle che
tutto fosse generato, per quanto era possibile, simile a lui. Se si accettasse
da uomini assennati questa ragione come quella più fondata della generazione e
del cosmo, la si accetterebbe nel modo più corretto.
Volendo infatti il dio che tutte le cose fossero buone, e nessuna, per quanto
possibile, cattiva, prendendo così quanto vi era di visibile e non stava in
quiete, ma si muoveva sregolatamente e disordinatamente, dallo stato di
disordine lo riportò all'ordine, avendo considerato che l'ordine fosse
assolutamente migliore del disordine. Non era lecito e non è possibile
all'essere ottimo fare altro se non ciò che è più bello: ragionando dunque
trovò che dalle cose che sono naturalmente visibili non si sarebbe potuto
trarre un tutto che non avesse intelligenza e che fosse più bello di un tutto
provvisto di intelligenza, e che inoltre era impossibile che qualcosa avesse
intelligenza ma fosse separato dall'anima. In virtù di questo ragionamento,
ordinando insieme l'intelligenza nell'anima e l'anima nel corpo realizzò
l'universo, in modo che l'opera da lui realizzata fosse la più bella e la
migliore per natura. Così dunque, secondo un ragionamento verosimile dobbiamo
dire che questo mondo è un essere vivente dotato di anima, di intelligenza, e
in verità generato grazie alla provvidenza del dio. Stabilita questa cosa
dobbiamo dire quel che segue, e cioè a somiglianza di quale animale, fra gli
esseri viventi, l'artefice lo realizzò. Certamente non penseremo che sia stato
fatto a somiglianza di nessuno di quelli che sono sotto forma di parte - poiché
essendo simile a ciò che è incompiuto, non potrebbe mai essere bello -, ma noi
stabiliamo che esso sia fra tutte le cose più simile a ciò di cui fanno parte
gli altri esseri viventi, sia presi singolarmente sia nei loro generi. Infatti
quello contiene in sé tutti gli animali dotati di intelligenza, come questo
mondo riunisce noi e tutti gli altri esseri visibili. Volendo il dio che questo
mondo rassomigliasse il più possibile al più bello e al più perfetto fra gli
esseri intelligibili, realizzò un solo essere visibile che avesse al suo
interno tutti quegli esseri che gli fossero per natura affini. Dunque abbiamo
detto giustamente che il cielo è uno solo, oppure era più giusto affermare che
sono molti e infiniti? Esso è uno solo, se è stato fabbricato secondo il
modello. Infatti quello che contiene tutti quanti gli esseri intelligibili non
potrebbe mai essere secondo dopo un altro: altrimenti, a sua volta, vi dovrebbe
essere un altro essere che contenga quei due, di cui appunto quei due sarebbero
parte, e dunque sarebbe più corretto dire che esso non rassomiglia a quelli ma
a ciò che li contiene..
Perché allora questo mondo fosse simile, nella sua unicità, all'essere vivente
perfetto, per questa ragione, l'artefice non fece né due né infiniti mondi, ma
quest'unico cielo, unigenito e generato, che è e ancora sarà.
Ciò che è generato deve essere corporeo, visibile e tangibile, ma nulla
potrebbe mai essere visibile se è separato dal fuoco, né tangibile senza
qualcosa di solido, e non può esserci solido senza terra.
Di qui, cominciando a realizzare il corpo dell'universo, lo fece di fuoco e di
terra. Tuttavia non è possibile unire due soli elementi senza disporre di un
terzo: dunque in mezzo vi deve essere un legame che li unisca entrambi. Fra i
legami il più bello è quello che faccia, per quanto è possibile, un'unica
cosa di sé e dei termini legati insieme; ed è la proporzione che realizza ciò
nel modo migliore.
Perché quando di tre numeri, o masse, o potenze che siano, il medio sta
all'ultimo come il primo sta al medio, e d'altra parte il medio sta al primo
come l'ultimo sta al medio, allora il medio, divenendo primo e ultimo, e
l'ultimo e il primo divenendo medi, così accadrà che tutti diventino
necessariamente la stessa cosa, e diventando la stessa cosa fra loro, saranno
tutti un'unità. Se dunque il corpo dell'universo doveva essere piano e senza
alcuna profondità, un solo medio bastava ad unire gli elementi a lui congiunti
e se stesso: ora invece, conveniva che esso avesse corpo solido, e i corpi
solidi non li congiunge in armonia un solo medio, ma sempre insieme due medi.
Così il dio, avendo posto acqua e aria in mezzo al fuoco e alla terra, e
componendoli fra di loro, per quanto era possibile, secondo la stessa
proporzione, in modo che come il fuoco stava all'aria, così l'aria stava
all'acqua, e come l'aria stava all'acqua così l'acqua stava alla terra, unì
insieme e compose il cielo visibile e tangibile. E in questo modo e mediante
questi quattro elementi il corpo del mondo fu generato, secondo un'armonica
proporzione, ed ebbe tale amicizia che riunito in se stesso non può essere
sciolto da nient'altro se non da colui che lo legò insieme.
La composizione del mondo ha assunto in sé ciascuno di questi quattro elementi,
presi nella loro totalità. L'artefice lo formò mediante tutto il fuoco, tutta
l'acqua, e tutta l'aria e tutta la terra, senza lasciare fuori nessuna parte o
proprietà di nessun elemento, e innanzitutto lo concepì perché l'essere
vivente fosse, nella sua totalità il più possibile perfetto e composto di
parti perfette, inoltre perché fosse uno, dal momento che non era stato
lasciato nulla da cui si potesse generare un altro simile, ed infine affinché
non fosse soggetto a vecchiaia e a malattia, tenendo conto che ad un corpo così
formato il caldo e il freddo e tutti quanti gli agenti dotati di intense
energie, circondandolo dall'esterno e assalendolo intempestivamente, lo
dissolvono e lo fanno morire infliggendogli malattie e vecchiaia. Per questa
ragione e in base a tale considerazione egli ha formato quest'unico tutto,
costituito da tutti gli elementi, perfetto e immune da vecchiaia e malattia.
Quindi gli assegnò una forma adatta e affine. All'essere vivente che doveva
contenere in sé tutti i viventi conveniva una forma che contenesse in sé tutte
quante le forme. Perciò lo arrotondò a forma di sfera, ugualmente distante in
ogni punto dal centro alle sue estremità, in un'orbita circolare, che è fra
tutte le forme la più perfetta e la più simile a se stessa, avendo pensato che
il simile fosse di gran lunga più bello del dissimile.
Lisciò con cura tutt'intorno la sua superficie esterna per molte ragioni.
Infatti non aveva nessun bisogno di occhi, dal momento che all'esterno non era
rimasto nulla da vedere, né d'orecchi, poiché non vi era nulla da udire: e
intorno non vi era aria che chiedesse di essere respirata, e neppure aveva
bisogno di un qualche organo per ricevere in sé il nutrimento, né per
espellere i residui. Nulla infatti poteva lasciare andare via, e nulla gli si
aggiungeva da nessuna parte - d'altronde al di fuori non vi era niente -, ma il
mondo è stato generato ad arte per cui procura da solo a se stesso il
nutrimento mediante la sua corruzione, e tutto agisce e patisce da sé e per sé:
il suo ordinatore ritenne infatti che esso sarebbe stato migliore se fosse
bastato a se stesso che se avesse avuto bisogno di altri. Quanto alle mani, che
non gli sarebbero servite per prendere o lasciare qualcosa, il dio non ha
ritenuto di dovergliele aggiungere inutilmente, né i piedi, né quanto in
genere viene utilizzato per camminare. Gli ha invece assegnato un movimento che
si adatta al suo corpo, e cioè quello fra i sette che riguarda maggiormente
l'intelligenza e il pensiero. Perciò facendo girare intorno nello stesso modo,
nella stesso punto e in se stesso, lo fece muovere di un moto circolare, gli
tolse tutti e sei i movimenti e lo realizzò in modo che fosse privo degli
errori di quelli. E non avendo bisogno di piedi per questa rotazione, lo generò
senza gambe e senza piedi. Tale fu il ragionamento che il dio che sempre è
formulò riguardo al dio che un giorno sarebbe stato, e così fece un corpo
liscio e uniforme, in ogni punto ugualmente distante dal centro, e intero e
perfetto e composto di corpi perfetti: e posta l'anima in mezzo ad esso, cercò
di stenderla in ogni direzione, e addirittura dal di fuori ricoprì con essa il
corpo, e realizzò un cielo circolare che si muove tutt'intorno, unico e
deserto, per sua virtù in grado di accompagnarsi da sé e di non aver bisogno
di nessun altro, buon conoscitore ed amico di se stesso. Per tutte queste
ragioni felice generò quel dio. Quanto all'anima, il dio non la fabbricò più
giovane del corpo, così come adesso facciamo noi, cominciando a parlarne dopo:
non permise infatti che nell'atto di unirsi insieme, il più vecchio fosse
comandato dal più giovane. Ma noi che prendiamo parte in larga misura della
sorte anche a caso parliamo. Il dio prima del corpo formò l'anima e la generò
più vecchia per generazione e per virtù, in modo che fosse padrona del corpo e
questi obbedisse. La generò formata di tali elementi e in base a tale criterio.
Dell'essenza indivisibile e che è sempre allo stesso modo e di quella
divisibile che si genera nei corpi, da tutte e due, dopo averle mescolate, formò
una terza specie di essenza intermedia, che prende parte della natura del
medesimo e dell'altro, e così la pose in mezzo tra l'essenza indivisibile e
quella divisibile secondo i corpi: e dopo averle prese tutte e tre, le mescolò
in una sola specie collegando a forza la natura dell'altro, che rifiutava di
mescolarsi, con quella del medesimo. Mescolando queste due nature con l'essenza,
e di tre facendone una sola, divise di nuovo questa totalità in quante parti
conveniva, risultando ciascuna dalla mescolanza del medesimo, dell'altro e
dell'essenza.
Cominciò a dividere così: prima tolse dal tutto una parte, dopo di questa
tolse una doppia della prima, quindi una terza, una volta e mezzo più grande
della seconda e il triplo della prima, poi una quarta doppia della seconda, una
quinta tripla della terza, una sesta che era otto volte la prima, una settima
ventisette volte più grande della prima Dopo di ciò, riempì gli intervalli
doppi e tripli, tagliando ancora dal tutto altre parti e ponendole in mezzo a
questi intervalli, sicché in ciascun intervallo vi fossero due medi, ed uno
superasse gli estremi e fosse superato della stessa frazione di ciascuno di
essi, mentre l'altro superasse e fosse superato dallo stesso numero.
Originandosi da questi legami nei precedenti intervalli nuovi intervalli di uno
e mezzo, di uno e un terzo, e di uno e un ottavo, riempì tutti gli intervalli
di uno e un terzo con l'intervallo di uno e un ottavo, lasciando una piccola
parte di ciascuno di essi, in modo che l'intervallo lasciato di questa piccola
parte fosse definito dai valori di un rapporto numerico, come
duecentocinquantasei sta a duecentoquarantatre. Così riuscì ad impiegare tutta
quella mescolanza da cui aveva operato queste divisioni. Dopo che ebbe diviso in
due, secondo la lunghezza, tale composizione, ed ebbe adattato una parte
all'altra nel loro punto mediano in forma di x, le piegò in circolo nello
stesso punto, congiungendo fra di loro le estremità di ciascuna nel punto di
incontro opposto alla loro intersezione, e vi impresse un movimento di rotazione
uniforme nel medesimo spazio, e uno dei due circoli lo fece esterno, mentre
l'altro interno. Destinò il movimento del circolo esterno al movimento della
natura del medesimo, e quello del circolo interno al movimento della natura
dell'altro. E rivolse il movimento della natura del medesimo secondo il lato di
un triangolo, verso destra, mentre il movimento della natura dell'altro secondo
la diagonale verso sinistra. Infine conferì potere al movimento del medesimo e
del simile: lasciò che esso fosse uno ed indivisibile, mentre divise sei volte
il movimento interno facendone sette circoli disuguali, secondo gli intervalli
del doppio e del triplo, in modo che fossero tre per ciascuna parte. E a questi
circoli comandò che si muovessero in senso opposto gli uni agli altri, e che
tre avessero uguale velocità, mentre gli altri quattro avessero velocità
disuguale l'uno rispetto all'altro e rispetto agli altri tre, ma che tutti
girassero secondo un criterio logico.
Dopo che l'intera struttura dell'anima fu generata secondo il pensiero del suo
artefice, compose allora dentro di essa tutta la parte corporea, e unì anima e
corpo armonizzando insieme i due centri: e l'anima, estendendosi dal centro in
ogni direzione sino all'estremità del cielo e avvolgendolo esternamente
tutt'intorno, per poi rivolgersi essa stessa in se stessa, diede origine ad un
principio divino di incessante e intelligente vita per tutta la durata del
tempo. E il corpo del cielo fu generato visibile, e l'anima invisibile; ma
l'anima, prendendo parte della ragione e dell'armonia, è la migliore fra le
cose generate dal migliore degli esseri intelligibili ed eterni. Poiché essa
risulta dalla mescolanza di queste tre parti, ovvero la natura del medesimo,
quella dell'altro e dell'essenza, ed essendo divisa e collegata in modo ben
proporzionato, e rivolgendosi in se stessa, quando viene a contatto con un
qualcosa che abbia natura corruttibile o indivisibile, muovendosi tutta quanta
in sé dice a che cosa quel qualcosa sia uguale e da che cosa sia diverso, e
soprattutto perché, dove, come, e quando, avviene alle cose generate di essere
o di subire, sia fra dì loro, sia in relazione a quelle che sono sempre le
stesse. Questo ragionamento diviene allo stesso modo vero sia che si riferisca a
quello che è l'altro, sia a quello che è il medesimo, procedendo in ciò che
si muove da sé senza voce né suono. Quando si riferisce al sensibile, e il
circolo dell'altro, muovendosi con regolarità, rende consapevole tutta l'anima,
allora nascono opinioni e credenze solide e vere: quando si riferisce al
razionale, e il circolo del medesimo, correndo rapidamente, lo indica, allora di
necessità giunge al suo compimento la mente e la scienza. E se qualcuno dicesse
che ciò in cui nascono queste due conoscenze sia diverso dall'anima, dirà
tutto tranne che la verità.
Non appena il padre che lo aveva generato osservò muoversi e vivere questo
mondo che era stato fatto ad immagine degli eterni dèi, si rallegrò e pieno di
gioia pensò di renderlo ancora più simile al modello. Come dunque esso è un
essere vivente eterno, così, per quanto gli era possibile, cercò di rendere
tale anche questo tutto. Dunque la natura di quell'essere è eterna, e questo
non era possibile applicarlo completamente a questo mondo generato: pensò
allora di realizzare un'immagine mobile dell'eternità, e, ordinando il cielo,
fa dell'eternità che rimane nell'unità un'immagine eterna che procede secondo
il numero, e che noi abbiamo chiamato tempo. E i giorni e le notti, e i mesi e
gli anni, che non esistevano prima che il cielo fosse generato, fece allora in
modo che essi nascessero nel momento in cui componeva il cielo. Tutte queste
sono parti di tempo, e "l'era" e il "sarà" sono specie
generate di tempo che noi senza saperlo attribuiamo in modo scorretto
all'essenza eterna. Diciamo infatti che essa era, è, e sarà, ma secondo un
ragionamento veritiero soltanto "l'è" si adatta all'essenza eterna,
mentre "l'era" e il "sarà" conviene dirle a proposito della
generazione che procede nel tempo: si tratta infatti di due movimenti, mentre ciò
che è sempre allo stesso modo ed immobile non conviene che diventi attraverso
il tempo né più vecchio né più giovane, né che sia mai diventato, né che
ora diventi, e neppure che diventerà in avvenire.
In sintesi non gli si può conferire nessuna di quelle proprietà che la
generazione applica a quelle cose che si muovono sul piano del sensibile, ma
queste, invece, sono forme del tempo che imita l'eternità e si muove in circolo
secondo il numero. Ed inoltre noi usiamo tali espressioni: "ciò che è
divenuto è divenuto", "ciò che diviene è divenente", e ancora
"ciò che diventerà diventerà", "ciò che non è non è",
e tuttavia di queste espressioni nessuna è esatta. Ma nella presente
circostanza non è forse ancora giunto il momento opportuno per esaminare
attentamente tali questioni.
Il tempo dunque è nato insieme al cielo, in modo che, generati insieme, insieme
anche si dissolvano, se mai avvenga una loro dissoluzione, e fu fatto sulla base
del modello dell'eterna natura, perché, per quanto è possibile, le somigli: il
modello esiste per tutta l'eternità, mentre il cielo sino alla fine per tutto
il tempo è esistito, esiste, ed esisterà. In base allora a questo ragionamento
e pensiero del dio sulla nascita del tempo, perché il tempo fosse generato,
furono generati il sole, la luna, e altri cinque astri che si chiamano pianeti,
per distinguere e custodire i numeri del tempo: il dio, avendo formato i corpi
per ciascuno di essi, i quali erano sette, li pose nelle sette orbite in cui si
muoveva il circolo dell'altro, ovvero la luna nella prima orbita intorno alla
terra, il sole nella seconda sopra la terra, la stella del mattino e l'astro che
si dice sacro ad Hermes nell'orbita uguale per velocità a quella del sole, ma
che ha direzione contraria rispetto ad essa.
Sicché il sole, e l'astro sacro ad Hermes, e la stella del mattino si
raggiungono e allo stesso modo sono raggiunti l'uno dall'altro.
Quanto agli altri pianeti, se si volesse spiegare dove il dio li collocò e per
quale ragione, questa appendice risulterebbe più faticosa della stessa materia
per cui se ne parla. Dunque queste cose, se avremo tempo, saranno forse oggetto
di una degna trattazione più tardi. Dopo che ciascuno degli astri, che sono
necessari per la formazione del tempo, giunse nell'orbita che gli era più
adatta, e i loro corpi, collegati con legami animati, divennero esseri viventi,
e appresero il loro compito, allora secondo il movimento dell'altro che è
obliquo e passa attraverso il movimento del medesimo e ne è dominato, gli uni
percorsero un'orbita maggiore, gli altri un'orbita minore, e quelli che
percorrevano un'orbita minore erano più rapidi, quelli che percorrevano
un'orbita maggiore erano più lenti. Grazie al movimento del medesimo gli astri
che giravano più rapidamente sembravano essere raggiunti da quelli che giravano
più lentamente, anche se li raggiungevano: infatti questo movimento volgeva
tutte le loro orbite a spirale, e muovendosi gli uni in un senso e gli altri in
senso contrario, faceva in modo che quel pianeta che si allontanava più
lentamente da questo movimento, che è il più veloce, sembrasse il più vicino.
Perché vi fosse un'evidente misura della relativa lentezza e rapidità, e i
pianeti percorressero le loro otto orbite, il dio accese nella seconda orbita
dopo la terra quella luce che adesso abbiamo chiamato sole, in modo che
risplendesse, per quanto era possibile, per tutto il cielo, e tutti gli esseri
viventi cui conveniva prendessero parte del numero, apprendendolo dal movimento
del medesimo e del simile. In questo modo e per queste ragioni ebbero origine la
notte e il giorno, che rappresentano il periodo del movimento circolare unico e
più sapiente: il mese nacque invece quando la luna raggiunge il sole dopo aver
percorso la sua orbita, e l'anno quando il sole ha percorso la sua orbita.
Quanto ai periodi degli altri pianeti, poiché gli uomini non li conoscono,
salvo alcuni pochi, non sono stati neppure nominati e non si misurano in numeri,
mediante l'osservazione, i loro rapporti reciproci, sicché, così per dire, gli
uomini non sanno che il tempo è misurato anche dai loro giri, infinitamente
molteplici e straordinariamente vari: non di meno è tuttavia possibile capire
che il numero perfetto del tempo realizza l'anno perfetto allorquando le velocità
di tutti e gli otto periodi, compiendosi reciprocamente, ritornano al punto di
partenza, misurate secondo l'orbita del medesimo che si muove in modo uniforme.
In questo modo e per questa ragione furono generati tutti gli astri che
percorrono il cielo e fanno ritorno, perché questo mondo fosse il più simile
possibile a quell'essere vivente perfetto e intelligibile, in virtù
dell'imitazione della sua eterna natura. E tutto il resto sino alla generazione
del tempo era ormai stato realizzato a somiglianza del modello, anche se, dentro
di sé, non comprendeva ancora tutti gli esseri viventi che in seguito vi furono
generati, e in questo era ancora dissimile rispetto al suo modello. Ciò che
rimaneva da compiere il dio lo realizzò imitando la natura del modello. Come
dunque la sua mente osserva, nell'essere vivente che è, quali e quante specie
vi si contengono, così pensò che tali e tante anche questo mondo dovesse
avere.
Esse sono quattro: una è la stirpe celeste degli dèi, un'altra quella alata
che vaga per l'aria, una terza è la specie acquatica, la quarta è quella
pedestre che cammina sulla terra. Per quanto riguarda la specie divina, il dio
la realizzò in larga parte di fuoco, perché fosse la più splendente e la più
bella a vedersi, e rendendola simile all'universo la rese perfettamente rotonda
e la collocò nell'intelligenza del circolo più potente in modo che lo potesse
seguire, distribuendola intorno per tutto il cielo, perché fosse per lui un
reale e vario ornamento in tutta la sua interezza. Assegnò due movimenti a
ciascuno degli dèi: l'uno nello stesso punto ed uniforme, poiché in se stessi
pensano lo stesso intorno alle stesse cose, l'altro orientato in avanti, poiché
sono dominati dall'orbita del medesimo e del simile.
Rispetto invece agli altri cinque movimenti li rese immobili e stabili, in
modo che ciascuno di essi diventasse il più possibile migliore. Per questa
ragione dunque furono generati quegli astri che non sono vaganti, esseri viventi
divini ed eterni i quali, roteando con moto uniforme nello stesso punto, stanno
sempre fermi: gli astri invece che mutano il loro corso e vagano in varie
direzioni, come si è detto prima, in conformità con quelli furono generati.
Quanto alla terra, nostra nutrice, girando intorno all'asse che si estende per
l'universo, il dio fece in modo che fosse custode ed artefice della notte e del
giorno, la prima e la più antica fra le divinità che sono state generate
dentro il cielo. Per quanto riguarda infine le danze di questi astri e i loro
incontri, le circonvoluzioni e gli avvicinamenti dei loro circoli, e quali dèi
nelle connessioni vengano in contatto fra loro e quali siano all'opposto, e
dietro a chi, coprendosi l'un l'altro, e in quali tempi si nascondano a noi, per
fare nuovamente la loro comparsa inviando paure e segni del futuro a coloro che
non sanno fare questi calcoli, trattare in sostanza tutte queste cose senza
poterle osservare, sarebbe fatica inutile: ma questo ci sia sufficiente, e la
trattazione sulla natura degli dèi visibili e generati abbia termine.
Parlare degli altri dèmoni e conoscerne l'origine è impresa superiore alle
nostre capacità, e quindi bisogna prestare fede a quanti ne hanno parlato in un
tempo precedente, in quanto erano, come dicevano, discendenti degli dèi, e
conoscevano perfettamente i loro antenati: è impossibile dunque non prestare
fede agli dèi, e anche se parlano senza argomentazioni verosimili e necessarie,
tuttavia, poiché dicono di esporre cose riguardanti la loro famiglia, bisogna,
seguendo la tradizione, prestarvi fede. Così dunque secondo loro sia e si dica
la genealogia di questi dèi: da Gea e Urano nacquero i figli Oceano e Teti, e
da questi, Forci, Crono, e Rea e quanti nacquero insieme a loro; da Crono e Rea,
Zeus ed Era e tutti quanti noi sappiamo che sono detti loro fratelli, e ancora
gli altri, figli di questi. Non appena tutti quanti gli dèi nacquero, sia
quelli che percorrono apertamente le loro orbite, sia quelli che fanno la loro
comparsa quando vogliono, colui che generò quest'universo disse loro le parole
che seguono: "Dèi, figli di dèi, di cui io sono padre ed artefice, grazie
a me le cose che sono generate sono indissolubili, fin quando lo voglio.
Tutto ciò che è legato si può sciogliere, ma è un male voler sciogliere ciò
che è ben armonizzato e sta bene insieme: perciò, siccome siete stati
generati, non siete immortali né del tutto incorruttibili, ma non sarete
disciolti, né vi colpirà il destino di morte, poiché avete ricevuto in sorte
i legami della mia volontà, che sono ancora più forti e potenti di quelli con
cui siete stati legati quando siete nati. Prestate attenzione a quello che ora
il mio discorso vi dimostra. Le specie mortali che devono ancora essere generate
sono tre, e se non verranno generate, il cielo rimarrà incompiuto: infatti non
avrà in esso tutte le specie degli esseri viventi, mentre deve averle, se vuole
essere del tutto compiuto. Se io dunque le facessi nascere e grazie a me
prendessero parte alla vita, sarebbero uguali agli dèi. Perché siano mortali,
e questo universo sia davvero universo, rivolgetevi, secondo la vostra natura,
alla realizzazione degli esseri viventi, imitando la potenza che io ho impiegato
nella vostra generazione. E per quella parte di essi cui convenga avere lo
stesso nome degli immortali, che è detta divina e governa quanti fra essi
vogliono sempre seguire la giustizia e voi, darò il seme e il principio: quanto
al resto, tessendo insieme la parte mortale con l'immortale, formate e generate
esseri
viventi, e dando loro il nutrimento fateli crescere, e quando moriranno
accoglieteli nuovamente.
Così parlò, e di nuovo nella prima coppa, nella quale aveva mischiato e
temperato l'anima del mondo, versò ciò che rimaneva di quei primi elementi,
mescolandoli più o meno nello stesso modo: d'altra parte non erano più
ugualmente puri come prima, ma erano elementi di secondo o terzo grado. Dopo
aver formato il tutto, lo divise in un numero di anime uguale a quello degli
astri, ne distribuì una a ciascun astro, e, facendole salire come su di un
carro, indicò la natura dell'universo, e disse loro le leggi fatali: e cioè
che la prima generazione sarebbe stata unica per tutti, perché nessuno fosse
posto in condizione di inferiorità da lui; che le anime, disseminate ciascuna
negli strumenti del tempo più adatti ad ognuna, avrebbero generato il più
religioso fra gli esseri viventi; e che essendo doppia la natura umana, sarebbe
stata migliore quella stirpe che in seguito si sarebbe chiamata uomo. Quando le
anime fossero di necessità impiantate nei corpi, e al loro corpo qualcosa si
aggiungesse e qualcos'altro si togliesse, in un primo tempo nascerebbe
inevitabilmente in tutti gli esseri viventi un'unica sensazione prodotta da
passioni violente, in un secondo tempo amore mescolato a piacere e dolore, e
inoltre paura, ira, e tutti gli stati d'animo che seguono a queste o che per
natura sono
opposti. Se si dominassero queste passioni si vivrebbe nella giustizia, se si
fosse dominati, nell'ingiustizia. E chi vivesse bene il tempo che gli spetta,
tornando di nuovo nella dimora dell'astro a lui affine, vivrebbe una vita felice
e ordinaria: se invece sbagliasse in questo, nella seconda generazione si
muterebbe nella natura di donna; e se neppure in queste circostanze facesse
cessare la sua cattiveria, a seconda della sua malvagità, si muterebbe di
continuo in una natura ferina tale da somigliare al vizio che in lui si fosse
generato, e mutando in questo modo non cesserebbe dalle sue pene se non quando,
lasciandosi trascinare dal periodo del medesimo e del simile che è in sé, e
dominando con la ragione la gran massa che si fosse venuta a generare sul suo
essere, costituita di fuoco, di acqua, di aria, e di terra, una massa tumultuosa
ed irrazionale, non giungesse nella specie della prima ed ottima condizione.
Dopo che legiferò per essi tutte queste leggi, per non essere responsabile
della malvagità futura di ciascuno, seminò alcuni di essi nella terra, altri
nella
luna, altri ancora in altri organi del tempo: dopo la seminagione affidò ai
giovani dèi il compito di plasmare corpi mortali e di completare quanto
dell'anima umana era ancora da aggiungere, e tutto ciò che ne conseguiva, e di
governare le anime e di guidare l'essere mortale nel modo più bello e migliore
possibile, perché non fosse esso stesso causa dei suoi mali.
Avendo ordinato tutto ciò, rimase nel suo stato, com'era conveniente: e mentre
egli stava in questo stato, i figli, compreso l'ordinamento del padre, gli
obbedivano. E preso l'immortale principio dell'essere mortale, imitando il loro
demiurgo, presero in prestito dal mondo parti di fuoco, di terra, di acqua e di
aria che sarebbero poi state restituite, e le unirono insieme, non con quei
legami indissolubili con cui essi erano uniti, ma, connettendole con moltissimi
chiodi invisibili per la loro piccolezza, e realizzando così da tutti gli
elementi un corpo unico per ciascuno, legarono i circoli dell'anima immortale a
questi corpi soggetti ad influssi ed efflussi. E questi circoli, legati come ad
un fiume in piena, non dominavano e non erano dominati, mentre a forza erano
trasportati e trasportavano, sicché tutto l'essere vivente si muoveva,
avanzando in modo disordinato dove il caso lo portava, e senza ragione, avendo
in sé tutti e sei i movimenti: si muoveva in avanti e indietro, e a destra e a
sinistra, e in basso e in alto, ed errando da ogni parte procedeva nelle sei
direzioni. Era impetuosa l'ondata che affluiva e refluiva e che procurava il
nutrimento, ma le impressioni che giungevano dall'esterno determinavano in
ciascuno ancor più scompiglio, quando il corpo incontrasse all'esterno un fuoco
estraneo, o anche la solidità della terra, o l'umido scorrere delle acque, o
fosse sorpreso dal turbine dei venti portati dall'aria, e quando i movimenti
causati da tutti questi fenomeni, attraverso il corpo, colpissero l'anima: e
tutti questi movimenti, in seguito, furono chiamati per queste ragioni
sensazioni, e ancora ad esso così si chiamano. Le sensazioni, procurando anche
allora moltissimo e grandissimo movimento, e, insieme al fiume che continuamente
fluisce, muovendo e scuotendo con violenza i circoli dell'anima, impedirono
completamente, scorrendo in direzione opposta, il circolo del medesimo, e
proibirono che dominasse e progredisse nel suo corso, e in seguito turbarono
anche il circolo dell'altro. In tal modo i tre intervalli doppi e i tre
intervalli tripli, e i medi e i legami dell'uno e mezzo, dell'uno e un terzo, e
dell'uno e un ottavo, non potendo essere del tutto sciolti se non da chi li
aveva legati, esse li contorsero in tutte le direzioni, e provocarono tutte le
fratture e le deviazioni che erano possibili, in modo che quei circoli, stando
appena uniti fra loro, si muovevano, ma si muovevano senza criterio logico, ora
in senso contrario, ora in senso obliquo, ora supini: come quando un uomo
supino, appoggiato il capo a terra e sollevando in alto i piedi, si mette di
fronte a qualcuno, allora in questa posizione dì chi si trova in tale
condizione e di chi lo osserva, la destra sembra la sinistra, e la sinistra la
destra, a seconda delle rispettive posizioni dei due osservatori.
Quando dunque i circoli dell'anima subiscono il violento impatto di questi
stessi turbamenti e di altri simili, e quando si imbattono in qualcuno degli
oggetti esterni appartenenti al genere del medesimo o dell'altro, allora,
chiamando in modo contrario alla verità ciò che è medesimo o diverso rispetto
a qualcosa, diventano falsi ed insensati, e non vi è in essi nessun circolo che
governi o che faccia da guida agli altri: quando poi alcune sensazioni,
provenendo dall'esterno, si abbattono su questi circoli e trascinano con sé
anche tutto l'involucro dell'anima, allora, benché essi siano dominati,
sembrano dominare. A causa di tutte queste impressioni esterne, l'anima, adesso
come in principio, non appena si lega al corpo immortale, diventa insensata.
Quando però il flusso di ciò che serve a far crescere e nutrire giunge con
minore intensità, e i circoli dell'anima, ripresa la calma, vanno di nuovo per
la loro strada, e si rinsaldano con il passare del tempo, allora le orbite di
ciascun circolo, procedendo ormai secondo il loro corso naturale e
correggendosi, chiamano in maniera corretta l'altro e il medesimo, e rendono
assennato chi le possiede. Se inoltre interviene una retta educazione ed
istruzione, l'individuo, liberato dalla più grande malattia, diventa integro e
perfettamente sano, ma se non presta attenzione, percorrendo zoppicando il
cammino della vita, ritorna nell'Ade imperfetto e insensato. Ma questo arriverà
alla fine, nell'occasione più opportuna. Intanto dobbiamo spiegare con maggior
precisione ciò che ora è stato proposto, e cioè si deve innanzitutto parlare
della generazione dei singoli corpi e dell'anima, e in base a quali ragioni e
pensieri degli dèi essi furono generati: questo bisogna trattare, seguendo la
ragione più verosimile, e procedere così lungo questa strada.
Imitando la forma dell'universo che è sferica, gli dèi collegarono i circoli
divini, che sono due, in un corpo sferico che ora chiamiamo capo, che è la
parte più divina e che governa tutte le altre che sono in noi: e al capo gli dèi
affidarono, come servitore, tutto il corpo, una volta che lo ebbero formato,
pensando che esso avrebbe preso parte di tutti quanti i suoi movimenti. Perché
allora, rotolando sulla terra che ha alture e profondità di ogni sorta non
incontrasse difficoltà nel superare le une e a venir fuori dalle altre, gli
diedero questo corpo come carro, e l'agilità di muoversi: perciò il corpo ha
una lunghezza, e generò quattro membra distese e flessibili, strumenti
fabbricati dal dio con i quali prendendo e appoggiandosi sopra, potesse
spostarsi in ogni luogo, portando nella parte alta di noi la dimora di ciò che
è più divino e più sacro. Così e per questa ragione furono aggiunti a tutti
gambe e mani. Poiché gli dèi ritenevano che la parte anteriore fosse più
degna di quella posteriore e più adatta al comando, ci diedero soprattutto la
possibilità di muoverci in questa direzione. Dunque bisognava che l'uomo avesse
la parte anteriore del corpo distinta e diversa. Perciò prima di tutto intorno
alla cavità del capo, dopo avervi sistemato il volto, legarono ad esso gli
organi che servono per ogni previsione dell'anima, e decisero che questa parte,
per natura anteriore, prendesse parte del comando. Prima i ogni altro organo
fecero gli occhi, i quali portano la luce e li attaccarono in tal modo: di tutto
quel fuoco che non ha la proprietà di bruciare, ma che procura la mite luce
propria di ogni giorno, fecero in modo che vi fosse un corpo. Quindi il fuoco
puro che è dentro di noi, e che è come fratello del fuoco esterno, lo fecero
scorrere liscio e denso attraverso gli occhi, comprimendo tutte le parti degli
occhi, ma soprattutto la parte centrale, perché trattenessero tutto quanto è
più grasso, e lasciassero passare solo quello puro. Quando dunque vi è la luce
diurna intorno alla corrente del fuoco della vista, allora il simile si incontra
con il simile, diventando un tutt'uno compatto, e forma un corpo unico e
concorde nella direzione degli occhi, dove la luce che viene dal di dentro si
scontra con quella che proviene da fuori. Se questo corpo, diventato tutto
ugualmente sensibile a causa della sua conformità, viene a contatto con
qualcosa o lo subisce, propagando i movimenti di queste impressioni per tutto il
corpo fino all'anima, procura quella sensazione per cui noi diciamo di vedere.
Ma quando il fuoco del giorno scompare nella notte, il fuoco della vista si
separa dal suo affine: uscendo fuori dagli occhi e imbattendosi nel dissimile,
si altera e si spegne, non essendo più della stessa natura dell'aria
circostante, poiché essa non ha più fuoco. L'occhio cessa di vedere e chiama
il sonno: le palpebre, infatti, che gli dèi hanno fabbricato per la salvezza
della vista, quando si chiudono, trattengono la potenza del fuoco interno la
quale placa e calma i movimenti interiori, e una volta appianati giunge la
quiete. E quando la quiete è molta, si verifica un sonno fatto di brevi sogni,
mentre se permangono agitazioni più grandi, a seconda della loro natura e delle
parti del corpo in cui rimangono, producono all'interno tali e tanti visioni che
rassomigliano a quelle esterne e che da svegli ci ricordiamo.
Per quanto riguarda la formazione delle immagini negli specchi e tutti quei
corpi lucidi e levigati, non è difficile rendersi conto. Infatti, dalla
combinazione reciproca del fuoco interno e di quello esterno, che diventano ogni
volta uno solo sulla superficie levigata e in molti modi si trasformano,
derivano di necessità tutte le apparenze di questo genere, dal momento che il
fuoco che si trova intorno al volto diventa un tutt'uno con il fuoco che esce
dagli occhi su di una superficie liscia e lucida. E la sinistra sembra la
destra, poiché le parti opposte del fuoco della vista vengono in contatto con
le parti opposte del fuoco esterno, contrariamente al solito modo con cui
avviene il contatto: la destra, invece, appare destra e la sinistra sinistra, al
contrario, quando la luce, componendosi, muta la sua posizione con ciò con cui
si compone. Questo si verifica quando, essendo la superficie levigata degli
specchi curvata innanzi dalle due parti, la sua parte destra invia luce verso la
sinistra del fuoco della vista e la sinistra verso la destra. Se questo stesso
specchio si volge secondo la lunghezza del volto, fa in modo che tutto appaia
capovolto, e quindi la luce che proviene dal basso viene proiettata verso la
parte superiore del raggio visivo, e quella che proviene dall'alto verso la
parte inferiore.
Tutte queste sono concause di cui il dio si serve come di assistenti per
realizzare, per quanto è possibile, l'idea dell'ottimo: dalla maggior parte
delle persone, invece, vengono ritenute cause, e non concause di tutta la realtà,
perché raffreddano e riscaldano, condensano e dilatano, e compiono altre cose
di questo genere.
Esse però non sono in grado di possedere alcuna ragione, né intelligenza nei
confronti di nulla. Di tutti gli esseri si deve dire che soltanto l'anima è
quella cui conviene che sia fornita di intelligenza: infatti essa è invisibile,
mentre il fuoco e l'acqua, la terra e l'aria sono tutti corpi visibili. è
allora necessario che chi ama l'intelligenza e la scienza vada alla ricerca
delle cause prime della natura ragionevole, e in seguito, le cause che si
generano da altre cause e che di necessità ne muovono altre. Anche noi dobbiamo
fare così: bisogna parlare di queste due specie di cause, distinguendo quelle
che con intelligenza fabbricano ciò che è bello e buono, da quelle che,
separate dall'intelligenza, operano ogni volta a caso e in modo disordinato. Ma
sulle concause degli occhi in relazione alle quali essi hanno quella facoltà
che essi ora hanno avuto in sorte, si è detto a suficienza: dopo di ciò si
deve parlare del loro grandissimo vantaggio, grazie a cui il dio ce ne ha fatto
dono. Secondo il mio ragionamento la vista è diventata causa del più grande
vantaggio per noi, perché nessuno dei discorsi che ora abbiamo pronunciato
intorno all'universo sarebbe mai stato detto se non avessimo visto gli astri, il
sole e il cielo. Ora le osservazioni del giorno e della notte, dei mesi e dei
periodi degli anni, degli equinozi e dei solstizi hanno procurato il numero, e
hanno fornito la riflessione sul tempo e la ricerca sulla natura dell'universo:
da queste cose abbiamo ottenuto il genere della filosofia, di cui nessun bene più
grande giunse, né giungerà mai alla stirpe mortale come dono degli dèi. Dico
che questo è il bene più grande degli occhi: quanto agli altri, che sono
minori, perché dovremmo celebrarli? E chi non è filosofo, se si lamentasse per
aver perso la vista, non si lamenterebbe invano?
Ma dobbiamo dire che la ragione per cui il dio ha scoperto e ci ha donato la
vista è quella per cui, osservando nel cielo i circoli dell'intelligenza, ce ne
servissimo per i circoli della nostra intelligenza, che sono affini a quelli,
anche se i nostri sono disordinati, mentre quelli ordinati, e dunque, appresi e
resi partecipi della correttezza dei ragionamenti naturali, imitando i movimenti
del dio che sono assolutamente regolari, potessimo correggere gli errori dei
nostri. Per quanto riguarda la voce e l'udito vale di nuovo lo stesso discorso,
e cioè che per gli stessi scopi e le stesse ragioni sono stati donati dagli dèi.
La parola è stata ordinata per lo stesso scopo, e ad esso ha contribuito
moltissimo, e così quanto vi è di utile nel suono della musica è stato donato
all'udito a causa dell'armonia. E l'armonia, dotata di movimenti affini ai
circoli della nostra anima, a chi con intelligenza si serve delle Muse non
sembra utile, come si crede ora, a procurare un piacere irragionevole: ma essa
è stata data dalle Muse per ordinare e rendere consono con se stesso il circolo
della nostra anima che fosse diventato discorde. E il ritmo è stato donato da
quelle per questo stesso motivo, vale a dire per ovviare a quella condizione che
interessa la maggior parte di noi e che consiste nella mancanza di misura e di
grazia.
Nel discorso precedente, tranne brevi accenni, si è parlato di ciò che è
stato realizzato mediante l'intelligenza: a questa parte del discorso bisogna
aggiungere anche ciò che avviene per necessità.
Infatti la genesi di questo mondo è mista, derivando da una composizione di
necessità e di intelligenza.
L'intelligenza dominò la necessità, persuadendola a muovere verso l'ottimo
bene la maggior parte delle cose che si generavano, e così, poiché la necessità
si era lasciata dominare da una saggia persuasione, venne in principio
realizzato quest'universo. Se dunque qualcuno dirà come esso si è
effettivamente formato, dovrà includere questa specie di causa mutevole, per
quanto, secondo la sua natura, vi abbia apportato il suo contributo: così ora
si deve ritornare indietro, e ricominciare di nuovo da capo anche per queste
cose, così come avevamo fatto per quelle di prima, dando a questa stessa
questione un altro principio che le si adatti. Bisogna osservare la natura del
fuoco e dell'acqua, dell'aria e della terra prima della nascita del cielo, e le
sue proprietà precedenti: ora nessuno mai indicò la loro origine, ma come se
si sapesse che cos'è il fuoco e ciascuno degli altri elementi, diciamo che essi
sono i principi primi ponendoli come le lettere dell'universo, mentre
converrebbe avere un po' di intelligenza per capire che non si potrebbero
neppure paragonare con verosimiglianza alle specie delle sillabe. Adesso il
nostro intento sarà questo: non dobbiamo parlare per ora del principio, o dei
principi, o come si voglia dire, di tutte le cose, e non per altro se non per
questo motivo, e cioè per il fatto che è difficile manifestare la mia opinione
con l'attuale metodo di discussione. Non crediate pertanto che io debba
parlarvene, e del resto neppure io stesso potrei convincermi di far bene ad
assumermi un compito così gravoso: ma osservando, come fu detto in principio,
la forza dei ragionamenti verisimili, tenterò prima di tutto di dire riguardo
ad ogni cosa ed a tutte le cose in generale, ragioni non meno verosimili, anzi
ancor più verosimili delle altre. Dunque, dopo aver invocato anche ora,
all'inizio del discorso, il dio salvatore perché ci scampi da una trattazione
assurda e insensata e ci conduca in salvo verso opinioni verosimili, cominciamo
di nuovo a parlare.
Questo ragionamento intorno all'universo avrà sin dall'inizio più divisioni di
prima: allora noi distinguemmo due specie, ora dobbiamo mostrare un'altra terza
specie. Nel discorso di prima, infatti, erano sufficienti due specie, una
presentata come la specie del modello, che è intelligibile e sempre allo stesso
modo, la seconda che è l'imitazione del modello, che ha nascita ed è visibile:
allora non ne individuammo una terza, pensando che due sarebbero bastate. Ora il
discorso pare che ci costringa a tentare di spiegare con le parole questa specie
difficile e oscura.
Quale proprietà si deve supporre che essa abbia secondo natura?
Questa soprattutto: di essere il ricettacolo di tutto quanto si genera, come
fosse una nutrice. Questa è la verità, ma si deve parlarne con maggior
chiarezza, anche se è difficile soprattutto perché si devono sollevare dei
dubbi sul fuoco e sugli altri elementi che sono uniti con il fuoco: per ciascuno
di questi elementi è infatti difficile dire quale effettivamente si debba
chiamare acqua piuttosto che fuoco, e quale si può chiamare in qualsiasi altro
modo piuttosto che con tutti i nomi o con ciascun nome, in modo tale che si
possa parlare con fedeltà e con sicurezza.
Come dunque potremmo dire questo, e in che modo, e come si potranno
verosimilmente risolvere i nostri dubbi? In primo luogo, quella che ora abbiamo
chiamato acqua, quando gela, osserviamo che diventa, a quanto pare, pietre e
terra, quando evapora e si dissolve, essa diventa vento e aria, e l'aria,
bruciando, diventa fuoco, e il fuoco, comprimendosi e spegnendosi, ritorna
nuovamente nella forma di aria, e l'aria, compressa e condensata, diviene nuvola
e nebbia, e da queste ultime, quando si condensano ancora di più, scorre
l'acqua, e dall'acqua nasce di nuovo terra e pietre, in modo che questi corpi, a
quanto sembra, si trasmettono come in un ciclo la generazione. E poiché
ciascuno di questi corpi non si presenta mai sotto la stessa forma, come non
vergognarsi se si afferma con sicurezza che uno qualsiasi di essi corrisponde a
quel corpo e non ad un'altro? Di nessuno si può dire questo, ma su tali
questioni il modo di parlare di gran lunga più sicuro è quello che segue: di
quello che sempre noi osserviamo mutarsi da una forma ad un'altra, come il
fuoco, non si deve dire che questo è il fuoco, ma ogni volta che esso ha tale
proprietà, né che questa è l'acqua, ma sempre che essa ha tale proprietà, e
infine nessuna altra cosa, quasi avesse una qualche stabilità, dobbiamo
indicare mediante l'uso delle determinazioni "questo" e
"quello", ritenendo di mostrare qualcosa di determinato. Infatti
sfuggono e non tollerano le determinazioni di "questo" e
"quello" e di "così" e ogni altra definizione che le
indichi come se fossero stabili. Non dobbiamo allora chiamare in tal modo
ciascuna di queste cose, ma di ciascuna di esse e di tutte insieme dobbiamo
indicare soltanto quella tale proprietà che circola simile dall'una all'altra,
e dunque diremo fuoco ciò che attraverso ogni cosa è sempre tale, e così per
tutto quanto ha nascita: ma ciò in cui ciascuna di queste proprietà compare
quando nasce e di nuovo svanisce, solo quello dobbiamo chiamare con il nome di
"questo" e di "quello", mentre per quanto riguarda le qualità
come caldo, freddo e qualsiasi dei loro contrari e tutto quanto deriva da essi,
nessuna di quelle si possono indicare con tali termini. Ma a questo proposito
cerchiamo di parlare ancor più chiaramente. Se qualcuno, modellando con
dell'oro figure di ogni specie, non smettesse di trasformare ciascuna di esse in
tutte le altre, e se un tale, indicando una di quelle, chiedesse che cos'è mai,
si potrebbe rispondere, avvicinandosi con grande sicurezza alla verità, che è
oro: ma per quel che riguarda il triangolo e tutte le altre figure che
potrebbero nascere da quell'oro, non sarebbe possibile affermarne l'esistenza,
perché mutano nel momento stesso in cui si pongono, e allora quel tale dovrebbe
accontentarsi di voler accettare con sicurezza soltanto quella tale proprietà.
Lo stesso discorso vale anche per quella natura che accoglie tutti i corpi: essa
dev'essere chiamata sempre allo stesso modo, perché non abbandona mai la sua
proprietà.
Infatti accoglie in sé tutte le cose, e non assume affatto in alcun modo forma
simile ad alcuna delle cose che riceve, perché per natura essa è come
un'impronta di ogni cosa e, messa in movimento e foggiata dalle cose che
entrano, appare, grazie ad esse, ora in una forma ora in un'altra. Le cose che
entrano ed escono sono immagini di quelle che sempre sono, e sono improntate da
esse in un modo indicibile e meraviglioso che dopo esamineremo. Per il momento
bisogna riflettere su tre generi, vale a dire quello che è generato, quello in
cui è generato, quello a somiglianza del quale nasce ciò che è generato.
Conviene paragonare alla madre quello che riceve, al padre quello da cui riceve,
al figlio la natura intermedia, e considerare che, dovendo l'impronta essere
assai varia e di tutte le varietà, ciò in cui si forma l'impronta sarà ben
preparato a ricevere, a condizione che non sia fornito di tutte quelle forme
quante si appresta a ricevere da fuori. Se infatti ciò che riceve fosse simile
ad una di quelle cose che entrano, e se dovesse accogliere quelle cose che
fossero sopraggiunte e che avessero natura contraria e del tutto estranea ad
esso, le rappresenterebbe male, perché accanto a quelle rappresenterebbe la
propria forma. Perciò bisogna che ciò che deve accogliere in sé tutte le
specie sia estraneo ad ogni forma, come per gli unguenti odorosi ad arte si
escogita prima di tutto il modo per cui siano assolutamente inodori i liquidi
che devono accogliere gli odori, mentre quelli che cominciano a plasmare delle
figure in qualcosa di molle, non permettono che si manifesti affatto alcuna
figura, ma spianano prima la materia per renderla quanto più è possibile
liscia. Allo stesso modo, anche ciò che spesso deve ricevere bene in ogni sua
parte le immagini di tutte quelle cose che sempre sono, conviene che per natura
sia estraneo a tutte le forme.
Perciò la madre e il ricettacolo di tutto ciò che è generato visibile e
assolutamente sensibile non dobbiamo chiamarla né terra, né aria, né fuoco, né
acqua, né quante da queste sono nate, né quelle da cui queste sono nate: ma se
diciamo che è una specie invisibile e priva di forma, che tutto accoglie, che
prende parte dell'intelligibile in modo assai oscuro e difficile a comprendersi,
non diremo nulla di falso. Per quanto dunque possiamo giungere, sulla base delle
cose dette, ad una definizione della sua natura, si potrebbe dire assai
giustamente in questo modo: sembra ogni volta fuoco la parte infuocata di essa,
acqua la parte liquida, terra e aria nella misura in cui accoglie le loro
immagini. Ora però, discutendo intorno a queste cose, valutiamo con più
attenzione tale questione: vi è un fuoco che esiste di per sé, e così tutte
le cose di cui sempre diciamo che esistono ciascuna di per sé esistono
veramente in sé, oppure tutte queste cose che noi vediamo, e le altre cose che
percepiamo attraverso il corpo sono le uniche ad avere tale verità, mentre non
ve n'è affatto altre, oltre a queste?
Invano allora ogni volta affermiamo che esiste per ciascun oggetto una specie intelligibile,
e che altro non sarebbe se non soltanto una parola? Dunque, se lasciamo da parte
la presente questione senza esaminarla e giudicarla, non potremo affermare con
sicurezza che le cose stiano in un modo o nell'altro, e tuttavia non si può
aggiungere alla lunghezza del discorso un'altra lunga digressione. Sarebbe assai
opportuno se si individuasse una definizione chiara e netta espressa in poche
parole. Ecco dunque il mio parere: se l'intelligenza e la vera opinione sono due
generi distinti, queste specie esistono assolutamente di per sé, e non le
possiamo percepire attraverso i sensi, ma soltanto attraverso l'intelletto. Se
poi, come sembra ad alcuni, la vera opinione non differisce in nulla
dall'intelligenza, allora dobbiamo considerare assolutamente certo tutto quanto
sentiamo attraverso il corpo.
E tuttavia si deve dire che sono due generi distinti, poiché si sono generati
separatamente ed hanno natura dissimile. L'una infatti nasce in noi attraverso
l'insegnamento, l'altra si ingenera in noi attraverso la persuasione, l'una si
accompagna sempre insieme al veritiero ragionamento, l'altra è priva di
ragione, l'una non si lascia piegare dalla persuasione, l'altra si lascia
facilmente persuadere: e si deve dire che ogni uomo prende parte dell'opinione,
mentre il dio dell'intelligenza, nonché una ristretta cerchia di uomini. Stando
così le cose, dobbiamo riconoscere che vi è una prima specie che è sempre
allo stesso modo, immune da generazione e da corruzione, che non riceve in sé
altro da altrove, e che essa stessa non procede in altro, invisibile e
soprattutto impercettibile, ed è questa che l'intelligenza ottenne in sorte di
osservare. La seconda specie ha lo stesso nome ed è simile a quella, è
percettibile, generata, sempre in movimento, e nasce in un certo luogo e in quel
luogo di nuovo perisce, e questa può essere colta dall'opinione mediante la
sensazione. Vi è infine una terza specie, che sempre esiste ed è quella dello
spazio: essa non riceve in sé corruzione, offre una sede a tutte le cose che
hanno una nascita, si può cogliere non mediante la sensazione, ma con un
ragionamento alterato, e a stento le si può prestare fede, e quando ci
rivolgiamo ad essa, sogniamo e affermiamo che è necessario che tutto ciò che
è si trovi in qualche luogo e occupi uno spazio, e che ciò che non è in
terra, né in cielo, non è nulla. Ma tutte queste cose, ed altre affini ad
esse, intorno alla natura che al di fuori del sonno è realmente esistente, per
questo nostro sognare non siamo in grado, una volta svegli, di distinguerle, e
di dire la verità: e cioè che dunque all'immagine, se è vero che non le
appartiene neppure l'essere per cui fu generata, ma si muove sempre come il
riflesso di qualcos'altro, conviene per queste ragioni che si generi in
qualcos'altro, attaccandosi in qualunque modo all'esistenza, oppure che non sia
assolutamente niente; invece a ciò che realmente esiste viene in soccorso la
ragione vera ed esatta, dimostrando che finché una cosa è una cosa e un'altra
un'altra, nessuna delle due può esistere nell'altra in modo da essere nello
stesso tempo una sola cosa e due.
Questo dunque, per sommi capi, il ragionamento che ho formulato secondo il mio
pensiero, e cioè che, anche prima che il cielo fosse generato, vi erano tre
principi distinti: l'essere, lo spazio, e la generazione. La nutrice della
generazione, inumidita e infuocata, accogliendo in sé le forme della terra e
dell'aria, e subendo tutte le altre condizioni che seguono a quelle, appariva
multiforme, e poiché era piena di forze non omogenee né equivalenti, mancava
essa stessa di equilibrio, ma, oscillando in modo irregolare, veniva scossa da
quelle forze, e muovendosi, a sua volta scuoteva quelle. E le diverse parti,
mosse ora in una direzione ora in un altra, separandosi venivano sempre
trasportate, come quando, dopo che sono state scosse e ventilate dai vagli e
dagli strumenti che servono a purificare il grano, le parti dense e pesanti
vanno da una parte, mentre quelle che sono passate al vaglio e sono leggere
vengono sistemate da un'altra parte: così allora quei quattro elementi, scossi
dal loro ricettacolo, il quale si muoveva esso stesso in qualità di strumento
che procurava la scossa, separavano da sé, quanto più era possibile, le parti
meno omogenee, ammassando quanto più potevano in uno stesso punto le parti del
tutto omogenee, e perciò, prima che nascesse l'universo ordinato da essi,
alcuni occuparono una posizione, altri un'altra. In un primo tempo tutti questi
elementi erano disposti senza ragione e senza misura: e quando il dio cominciò
ad ordinare l'universo, in principio il fuoco, l'acqua, la terra e l'aria, che
pure avevano tracce delle proprie forme, si trovavano in quella condizione in
cui è naturale che ogni cosa si trovi quando il dio è assente. Essendo in tale
stato, il dio allora li adornò dapprima di forme e di figure. E che il dio
ordinò insieme questi elementi, partendo da una condizione ben diversa, nel
modo più bello e più nobile possibile, dobbiamo dirlo sempre e di ogni cosa.
Ora però voglio cercare di mostrarvi con un discorso insolito come ciascuno di
questi elementi è stato ordinato ed è nato, ma dal momento che conoscete il
metodo scientifico con il quale bisogna mostrare le cose che dico, mi seguirete.
In primo luogo è chiaro a chiunque che fuoco, terra, acqua e aria sono corpi: e
ogni specie di corpo ha anche profondità. Ed è assolutamente necessario che la
profondità includa la natura del piano; e la superficie piana e rettilinea è
formata da triangoli. Tutti i triangoli derivano da due triangoli, ciascuno dei
quali ha un angolo retto e due acuti: e di questi triangoli l'uno ha, dall'una e
dall'altra parte, una parte uguale di angolo retto diviso da lati uguali,
l'altro due parti disuguali di angolo retto diviso da lati disuguali. Questo è
il principio che noi stabiliamo per il fuoco e per gli altri corpi, procedendo
secondo un ragionamento necessario e verosimile: quanto ai principi superiori a
questi, li conosce il dio e, fra gli uomini, chi a lui è caro. Ora bisogna dire
quali sono i quattro bellissimi corpi, fra di loro dissimili, di cui alcuni
possono, dissolvendosi, generarsi reciprocamente: se scopriamo questa cosa,
abbiamo la verità intorno alla nascita della terra e del fuoco e di tutti gli
altri elementi che secondo una proporzione stanno nel mezzo.
Non saremo infatti d'accordo con nessuno che affermi che vi sono corpi visibili
più belli di questi, i quali costituiscono ciascuno un genere a se stante.
Cercheremo dunque di accordare insieme questi quattro generi di corpi che si
distinguono per la loro bellezza, e allora diremo di aver compreso a sufficienza
la loro natura. Dei due triangoli l'isoscele ha ottenuto in sorte una sola
forma, lo scaleno infinite: e dunque fra queste forme infinite bisogna scegliere
la più bella, se vogliamo cominciare in modo conveniente. Se allora qualcuno
fosse in grado di dirci, in base alla sua scelta, una più bella ancora per la
composizione di questi corpi, quello dunque avrà ragione come amico e non come
nemico: lasciando da parte gli altri triangoli, stabiliamo dunque che fra i
molti triangoli uno sia il più bello, e cioè quel triangolo che ripetuto forma
un terzo triangolo, l'equilatero.
Spiegarne la ragione, sarebbe un discorso troppo lungo: e tuttavia vi è in
premio la nostra amicizia per chi rifiuterà questa cosa e dimostrerà che non
è così. I due triangoli scelti da cui sono stati realizzati i corpi del fuoco
e degli altri elementi siano l'isoscele e quello che ha sempre il quadrato del
lato maggiore triplo del quadrato del minore. Ora definiamo meglio quel che
prima si è detto in modo oscuro. Infatti ci sembrava che i quattro elementi
traessero tutti origine uno dall'altro, ma questa visione non era corretta: in
realtà i quattro elementi derivano dai triangoli che abbiamo scelto, e cioè
tre si formano da quello che ha i lati disuguali, mentre il quarto è formato
esso soltanto dal triangolo isoscele. Non possono dunque dissolversi tutti
quanti reciprocamente, in modo che da un grande numero di corpi piccoli nasca un
piccolo numero di corpi grandi, e viceversa, ma questo vale soltanto per i primi
tre: poiché derivano tutti da un solo triangolo, quando i più grandi si
dissolvono, se ne formeranno molti e piccoli, i quali accolgono le figure a loro
appropriate, e quando invece numerosi corpi piccoli si dividono nei triangoli,
derivando un solo numero di una sola massa, costituiranno un'altra grande
specie. Dunque, quanto si è detto sulla loro reciproca generazione sia
sufficiente. Quello che si deve qui di seguito spiegare è come si è formata
ciascuna specie di essi, e dalla combinazione di quanti numeri. Si comincerà
dalla prima specie, che è ordinata nel modo più semplice: elemento di essa è
il triangolo che ha l'ipotenusa lunga il doppio del lato minore. Se si accostano
due triangoli di questo tipo secondo la diagonale, e per tre volte si ripete
l'operazione, e le diagonali e i lati piccoli convergono nello stesso punto,
come in un centro, dai sei triangoli nasce un solo triangolo equilatero: e se si
compongono insieme quattro triangoli equilateri, formano per ogni tre angoli
piani un angolo solido, che segue immediatamente il più ottuso degli angoli
piani. Formati questi quattro angoli, abbiamo la prima specie di solidi, che può
dividere l'intera sfera in parti uguali e simili. La seconda specie si forma
dagli stessi triangoli, riuniti insieme in otto triangoli equilateri, in modo da
formare un angolo solido da quattro angoli piani: e quando vi siano sei
angoli di questo tipo, il corpo della seconda specie è così compiuto.
La terza specie e formata da centoventi triangoli connessi insieme, da
dodici angoli solidi, compresi ciascuno da cinque triangoli equilateri piani, e
ha per base venti triangoli equilateri. E l'uno dei due elementi, dopo aver
generato queste figure, terminò la sua funzione. Il triangolo isoscele generò
la natura della quarta specie, che è formata da quattro triangoli isosceli, con
gli angoli retti congiunti nel centro, così da formare un tetragono equilatero:
sei di questi tetragoni equilateri, accostati insieme, formano otto angoli
solidi, ciascuno dei quali è formato dall'armonica combinazione di tre angoli
piani retti. La figura del corpo che così è formata è quella cubica, ed ha
per base sei tetragoni equilateri piani. Vi era ancora una quinta combinazione,
di cui il dio si servì per decorare l'universo. Se qualcuno, riflettendo con
attenzione su tutto quello che è stato detto, non riuscisse a decidersi se
conviene dire che i mondi sono infiniti oppure limitati, potrebbe effettivamente
ritenere che il pensarli di numero illimitato sia proprio di chi conosce in modo
limitato ciò che occorre sapere senza limiti; mentre sul fatto che sia più
conveniente affermare che esso è uno solo o siano stati veramente generati nel
numero di cinque, chi ponesse tale dubbio, a buon diritto dubiterebbe. Noi
suggeriamo che, secondo una ragione verosimile, ne sia stato generato uno solo;
un altro, in base ad altre considerazioni, può pensarla in un altro modo. Ma
lasciamo perdere questa questione, e le specie che ora si sono formate mediante
il ragionamento distribuiamole nel fuoco, nella terra, nell'acqua e nell'aria. E
alla terra assegnamo la figura cubica: fra le quattro specie, infatti, la terra
è quella meno soggetta a movimento, e fra tutti i corpi è la più plasmabile,
ed è assolutamente necessario che sia tale quel corpo che ha le basi più
salde: fra i triangoli che abbiamo posto in principio, è per natura più salda
la base di triangoli a lati uguali che quella di quelli a lati disuguali, e la
figura piana, che è formata dall'una e dall'altra specie di triangoli, il
tetragono equilatero, sia nelle parti, sia nel tutto, è inevitabilmente più
stabile del triangolo equilatero.
Perciò assegnando questa forma alla terra, manteniamo un discorso verosimile,
mentre all'acqua assegnamo la forma meno soggetta a movimento fra le altre, al
fuoco la più mobile, all'aria quella intermedia: e attribuiamo il corpo più
piccolo al fuoco, il più grande all'acqua, quello intermedio all'aria. E ancora
il più acuto al fuoco, il secondo per acutezza all'aria, il terzo all'acqua.
Fra tutte queste forme, allora, quella che ha il minor numero di basi è
inevitabile sia la più soggetta a movimento, essendo fra tutte le altre la più
tagliente e la più acuta in ogni sua parte, ed inoltre la più leggera, essendo
formata dal minor numero delle medesime parti: e la seconda di queste forme ha
tutte queste proprietà in secondo grado, e la terza le possiede in terzo grado.
Secondo un ragionamento corretto e verosimile, la figura solida della piramide
sia l'elemento e la semenza del fuoco, seconda per generazione diciamo che sia
la figura dell'aria, terza quella dell'acqua. Tutte queste figure bisogna
concepirle così piccole, che nessuna delle singole parti di ciascuna specie è
visibile ai nostri occhi per la sua piccolezza, ma, se molte si riuniscono
insieme, è possibile vedere le loro masse: per quanto riguarda le proporzioni
relative ai numeri, ai movimenti e a tutte le altre proprietà, il dio, dopo
aver realizzato in ogni parte alla perfezione queste cose, finché la natura
della necessità si lasciava spontaneamente persuadere, le unì in proporzione
ed armonia.
Dopo tutto quello che abbiamo detto riguardo alle diverse specie, la questione
starebbe assai verosimilmente in questi termini.
La terra, incontrando il fuoco e disciolta dalla proprietà di quello di essere
acuto, vagherebbe o fondendosi nel fuoco stesso, o imbattendosi nella massa
dell'aria e dell'acqua, fino a che le sue parti, incontrandosi ed unendosi di
nuovo insieme fra loro, diventassero terra: in nessun'altra specie, infatti,
essa mai potrebbe trasformarsi. L'acqua, invece, divisa dal fuoco e anche
dall'aria, è possibile che si ricomponga in un corpo di fuoco e in due di aria:
e le particelle di aria, perdendo la loro unità e dissolvendosi, danno origine
a due corpi di fuoco. E viceversa, quando una piccola quantità di fuoco
racchiusa in una grande massa di aria, di acqua, e in qualche parte di terra,
agitata dal movimento di ciò che la racchiude, e vinta dopo aver fatto
opposizione, si spezza, due corpi di fuoco si ricompongono in una sola specie di
aria. E se l'aria è dominata e sminuzzata da due elementi interi di aria e un
mezzo, si formerà una specie intera di acqua. Ma riflettiamo di nuovo su queste
cose in questo modo: quando una delle altre specie, chiusa nel fuoco, è
tagliata dall'acutezza dei suoi angoli e dei suoi lati, se si compone nella
natura di quello, cessa di essere tagliata. Infatti nessuna specie simile o
identica a se stessa è in grado di determinare un mutamento o di subirlo da
parte di ciò che è identico e simile: e finché una specie, incontrandosi con
un'altra, combatte - essa che è più debole con una più forte -, non smette di
disciogliersi. Così quando specie più piccole e poche, contenute in specie più
grandi e numerose, si spezzano e si annientano, quelle che vogliono comporsi
nella forma dell'elemento che predomina, cessano di annientarsi, e da fuoco
diventano aria, da aria diventano acqua. Se alcuni elementi si riuniscono
insieme, e un agglomerato formato da altre specie li assalta, questi non cessano
di dissolversi, finché o del tutto espulsi o dissolti si rifugiano presso la
specie che è loro affine, oppure, una volta vinti, diventano una sola cosa
assimilandosi all'elemento vincitore e rimangono ad abitare con lui. Pertanto,
in base a queste trasformazioni, gli elementi cambiano tutti di sede: infatti le
masse di ciascun elemento si separano e si distribuiscono secondo il loro
proprio luogo in virtù del movimento del ricettacolo che li contiene, e ogni
volta che diventano dissimili a se stessi e simili ad altri, vengono
trasportati, per l'agitazione, verso il luogo di quelle cui si sono assimilati.
Tutti i corpi semplici e primitivi si sono dunque originati per queste ragioni.
Per quanto riguarda le diverse specie che sono nate nelle forme di questi corpi,
se ne deve ricercare la ragione nella composizione dell'uno e dell'altro
elemento, perché in principio non fu generato un solo triangolo che avesse una
certa grandezza, ma triangoli più piccoli e più grandi, e tanti di numero
quante sono le specie contenute nelle forme originarie. Perciò, mescolandosi
con se stessi e fra loro, questi triangoli sono infiniti di varietà: e bisogna
che osservino con attenzione tale varietà coloro che si apprestano a parlare
della natura con un discorso verosimile.
Riguardo al movimento e alla quiete, se non saremo d'accordo sul modo e sui
mezzi con cui si generano, sorgeranno molti ostacoli nel ragionamento che ora
segue. Già si è parlato di essi, ma ora bisognerebbe aggiungere queste
riflessioni, e cioè che il movimento non può trovarsi là dove ci sia
uniformità. è difficile, anzi, impossibile, che vi sia ciò che si muove senza
ciò che fa muovere, o ciò che fa muovere senza ciò che si muove: non vi è
movimento, se mancano questi due termini, ed è impossibile che essi siano
uniformi. Così dobbiamo sempre mettere in relazione la quiete con l'uniformità,
e il movimento con la mancanza di uniformità: e la causa della mancanza di
uniformità è la disuguaglianza.
A proposito dell'origine della disuguaglianza abbiamo già parlato: quel che non
abbiamo ancora detto è come i singoli corpi, dopo che si sono separati secondo
le specie, non cessino di muoversi e di passare gli uni negli altri. Dunque
adesso lo diremo.
La rotazione periodica dell'universo, dal momento che comprende tutte le specie,
essendo circolare e tendendo per natura a convergere su se stessa, abbraccia
tutte quante le cose, e non lascia che rimanga alcuno spazio vuoto. Perciò il
fuoco si è esteso in modo particolare a tutte le cose, e in secondo luogo
l'aria, perché è seconda per quanto riguarda la finezza, e così gli altri
elementi: infatti ciò che si genera dalle parti più grandi lascia nella sua
composizione un vuoto più grande, mentre ciò che è più piccolo un vuoto più
piccolo. Il processo di condensazione costringe allora le parti piccole negli
intervalli vuoti delle parti grandi. Trovandosi dunque le parti piccole accanto
alle grandi, e le minori separando le maggiori, e le maggiori comprimendo le
minori, sono tutte trasportate in tutte le direzioni, ciascuna verso il proprio
luogo: mutando infatti ciascuna la grandezza, muta anche la posizione nello
spazio. Così e per queste ragioni la mancanza di uniformità che si genera in
perpetuo, determina un movimento perenne di questi corpi che è e sarà sempre
senza interruzione.
Dopo di ciò bisogna riflettere sul fatto che vi sono molti generi di fuoco,
come per esempio la fiamma e ciò che proviene dalla fiamma, e non brucia, ma
procura luce agli occhi, e ciò che, una volta che la fiamma si sia spenta,
rimane del fuoco nei corpi incandescenti. Allo stesso modo per quanto riguarda
l'aria, la parte più luminosa viene chiamata etere, la parte più torbida viene
detta nebbia e tenebra, e vi sono altre specie che non hanno nome, generate per
la disuguaglianza dei triangoli. E dell'acqua vi sono innanzitutto due specie,
una liquida, l'altra che può fondersi. L'una pertanto è liquida perché è
composta di particelle d'acqua piccole e disuguali, e si muove da sé e da altri
per la diversità e per la caratteristica della sua forma. L'altra invece, che
è formata da parti grandi e uguali, è più stabile della prima ed è più
pesante, poiché è più compatta per la sua uniformità: ma quando il fuoco
entra e la dissolve, essa perde la sua uniformità, e prende sempre più parte
dei movimento, e, diventando mobile, è respinta dall'aria vicina, e si distende
sulla terra.
Dunque si è definito "fondersi" la disgregazione della sua massa, e
"scorrere" il distendersi sulla terra, due parole che indicano questa
doppia condizione. Poiché il fuoco esce nuovamente di lì, e poiché non esce
nel vuoto, avviene che l'aria vicina, spinta da esso, preme la massa liquida,
che si muove ancora con facilità, verso le sedi del fuoco, e la mescola con se
stessa: e la massa liquida, così compressa, recuperando nuovamente l'uniformità,
poiché è andato via il fuoco che era il responsabile della diversità, si
ricompone in una massa identica a se stessa. Raffreddamento fu chiamato il fuoco
che se ne va, e congelamento la condensazione che avviene quando esso se n'è
andato. Dunque, di tutte queste specie di acque che abbiamo definito
"fusibili", quella che è formata dalle particelle più sottili e più
omogenee, ed è la più densa di tutte, specie uniforme, che è associata ad un
colore lucente e giallo, ricchezza preziosissima, è l'oro che, filtrando
attraverso la pietra, si condensa: e il nodo dell'oro, diventando durissimo per
la sua densità, e assumendo un colore nero, viene detto adamante.
Quel genere che per la composizione delle sue parti si avvicina all'oro, ma ha
più di una specie, e per densità è più denso dell'oro, e contiene una
piccola e sottile particella di terra, sicché è più duro dell'oro, anche se
è più leggero per i grandi intervalli che vi sono al suo interno, questo
genere di acque lucenti e condensate, quando si unisce, forma il rame: e quella
parte di terra unita ad esso, quando i due corpi per il tempo si separano l'uno
dall'altro, diventata lucente di per sé, si chiama ruggine. Non sarebbe affatto
complesso continuare ancora a trattare gli altri fenomeni simili a questi,
seguendo la linea della verosimiglianza. E se qualcuno per desiderio di
riposarsi lasciasse da parte i discorsi sulle verità eterne, ed esaminando le
ragioni verosimili riguardo al divenire prende un piacere senza rimpianto si
potrebbe procurare nella vita un passatempo moderato e intelligente.
Anche noi adesso, abbandonandoci a questo passatempo, continuiamo qui di seguito
ad esporre le ragioni verosimili di queste cose nel modo seguente. L'acqua
mescolata al fuoco, quella che è sottile e fluida, a causa del suo movimento e
del percorso per cui precipita sulla terra si dice liquida, ed inoltre molle,
per il fatto che le sue basi, essendo meno stabili di quelle della terra, sono
cedevoli. Non appena quest'acqua, dunque, si divide dal fuoco e si separa
dall'aria, diviene più omogenea, si contrae in sé per l'uscita del fuoco e
dell'aria, e così si condensa: e questa condensa, se si modifica soprattutto al
di sopra della terra, si dice grandine, mentre quella che avviene sulla terra
ghiaccio; se invece è meno densa e si è condensata solo a metà, nel caso
avvenga al di sopra della terra si dice neve, nel caso avvenga sulla terra e si
sia formata dalla rugiada, si dice brina. La maggior parte delle specie di
acqua, mescolate insieme, e filtrate attraverso le piante della terra, hanno in
generale il nome di succhi. Per il fatto che questi succhi erano ciascuno
diverso a causa delle mescolanze, diedero origine a molte altre specie senza
nome, anche se quattro, che hanno in sé il fuoco e risplendono moltissimo,
hanno avuto in sorte un nome: quella che riscalda l'anima insieme al corpo si
chiamò vino, quella che è liscia e che divide il fuoco della vista, e per
questa ragione è splendida a vedersi, ed appare lucida e nitida, è la specie
oleosa, ovvero la pece e l'olio di ricino, e l'olio stesso e tutti gli altri
succhi che hanno la stessa proprietà.
Quanto a quel succo che, nei limiti in cui la natura lo consente, dilata gli
organi della bocca, procurando dolcezza in virtù di questa proprietà, lo si
chiamò in generale miele, mentre quel succo che, bruciando, fa sciogliere la
carne, specie spumeggiante separata da tutti gli altri succhi, fu detto caglio.
Quanto alle specie della terra, quella che è filtrata attraverso l'acqua,
diviene in questo modo corpo roccioso. L'acqua, mescolata con la terra, quando
in tale mescolanza si divide in particelle, si trasforma assumendo la forma
dell'aria: e divenuta aria, si eleva verso la propria sede naturale. Non
essendovi nessun vuoto intorno, essa preme l'aria vicina, la quale, essendo
pesante, premuta e diffusa intorno alla massa della terra, la costringe
violentemente e la comprime verso le sedi dov'era salita la nuova aria.
Compressa dall'aria, la terra che è legata indissolubilmente all'acqua, diviene
pietra: più bella quella lucida che è formata da parti uguali e uniformi, più
turpe quella contraria. Quando tutta l'umidità viene sottratta dalla rapidità
del fuoco e si forma qualcosa di più secco della pietra, nasce quella specie
cui noi abbiamo dato il nome di ceramica: talvolta avviene che, rimanendo
dell'umidità, la terra, fusa per il fuoco, quando si raffredda, diventa una
pietra dal colore nero. E se in questo stesso modo da quella mescolanza viene a
mancare una gran quantità di acqua, e le parti della terra sono sottili e
salate, si forma un corpo semisolido che a contatto dell'acqua diventa di nuovo
solubile, e si ha da un lato il genere del nitro, che serve a pulire le macchie
di olio e di terra, e dall'altra quel corpo costituito dai sali che si armonizza
benissimo nelle combinazioni del cibo per quel che riguarda il gusto della bocca
e che, come dice la legge, è caro agli dèi. Quanto a quei corpi che risultano
dalla combinazione di terra e di acqua, i quali non possono essere sciolti
dall'acqua, ma dal fuoco, per questa ragione si sono condensati così. Fuoco e
aria non fondono delle masse di terra: perché essendo le loro parti generate più
piccole degli intervalli della sua composizione, attraversano senza violenza
questi intervalli abbastanza larghi, e le lasciano senza scioglierle né
fonderle. Poiché invece le parti dell'acqua sono generate più grandi, passano
in modo violento, e sciolgono e fondono la massa di terra. Pertanto la terra, se
non ha consistenza, viene sciolta dalla sola acqua con la violenza, se invece è
compatta non viene sciolta da nient'altro se non dal fuoco: infatti a nessuna
cosa se non al fuoco è permesso penetrarvi. E se l'acqua è fortemente
condensata, soltanto il fuoco può dissolverla, mentre se lo è debolmente,
l'uno e l'altro, e cioè il fuoco e l'aria: l'aria passando attraverso i suoi
interstizi, e il fuoco anche attraverso i triangoli. E se l'aria è fortemente
condensata, nulla la dissolve a meno che non venga divisa nei suoi stessi
elementi, se invece è debolmente condensata, la consuma soltanto il fuoco.
Quanto ai corpi composti di terra e di acqua, invece, finché l'acqua occupi gli
interstizi della terra comprimendoli violentemente, le parti dell'acqua,
giungendo dall'esterno e non trovando un modo per entrare, scorrono intorno alla
massa intera e non riescono a fonderla, mentre le parti di fuoco, introducendosi
negli interstizi formati dall'acqua, operano sull'acqua come l'acqua sulla terra
e il fuoco sull'aria, e rappresentano l'unica causa che il corpo comune, una
volta dissolto, scorra. Capita allora che alcuni di questi corpi abbiano meno
acqua che terra, e sono tutte le specie di vetri e le specie di pietre che sono
definite fusibili, mentre altri, che al contrario hanno più acqua, sono tutti
quei corpi che sono condensati in forma di cera ed esalano profumi.
E così si sono press'a poco trattate le varie specie di corpi che si
differenziano per figure, per combinazioni, e trasformazioni reciproche: ora
bisogna cercare di chiarire per quali ragioni si generano le impressioni
prodotte da quei corpi. In primo luogo bisogna che ad ogni cosa che viene detta
corrisponda una sensazione. D'altra parte non abbiamo ancora parlato
dell'origine della carne, né dì ciò che ad essa si riferisce, e neppure di
quel che vi è di mortale nell'anima: e non è possibile parlare in modo
adeguato di queste cose, se non si accenna alle impressioni sensibili, né di
queste senza quelle, e, del resto, non si può parlare nelle stesso tempo di
tutte e due le cose. Prendiamo uno dei due argomenti, e su quello che abbiamo
tralasciato torneremo in seguito. Perché si possa parlare delle impressioni
immediatamente dopo le specie dei corpi, cominciamo a trattare quelle che
riguardano il corpo e l'anima. Prima di tutto vediamo perché diciamo che il
fuoco è caldo, tenendo conto della separazione e dell'incisione che esso
determina sul nostro corpo.
Quasi tutti infatti ci accorgiamo che l'impressione che esso determina
corrisponde a qualcosa di acuto: infatti bisogna tenere in considerazione la
sottigliezza degli spigoli, l'acutezza degli angoli, la piccolezza delle sue
parti, la rapidità del movimento, tutti fattori per cui, essendo violento e
tagliente, taglia sempre acutamente tutto ciò che incontra, e si deve ricordare
l'origine della sua figura, perché è soprattutto in virtù di quella e non di
un'altra natura che il fuoco può dividere e sminuzzare i nostri corpi in
piccole parti, procurando verosimilmente quell'impressione che ora chiamiamo
caldo e la rispettiva definizione.
Ed è evidente l'impressione contraria a questa, e tuttavia non si può non
parlarne. I liquidi che sono intorno al nostro corpo e che sono formati di parti
più grandi, entrando nel corpo, schiacciano quelli formati da parti più
piccole, ma non potendo occupare le loro sedi, comprimono ciò che in noi vi è
di umido, da eterogeneo e in movimento lo rendono immobile e omogeneo, e
comprimendolo, lo coagulano: quel corpo che contro natura deve raccogliersi
insieme combatte respingendo se stesso in senso contrario. A questa battaglia e
a questa scossa si è dato il nome di tremore e brivido, ed ebbe il nome di
freddo il complesso di questa impressione e ciò che la determina. E duro è
quel corpo cui la nostra carne cede, molle, invece quello che cede alla nostra
carne: e così nelle loro relazioni reciproche. Cede quel corpo che poggia su di
una piccola base: ma un corpo che ha basi quadrangolari, essendo assolutamente
saldo, rappresenta la specie più salda, poiché venendo ad avere la più grande
compattezza è assai resistente. E il pesante e il leggero, se si esaminano
ponendoli in relazione con quella che viene chiamata la natura del basso e
dell'alto, verranno chiariti nel modo più evidente. Che in natura vi siano due
luoghi opposti che dividono in due tutto l'universo, l'uno posto in basso, verso
il quale sono trasportati tutti quanti gli oggetti che hanno una massa corporea,
l'altro posto in alto, verso il quale ogni oggetto si muove contro il proprio
volere, non sarebbe affatto giusto crederlo. Infatti, poiché il cielo è tutto
di forma sferica, tutte le parti distano ugualmente dal centro, e bisogna che
esse formino tutte allo stesso modo le estremità, e poiché il centro nella
stessa misura dista dalle estremità, si deve ritenere che esso si trovi nella
posizione opposta a tutte quelle. Se l'universo è stato generato in questo
modo, quale delle estremità di cui si è appena parlato si potrebbe chiamare
alta o bassa, senza sembrare di dare loro correttamente un nome che non è per
nulla adatto? Infatti il luogo che in esso occupa il centro non si può
affermare correttamente che sia generato né in basso né in alto, ma esso si
trova proprio nel centro. E la circonferenza non è il centro, e non ha alcuna
parte che sia in altro rapporto con il centro, se non come parte opposta. Se
dunque l'universo è generato ovunque alla stesso modo, potrebbe ritenere di
parlare bene quel tale che attribuisse ad esso nomi contrari? Se nel centro
dell'universo vi fosse un corpo solido in equilibrio, non sarebbe attratto verso
nessuna delle estremità proprio a causa della loro equidistanza: ma se qualcuno
si muovesse in giro intorno ad esso, spesso fermandosi ora in un punto, ora nel
punto opposto, chiamerebbe lo stesso punto basso e alto. Poiché allora
quest'universo, come ora si è detto, ha forma sferica, non è ragionevole
affermare che possiede un luogo posto in basso e uno in alto. Donde provengano
questi nomi, e in quali casi siamo abituati ad usarli, dividendo così con essi
anche il cielo intero, queste sono questioni sulle quali dobbiamo accordarci,
dopo aver stabilito queste ipotesi. Se qualcuno salisse in quel luogo
dell'universo dove la natura del fuoco ha ricevuto in sorte la sua sede, e dove
esso è raccolto in massima quantità, e verso cui si muove ogni altro fuoco, e
se avesse la forza di prendere parti di fuoco, e le pesasse ponendole sulla
bilancia, e sollevando il braccio della bilancia trascinasse con la forza il
fuoco verso l'aria che gli è dissimile, è chiaro che una parte minore di fuoco
sarebbe più facilmente oggetto di violenza che una parte maggiore: quando
infatti due oggetti sono contemporaneamente sollevati in alto da una sola forza,
è inevitabile che l'oggetto più piccolo ceda maggiormente alla forza, mentre
quello più grande di meno, e si chiamerà pesante quello più grande e che
tende a muoversi verso il basso, leggero quello più piccolo che tende a salire
verso l'alto. Dobbiamo allora osservare che noi facciamo la stessa cosa in
questo nostro luogo. Stando infatti sulla terra, e separando sostanze di natura
terrosa, e talvolta la stessa terra, noi lanciamo queste sostanze in quell'aria
che è dissimile, a forza e contro natura, poiché entrambe aderiscono
all'elemento affine: la sostanza più piccola cede più facilmente della più
grande alla violenza, e giunge prima verso ciò che le è dissimile. Diciamo
pertanto che quella sostanza è leggera, e chiamiamo alto il luogo verso il
quale a forza la lanciamo, mentre nel caso opposto a questo diciamo pesante la
sostanza, e basso il luogo. è necessario allora che queste cose siano in
rapporti differenti fra loro, in quanto la maggioranza degli elementi occupa
luoghi diversi e fra di loro opposti: se si mette infatti a confronto un
elemento che in un luogo è leggero con un altro elemento leggero che è nel
luogo opposto, e così un elemento pesante con un altro pesante, e un elemento
che è in basso con un altro elemento in basso, e un elemento che è in alto con
un altro in alto, si troverà che sono tutti opposti, obliqui e assolutamente
differenti fra loro. L'unica cosa che si può pensare riguardo a tutti questi
corpi è che la direzione di ciascuno di essi verso ciò che gli è affine fa
dire pesante il corpo che si muove, e basso il luogo verso cui quel tale corpo
si muove, e nomi diversi hanno i corpi e i luoghi posti diversamente. Queste,
dunque, sono le ragioni di questi fenomeni. Per quanto riguarda invece l'origine
delle impressioni di liscio e ruvido, ognuno può osservarla da solo e spiegarla
ad altri: durezza mescolata a mancanza di uniformità determina un'impressione,
mentre uniformità mescolata con densità determina l'altra.
Ci resta da spiegare la cosa più importante che riguarda le impressioni comuni
a tutto il corpo, vale a dire la causa dei piaceri e dei dolori messa in
relazione alle impressioni che abbiamo già passato in rassegna, e a quelle che,
procurando sensazioni nelle parti del corpo, si accompagnano a dolori e a
piaceri. Cerchiamo così di comprendere le ragioni di ogni impressione sensibile
e insensibile, ricordando che abbiamo in precedenza diviso la natura che si
muove facilmente da quella che si muove con difficoltà: solo così possiamo
indagare tutto quanto abbiamo intenzione di cogliere. Quando un oggetto, secondo
la sua natura, si muove facilmente, e un'impressione anche piccola lo colpisce,
le sue parti la trasmettono in giro le une alle altre, rappresentandola
fedelmente, finché comunicano all'intelligenza la proprietà di ciò che ha
agito: quell'oggetto che al contrario è stabile e non si muove affatto in giro,
subisce soltanto, e non muove nessuna delle cose vicine, sicché le sue parti
non trasmettono le une alle altre la prima impressione, e questa rimane immobile
in esse per tutto il corpo, e rende insensibile colui che subisce. Questo
avviene per le ossa, i capelli, e tutte le altre particelle che abbiamo in noi e
che sono costituite in buona misura di terra: quello che si è detto in
precedenza si riferisce invece alla vista e all'udito, perché in essi vi è una
grandissima forza di fuoco e di aria.
Circa il piacere e il dolore, dobbiamo fare queste considerazioni: l'impressione
contro natura e violenta che d'un tratto si determina in noi è dolorosa, quella
invece che sempre d'un tratto ritorna nella sua natura è piacevole;
un'impressione che pian piano e a poco a poco si produce non è sensibile,
mentre al contrario lo sono quelle che si presentano in modo opposto. Ogni
impressione che si determina con facilità è sensibile al massimo grado, e non
prende parte né di dolore, né di piacere, come le impressioni che riguardano
la vista stessa, che - si è detto prima - durante il giorno danno luogo
ad un corpo che è connaturato con il nostro. Infatti, né tagli né bruciature
né alcun altro stimolo procurano ad essa dolore, ma neppure piacere, quando
ritorna nuovamente alla forma primitiva: le sensazioni sono invece assai intense
e chiarissime, a seconda delle impressioni che essa subisce e di ciò con cui
viene a contatto quando getta il suo sguardo.
Non c'è infatti per nulla violenza né nel suo dilatarsi, né nel suo
contrarsi. Invece i corpi formati da parti più grandi, cedendo con difficoltà
a ciò che agisce su di loro, e trasmettendo i movimenti all'intero corpo, hanno
piaceri e dolori: dolori, quando si alterano, piaceri, quando ritornano
nuovamente in se stessi.
Tutti i corpi che poco a poco secernono e subiscono evacuazioni, e d'un tratto sì
riempiono abbondantemente, essendo insensibili durante le evacuazioni, ma
sensibili quando si riempiono, non procurano dolore alla parte mortale
dell'anima, ma piaceri intensissimi: e ciò diviene assai evidente nei buoni
odori. Tutti i corpi, invece, che improvvisamente si alterano, tornando
gradualmente e a stento nella loro natura, procurano in noi ogni sorta di
impressioni contrarie alle precedenti: e ciò si manifesta con chiarezza a
proposito delle bruciature e dei tagli del corpo.
E dunque riguardo alle impressioni comuni a tutto il corpo, e ai nomi da
assegnare agli agenti che ne sono responsabili, abbiamo parlato abbastanza: ora
dobbiamo parlare, per quanto è possibile, delle impressioni che si producono
nelle singole parti del nostro corpo, e delle cause che le determinano.
Innanzitutto dobbiamo mostrare, per quanto è possibile, quelle impressioni
specifiche che riguardano la lingua, e che, quando prima abbiamo parlato dei
succhi, abbiamo tralasciato. Risulta che anche queste impressioni, come avviene
già per le altre, avvengano a causa di certe contrazioni e dilatazioni, e che
inoltre, più delle altre, abbiano a che fare con la ruvidezza e con la
levigatezza. Quando particelle di terra penetrano nelle vene, che come
messaggere della lingua si estendono fino al cuore, e si incontrano con le parti
umide e molli della carne, dissolvendosi contraggono e disseccano queste piccole
vene, e così le più ruvide sembrano aspre, quelle meno ruvide, acerbe. E fra
queste quelle che devono purificare e lavare tutta la superficie della lingua,
se agiscono oltre il dovuto, e intaccano la lingua in modo da fondere una parte
della sua sostanza, come avviene per la proprietà del nitro, allora esse si
chiamano tutte amare: quelle invece che hanno in misura minore la proprietà del
nitro, e sono moderatamente usate per detergere, ci sembrano salate, senza
essere troppo amare, e ci sono più gradite. Quelle che prendono parte del
calore della bocca e da essa vengono levigate, si infiammano e bruciano a loro
volta ciò che le aveva riscaldate, e vengono trasportate in alto dalla
leggerezza verso i sensi della testa, e tagliano tutto ciò che incontrano:
ebbene, tutte queste, in base a queste proprietà, vengono chiamate
"piccanti". Talvolta queste particelle sono attenuate dalla
putrefazione, penetrando in quelle vene strette e trovandovi parti di terra e di
aria in una proporzione tale che le agitano e fanno in modo che si mescolino fra
loro: e mescolandosi, queste particelle si incontrano, e penetrando le une nelle
altre, formano altre cavità che si distendono intorno a quelle che entrano
nelle vene. Allora si distende intorno all'aria un'umidità che forma una
superficie concava, ora piena di terra, ora pura, e si formano vasi liquidi
d'aria, e gocce d'acqua cave e rotonde, e le une, trasparenti e circondate di
pura umidità, si chiamano con il nome di bolle, le altre, formate dall'umidità
terrosa che è agitata e sollevata nello stesso tempo, sono chiamate con il nome
di ebollizione o fermentazione. La causa di tutti questi fenomeni si chiama
acido. Il fenomeno opposto a tutti quelli di cui si è detto muove da una
ragione contraria: quando la composizione delle particelle liquide che entrano
nel corpo è affine alla caratteristica della lingua, e spalmandola ne leviga le
asperità, e rilascia o costringe ciò che era stato contratto contro natura o
era stato diffuso, riportando tutto, per quanto è possibile, nel suo stato
naturale, ogni rimedio di questo tipo delle impressioni violente, piacevole e
gradito ad ognuno, si dice dolce.
E queste cose stanno in questi termini: per quanto riguarda poi la proprietà
delle narici, non vi sono specie determinate. Tutto il genere degli odori è un
genere incompiuto, e a nessun elemento avviene di essere così
proporzionato da avere un odore: ma le vene che hanno questa funzione sono
troppo strette per gli elementi della terra e dell'acqua, e d'altra parte troppo
larghe per quelle del fuoco e dell'aria; e perciò nessuno ha mai sentito
l'odore di nessuno di questi elementi, mentre gli odori nascono quando qualcosa
si bagna, si imputridisce, fonde, o evapora.
Quando infatti l'acqua si trasforma in aria, e l'aria in acqua, in questo stato
intermedio degli elementi si formano gli odori, ed essi sono tutti fumo o
nebbia: e fra questi, quello che da aria si trasforma in acqua è nebbia, mentre
quello che da acqua si trasforma in aria è fumo. Di qui si capisce che tutti
gli odori sono più sottili dell'acqua e più densi dell'aria.
Ciò si manifesta con chiarezza quando un tale, essendo impedito nella
respirazione, caccia con forza l'aria dentro di sé: allora nessun odore viene
filtrato insieme, ma l'aria soltanto penetra, priva di odori.
Dunque le loro varietà non hanno nome, poiché non derivano da specie né
semplici, né complesse, ma in due modi si possono indicare, che sono gli unici
che emergono con evidenza: e cioè gradevole e sgradevole, dal momento che uno
irrita e usa violenza su tutta la cavità che che sta in noi fra la sommità del
capo e l'ombelico, l'altro riesce a sedarla e piacevolmente la riporta di nuovo
al suo stato naturale.
Esaminando una terza parte che è in noi e che è preposta a ricevere sensazioni
- mi riferisco all'udito - dobbiamo dire per quali ragioni si determinano le
impressioni che lo riguardano.
Stabiliamo allora in sintesi che il suono è quell'urto che viene trasmesso
attraverso le orecchie, mediante l'aria, e il cervello, e il sangue, fino
all'anima, e che il movimento ricevuto da quest'urto, che comincia dalla testa e
termina dove il fegato ha la sua sede, è l'udito: se il movimento è veloce il
suono è acuto, se è più lento il suono è più grave, se il movimento è
uniforme il suono è omogeneo e dolce, se è tutto il contrario il suono è
aspro; se il movimento è grande il suono è forte, in caso contrario è debole.
Quanto poi si riferisce all'accordo dei suoni, sarà necessario parlarne in
seguito.
Ci rimane ancora un quarto genere di sensazioni che bisogna definire, poiché
include in sé moltissime varietà che abbiamo tutte chiamato colori: essi sono
una fiamma che scaturisce da ciascun corpo e che possiede delle particelle così
ben proporzionate alla vista da determinare la sensazione. Si è già parlato in
precedenza delle cause e dell'origine della vista: ora sarebbe assai conveniente
affrontare la trattazione riguardante i colori con un criterio che sia
appropriato. Le particelle che si staccano dai corpi e si incontrano con la
vista possono essere più piccole, o più grandi, o uguali rispetto alle
particelle della vista stessa: quelle uguali non producono sensazione, e per
questa ragione noi le chiamiamo trasparenti, ma quelle più grandi o quelle più
piccole, avendo le une la proprietà dì contrarre la vista e le altre quella di
dilatarla, determinano un effetto simile a quello prodotto dal caldo e dal
freddo sulla carne, e da ciò che è aspro sulla lingua, e da tutte quelle
sostanze che producono calore e abbiamo chiamato piccanti. Si tratta allora del
bianco e del nero che determinano le stesse impressioni di quelle sostanze, ma
in un altro genere, ed è per queste ragioni che appaiono differenti. Si devono
quindi chiamare in questo modo: bianco ciò che dilata la vista, e nero il suo
contrario.
Quando poi un impeto più rapido, scaturito da un fuoco di genere diverso,
colpisce e dilata la vista sino agli occhi, impedendone a forza i passaggi e
dissolvendoli, così da far versare fuori quella mescolanza di fuoco e di acqua
che chiamiamo lacrime, e quest'impeto è esso stesso un fuoco che muove dalla
parte opposta rispetto al fuoco della vista; e quando di questi due fuochi
quello interno balza fuori come da folgore, ed entra dentro invece quello
esterno, spegnendosi nell'umidità dell'occhio, da questa confusione derivano
colori di ogni specie, e chiamiamo questa impressione con il nome di bagliori,
mentre a ciò che la produce diamo il nome di luminoso e fulgido. Vi è un
genere di fuoco intermedio fra questi, che giunge sino all'umore degli occhi e
si mescola con esso, ma non è fulgido: al raggio del fuoco che si mescola con
quest'umore procurando un colore sanguigno diamo il nome di rosso. Il colore
chiaro, mescolato con il rosso e con il bianco, diviene giallo: se si volesse
dire in quale misura essi sono mescolati, anche se lo si sapesse, non avrebbe
senso, perché non si potrebbe indicare con esattezza la ragione necessaria o
verosimile di tali
mescolanze. Il rosso, mischiato al nero e al bianco forma il color porpora: ma
diviene rosso cupo, se a questi colori mischiati e bruciati si aggiunge una
quantità maggiore di nero. Il rosso fulvo nasce dalla mescolanza di giallo e di
grigio, il grigio dalla mescolanza di bianco e di nero, il giallo ocra dal
bianco mescolato col giallo. Il bianco, unito ad un colore chiaro e combinandosi
con un nero carico, forma l'azzurro, e l'azzurro, mescolandosi al bianco, dà
luogo al celeste, e infine il rosso fulvo mescolato al nero forma il verde.
Quanto agli altri colori che derivano da queste combinazioni, è abbastanza
evidente capire a quali mescolanze si assimilano, mantenendo la verosimiglianza
del discorso. E se qualcuno volesse ricercare la prova di queste cose in ambito
pratico, non riconoscerebbe la differenza che passa fra la natura umana e quella
divina, poiché soltanto il dio sa e nello stesso tempo è capace di unire molti
elementi in uno solo e di nuovo di scioglierli dall'uno nei molti, mentre
nessuno fra gli uomini non è ora in grado, né lo sarà in avvenire, di
compiere nessuna delle due cose.
Tutti questi elementi, che allora erano stati in questo modo generati secondo
una legge necessaria, l'artefice di ciò che è più bello e ottimo li accolse
fra le cose che hanno una nascita, quando generò il dio che basta a se stesso
ed è assolutamente perfetto, e da un lato si servì di essi come di cause
accessorie per queste cose, procurando dall'altro il bene in tutte le cose che
erano generate. Perciò bisogna distinguere due specie di cause, quella
necessaria e quella divina, e quella divina deve essere ricercata in tutte le
cose, se vogliamo procurarci una vita felice, per quanto la nostra natura lo
consente, e quella necessaria, invece, bisogna ricercarla al fine di ottenere
quella divina, tenendo conto che senza quella necessaria non si può da sola
comprendere questa divina cui mirano i nostri sforzi, né si può afferrarla, e
neppure in altro modo prenderne parte.
E ora che, come legname dinanzi ai falegnami stanno dinanzi a noi le due specie
di cause, che sono il materiale con cui dobbiamo comporre insieme quel che resta
del discorso, ritorniamo di nuovo brevemente al principio, e andiamo velocemente
a quel punto da cui siamo partiti per arrivare fin qui, cercando così di
assegnare al racconto una fine e una conclusione che si adatti con quanto in
precedenza si è detto. Come dunque anche all'inizio si è affermato, essendo
queste cose in disordine, il dio ingenerò in ciascuna di esse, sia in rapporto
a se stesse, sia in rapporto con le altre, una giusta proporzione che le
rendesse, per quanto e come era possibile, simmetriche e proporzionate. Allora,
infatti, nulla prendeva parte di quest'ordine, se non a caso, e non vi era alcun
elemento degno di essere chiamato con i nomi che vengono assegnati ora, come
"fuoco", "acqua", o qualsiasi altro nome: ma dapprima il dio
diede ordine a tutte queste cose, e in seguito da queste cose formò
quest'universo, unico essere vivente che contiene in sé tutti gli esseri
viventi mortali e immortali.
E dei divini esseri viventi fu lui stesso l'artefice, mentre comandò ai suoi
figli di plasmare la generazione dei mortali.
E quelli imitandolo, avendo ricevuto il principio immortale dell'anima, posero
quindi intorno ad essa un corpo mortale, e tutto questo corpo glielo diedero
come un carro, ed aggiunsero in esso un'altra specie di anima che fosse mortale,
che ha in sé passioni funeste e irresistibili: prima di tutto il piacere, che
è la più grande esca del male, in secondo luogo i dolori, che fanno fuggire i
beni, e ancora l'audacia e la paura, stolti consiglieri, e la collera, che è
difficile da placare, e infine la speranza, che facilmente si lascia ingannare.
Mescolando allora queste cose con la sensazione irrazionale e l'amore che mette
mano a qualsiasi impresa, composero secondo la legge della necessità il genere
mortale. Per queste ragioni, temendo di contaminare il principio divino più di
quanto l'assoluta necessità richiedeva, separandolo da esso, stabilirono il
principio mortale in un'altra sede del corpo, e fabbricarono come un istmo, o un
confine, fra la testa e il petto, ponendo in mezzo il collo, perché fossero
separati. Nel petto, dunque, e in quello che viene chiamato torace, levarono la
specie mortale dell'anima. E poiché una parte di quest'anima era stata generata
migliore e un'altra peggiore, divisero la cavità del torace, separandola come
si fa per le stanze delle donne e degli uomini, e vi posero in mezzo come
chiusura il diaframma. Quella parte dell'anima che partecipa del coraggio e
dell'ira, essendo bellicosa, la collocarono più vicino alla testa, fra il
diaframma e il collo, perché ubbidisse alla ragione e, in comune accordo con
essa, frenasse con la forza gli appetiti, nel caso in cui questi non volessero
affatto ubbidire di buon grado all'intimazione e alle parole dell'acropoli. E il
cuore, nodo delle vene e fonte del sangue che circola impetuosamente attraverso
tutte le membra, lo collocarono nel posto di guardia perché, quando la forza
dell'anima irascibile ribollisse, avvertita dalla ragione che qualcosa di
ingiusto viene compiuto nel corpo, all'esterno, oppure anche dagli appetiti
interni, subito, attraverso tutti gli stretti canali, tutte le parti sensibili
del corpo, capaci di ascoltare le intimazioni e le minacce, diventassero
ubbidienti alla ragione e la seguissero, e così lasciassero che su tutte
dominasse la parte migliore. Al palpitare del cuore nell'attesa dei pericoli e
all'impulso dell'ira, riconoscendo che tutto questo gonfiarsi di coloro che si
adirano avviene a causa del fuoco, i figli del dio, preparando il soccorso,
piantarono nel petto la figura del polmone, che in primo luogo è molle ed
esangue, e poi, come una spugna, è perforata di pori, perché, ricevendo il
fiato e la bevanda, potesse rinfrescare il cuore e gli procurasse il respiro e
il sollievo in quella vampa di calore. Per questo motivo scavarono nel polmone i
canali della trachea, e sistemarono lo stesso polmone intorno al cuore come un
cuscino, perché, quando nel cuore l'ira raggiungesse il suo culmine, balzando
contro un oggetto cedevole e rianimandosi, affaticandosi di meno potesse
obbedire di più, insieme all'anima irascibile, alla ragione.
Quella parte dell'anima che è desiderosa di cibi e bevande e di tutte le
esigenze di cui ha bisogno la natura del corpo, i figli del dio collocarono
nello spazio intermedio tra il diaframma e il confine dell'ombelico, avendo
fabbricato in tutto quel luogo una sorta di mangiatoia adibita al nutrimento del
corpo. E lì la legarono, come fosse una bestia selvaggia, ma che bisognava
nutrire, essendo legata a noi, se mai doveva esistere il genere mortale. Perché
essa, nutrendosi sempre alla mangiatoia e abitando il più lontano possibile
dall'anima deliberante, procurasse il meno che potesse scompiglio e fragore, e
lasciasse che la parte migliore decidesse con tranquillità ciò che è
vantaggioso per tutte le parti del corpo, prese insieme e singolarmente, per
queste ragioni, dunque, le assegnarono la posizione in quel luogo.
E i figli degli dèi sapevano che essa non avrebbe mai inteso la ragione, e che
se anche avesse preso parte di qualche sensazione, non sarebbe mai rientrato
nella sua natura l'esigenza di ricercarne le cause, ma che, anzi, sarebbe stata
sedotta di notte e di giorno da simulacri e fantasmi: allora il dio, per ovviare
a questo inconveniente, realizzò la figura del fegato, e la collocò nella sede
di quella parte dell'anima, e fece quest'organo spesso, liscio, lucido, dolce, e
dotato di amarezza, in modo che la potenza dei pensieri che proviene dalla mente
si riflette in esso come in uno specchio che, ricevendo le figure, faccia vedere
le immagini.
E l'intelletto atterrisce il fegato quando, servendosi della parte di amarezza
che in quello è connaturata e assaltandolo duramente e minacciosamente, mescola
quell'amarezza subito per tutto il fegato e mostra i colori della bile, e
costringendolo lo rende tutto rugoso e ruvido, e ora piegando e contraendo il
lobo, i serbatoi, e le porte, ora chiudendoli e contraendoli, produce dolori e
nausee. Quando invece un'ispirazione di dolcezza proveniente dalla mente
rappresenta immagini contrarie, e concede una tregua alla parte amara, in modo
che non muova e non venga in contatto con la natura a sé opposta, usando la
dolcezza innata in lui e rendendo tutte le sue parti diritte, lisce e libere,
allora rende mite e serena la parte dell'anima che ha la sede presso il fegato,
e nella notte le dà la tranquillità, in modo che durante il sonno coltivi la
divinazione, dal momento che non prende parte né della ragione, né
dell'intelligenza. Coloro che ci formarono si ricordarono infatti dell'ordine
del padre, quando egli li incaricò di dar vita alla stirpe mortale che fosse la
migliore possibile: e così, correggendo anche la parte malvagia di noi, perché
in qualche modo si potesse venire a
contatto con la verità, essi vi posero la divinazione. Ed è sufficiente questa
prova per dimostrare che il dio concesse la divinazione per correggere la
stoltezza umana: nessuno infatti che sia assennato possiede un'ispirazione
profetica e veritiera, se non quando la facoltà intellettiva è messa in catene
dal sonno, o è alterata da una malattia, o da una divina frenesia. è proprio
invece dell'uomo assennato ricordare e considerare ciò che è stato detto in
sogno o da svegli dalla natura divinatrice ed ispirata, e distinguere con un
criterio ragionevole tutte quante sono le immagini che ha visto, per capire come
e a chi indichino un male o un bene futuro, o passato, o presente. Non è
infatti compito di chi è preda di questa pazzia e si trova ancora in questo
stadio giudicare ciò che gli è apparso e le parole che ha pronunciato, ma come
si dice bene e fin dall'antichità, il compiere e il conoscere le proprie cose e
se stessi è proprio soltanto dell'uomo assennato. Di qui deriva la consuetudine
per cui si stabiliscono i profeti come interpreti per le predizioni divine:
alcuni li chiamano indovini, ignorando del tutto che questi sono interpreti
delle parole e delle visioni enigmatiche, e non indovini, e che sarebbe assai più
giusto chiamarli interpreti delle cose vaticinate.
Per queste ragioni, allora, è stata generata in questo modo la natura del
fegato, ed è stata posta nel luogo in cui abbiamo detto, appunto per la
divinazione. Inoltre tale organo presenta i segni più evidenti quando si trova
in ciascun vivente, mentre quando è privato della vita, diviene cieco e le sue
profezie sono troppo oscure per indicare qualcosa di chiaro. Per quanto riguarda
quella viscere che si formarono vicino al fegato, essa fu collocata a sinistra
per quell'organo appunto, e cioè per mantenerlo sempre lucido e puro, come una
spugna preparata e posta sempre pronta vicino ad uno specchio. Perciò, quando
intorno al fegato si formano delle impurità causate dalle malattie del corpo,
la porosità della milza le purifica tutte ricevendole in sé, essendo formata
da un tessuto cavo ed esangue: di conseguenza, quando si riempie di impurità,
si ingrossa e diviene purulenta, e di nuovo, quando il corpo si purifica, si
riduce di dimensione, e ritorna al suo stato originario. Per quanto riguarda la
trattazione sull'anima, su quanto essa abbia di mortale e quanto abbia di
divino, e come e con quali altri elementi sia in relazione, e per quali ragioni
sia stata collocata in sedi separate, saremmo sicuri di affermare la verità,
come si è detto, soltanto nel caso in cui il dio convenisse con noi: ma di aver
però sostenuto delle affermazioni verosimili, dobbiamo avere il coraggio di
dirlo, tanto ora come dopo una riflessione più approfondita, e allora
diciamolo. Riflettiamo allora allo stesso modo intorno alle cose che seguono, e
cioè su come sia stato generato il resto del corpo. Dunque il ragionamento più
opportuno di tutti per spiegare la sua composizione è il seguente.
Coloro che formarono il nostro genere conoscevano quella che sarebbe stata la
nostra intemperanza riguardo al bere e al mangiare, e sapevano che, a causa
della voracità, avremmo superato di gran lunga la misura e la convenienza.
Perché allora non avvenisse a causa di malattie una rapida distruzione e il
genere mortale non perisse subito prima ancora di essere compiuto, gli dèi,
prevedendo questo, per le bevande e il cibo che sarebbero stati superflui posero
un ricettacolo che chiamarono basso ventre e vi arrotolarono tutt'intorno
l'intestino, in modo che il cibo, passando rapidamente, non costringesse il
corpo a richiedere freneticamente altro cibo, e, procurando desiderio
insaziabile, non rendesse per la golosità tutto il genere privo della filosofia
e dell'arte, e disobbediente alla parte più divina che è in noi.
Per quanto riguarda le ossa, le carni, e tutto ciò che ha simile natura, le
cose andarono in questo modo. L'origine di tutte queste parti fu rappresentato
dalla generazione del midollo. Infatti i legami della vita, per i quali l'anima
è unita al corpo, congiungendosi insieme nel midollo, mettevano le radici del
genere mortale: ma il midollo stesso fu generato da altri elementi. Fra i
triangoli, allora, il dio scelse quelli primitivi, che erano regolari, lisci, e
i più adatti a fornire, grazie all'esattezza della loro figura, il fuoco e
l'acqua, l'aria e la terra, e dopo aver separato ciascuno di essi dal proprio
genere, li mescolò insieme secondo la giusta proporzione, e preparando il seme
comune a tutto il genere mortale, formò da essi il midollo.
Dopo di ciò, piantò e legò in esso le varie specie delle diverse anime, e
subito in principio sin dalla prima distribuzione divise il midollo stesso in
tali e tante figure, quante e quali avrebbe dovuto possederne ciascuna specie. E
a quella parte del midollo che, come un campo, avrebbe ricevuto in sé il seme
divino, dopo averla plasmata in ogni sua parte rotonda, diede il nome di
encefalo, perché, quando ogni essere vivente sarebbe stato formato, l'involucro
che lo avrebbe contenuto sarebbe appunto stato il cefalo. Quanto invece a quella
sezione di midollo che doveva contenere la parte rimanente e mortale dell'anima,
la divise in forme rotonde e allungate, e a tutte diede il nome di midollo: e il
dio, gettando da esse come da ancore i legami di tutta l'anima, ha formato
intorno al midollo tutto il nostro corpo, non prima di aver realizzato intorno a
tutto quanto il midollo una protezione ossea. E la formazione delle ossa avvenne
in questo modo. Dopo aver passato al vaglio della terra pura e liscia, la impastò
e la bagnò con il midollo, e, dopo di ciò, la mise nel fuoco e la immerse
nell'acqua, e quindi di nuovo nel fuoco, e poi ancora nell'acqua: trasferendola
così più volte dall'uno all'altra, la rese dunque insolubile da parte di
entrambi. Utilizzando così più volte questo impasto, il dio arrotondò intorno
al cervello una sfera ossea, e vi lasciò una stretta uscita: e intorno al
midollo cervicale e dorsale plasmò con lo stesso impasto le vertebre, e come
fossero perni le sistemò una sotto l'altra, partendo dalla testa, lungo tutto
il corpo. E così proteggendo tutto il seme, lo chiuse in un involucro di
pietra, e lo fornì di articolazioni, servendosi dell'altro come potenza
intermediaria fra esse, per il movimento e la flessione.
Considerando però che le ossa erano per natura più secche e più rigide del
necessario, e che se si fossero scaldate e poi di nuovo raffreddate si sarebbero
cariate e rapidamente si sarebbe distrutto il seme conservato dentro di loro,
per queste ragioni e in questo modo realizzò il genere dei nervi e della carne:
i nervi, perché legando insieme tutte le membra, con il loro tendersi e
rilasciarsi intorno alle vertebre procurassero al corpo la possibilità di
curvarsi e di distendersi; la carne perché costituisse un riparo contro il
caldo e il freddo, e inoltre anche dalle cadute, come se fosse un vestito
imbottito di lana, cedendo in modo morbido e dolce ai corpi. La carne ha dentro
di sé un liquido caldo che d'estate traspira in sudore e rende umido tutto il
corpo, procurandogli una temperatura fresca e naturale, mentre durante
l'inverno, grazie a questo fuoco, si difende adeguatamente dal freddo che
l'assale all'esterno e la circonda. Riflettendo su queste cose, chi ci ha
plasmati, dopo aver mescolato e unito insieme l'acqua, il fuoco e la terra,
aggiungendo ad essi un lievito che aveva formato con acido e sale, compose la
carne succosa e molle. Dalla mescolanza di ossa e carne non lievitata formò la
natura dei nervi la quale possiede delle proprietà che sono intermedie rispetto
alle sue due componenti, e le diede il colore giallo: perciò i nervi hanno la
proprietà di essere più tesi e più tenaci della carne, ma più molli e più
teneri delle ossa. Racchiudendo con i nervi e la carne le ossa e il midollo, legò
insieme gli uni agli altri con i nervi, e dopo di ciò ricoperse tutto con la
carne.
Rivestì dunque quelle ossa che erano più animate con pochissima carne, mentre
quelle che dentro erano meno animate con molta carne e assai soda; e così nelle
giunture delle ossa, dove logicamente la presenza della carne non si mostrasse
necessaria, ve ne fece nascere poca, per non rendere pesanti i corpi che si
sarebbero altrimenti mossi con difficoltà, ostacolandone le flessioni, e
neppure volle che crescessero molte carni e assai pingui e compresse fra loro,
perché quella solidità eccessiva non facesse il corpo insensibile, rendendo le
capacità intellettive più inette a ricordare e più ottuse. Perciò le cosce e
i femori, e le parti intorno alle anche, e le ossa del braccio e
dell'avambraccio, e tutte le ossa inarticolate e quelle interne che per mancanza
di anima nel midollo sono vuote di intelligenza, tutte queste membra sono state
riempite di carne: quelle invece che avevano l'intelligenza, furono ricoperte
con minor carne, eccezion fatta per qualche organo che il dio ha composto di
sola carne ai fini della sensazione, come è avvenuto per la lingua. Tuttavia
per la maggior parte delle ossa le cose stanno in quel modo che si è detto.
Un essere che necessariamente si generi e si sviluppi non ammette affatto ossa
dure e molta carne, e insieme ad esse una spiccata sensibilità. In effetti, se
queste sostanze si fossero combinate insieme, sarebbe stata la struttura della
testa che più di tutte le altre parti le avrebbe avute, e la stirpe degli
uomini, possedendo sopra di sé una testa carnosa, piena di nervi e forte, si
sarebbe procurata una vita doppia, e molte volte più lunga, più sana e immune
da dolori rispetto a quella di adesso. Ora considerando gli artefici della
nostra generazione se si dovesse realizzare una stirpe che vivesse più a lungo
e che fosse peggiore o una che vivesse meno a lungo ma fosse migliore, ritennero
di dover assolutamente scegliere in ogni caso una vita più breve ma migliore
rispetto ad una vita più lunga e peggiore: perciò ricoprirono la testa con un
osso molle, e non di carne e di nervi, poiché essa non possiede articolazioni.
E così per tutte queste ragioni al corpo di ogni uomo è stata aggiunta una
testa che riceve più facilmente le sensazioni e che è più dotata di senno, ma
che è assai più debole del resto del corpo. E allora per questi motivi il dio,
dopo aver aver collocato i nervi tutt'intorno all'estremità della testa, li legò
nello stesso modo intorno al collo, e con essi collegò sotto la faccia le
estremità delle mascelle: quanto agli altri nervi, li distribuì lungo tutte le
membra, collegando articolazione ad articolazione. Quanto alla struttura della
nostra bocca, i nostri ordinatori, in vista della necessità e dell'ottimo bene,
la ordinarono con denti, lingua, e labbra, così come ora è ordinata: e,
appunto, in vista della necessità realizzarono l'entrata, mentre l'uscita in
vista dell'ottimo bene. Infatti tutto ciò che entra e apporta nutrimento al
corpo è necessario, mentre il fiume di parole che scaturisce fuori ed obbedisce
all'intelligenza è il più bello e il più nobile fra tutti i fiumi. In
sostanza non si poteva lasciare la testa nuda e soltanto ricoperta di ossa per
gli eccessi delle stagioni, ma neppure permettere che tutta coperta
diventasse stupida ed insensibile a causa della massa di carne: non essendosi
ancora disseccata la sostanza carnosa, si separò l'involucro più grosso che
stava intorno, quello che ora noi chiamiamo pelle. E la pelle, a causa
dell'umidità che vi era intorno al cervello, condensandosi in se stessa e
sviluppandosi tutt'intorno, avvolse la testa: e l'umidità, che traspirava sotto
le suture, la irrigò, e la chiuse sopra il capo, come se stringesse un nodo. Le
svariate specie di suture dipendono dalla potenza dei moti periodici dell'anima
e della nutrizione: quanto più queste forze sono in lotta fra loro, tanto più
esse sono numerose, quanto meno sono in lotta, meno numerose esse saranno. La
divinità allora punse tutt'intorno con il fuoco tutta questa pelle, e, dopo
averla forata, l'umore usciva fuori: e mentre la parte liquida e calda di
quest'umore, che era allo stato puro, se ne andò via, quella parte che era
mescolata con quegli stessi elementi che formavano la pelle, sollevata in alto
dal suo movimento, si estese per lungo al di fuori, essendo sottile come i fori
che erano stati praticati, ma a causa della lentezza fu respinta di nuovo dentro
dall'aria che circolava all'esterno e, raccoltasi sotto la pelle, vi mise
radici. Per questi fenomeni, dunque, nacquero nella pelle i capelli, che sono di
una natura filiforme simile alla pelle, anche se più duri e più fitti per la
condensazione prodotta dal freddo, poiché ciascun capello, raffreddandosi
mentre si separava dalla pelle, si condensò. Il nostro artefice rese pelosa la
nostra testa, servendosi delle cause di cui abbiamo detto, pensando cioè che,
invece della carne, i capelli avrebbero costituito un leggero involucro per la
sicurezza intorno al cervello, e avrebbero procurato sufficientemente ombra e
riparo d'estate e d'inverno, e non sarebbero mai stati di ostacolo alla vivacità
delle sensazioni.
E questo intreccio di nervi, di pelle, e di ossa che è intorno alle dita,
mescolato di tre elementi, disseccandosi diventò un'unica pelle dura che
partecipava di tutte e tre gli elementi, e benché fosse stato fabbricato da
queste concause, fu realizzato dalla causa più importante in vista di ciò che
sarebbe avvenuto. I nostri artefici sapevano infatti che dagli uomini si
sarebbero generate le donne e gli altri animali, e sapevano bene che molti
animali avrebbero avuto bisogno delle unghie per molti usi, ragion per cui
furono sbozzate le unghie agli uomini appena nati. Per questa ragione, allora, e
in tali circostanze, fecero nascere pelle, capelli, e unghie all'estremità
delle membra.
Dopo che tutte le parti e le membra dell'essere mortale si generarono insieme,
poiché esso doveva necessariamente vivere nel fuoco o nell'aria, e perciò
rischiava di morire disciolto e consumato da essi, gli dèi gli procurarono un
soccorso. Mescolando con altre forme e con altre specie sensibili una natura
affine a quella umana, formarono una nuova specie di esseri viventi: si tratta
cioè delle piante, degli alberi e dei semi che oggi vengono coltivati, e che,
educati dall'agricoltura, divennero domestici per noi, mentre prima vi erano
soltanto le specie selvatiche, più antiche di quelle coltivate. Tutto ciò che
partecipa del vivere, si può a pieno titolo e giustamente definire essere
vivente: e ciò di cui ora parliamo partecipa della terza specie dell'anima che,
come si è detto, si colloca fra il diaframma e l'ombelico, e non prende affatto
parte né dell'opinione, né del ragionamento, né dell'intelligenza, ma
soltanto e a sensazione piacevole o dolorosa accompagnata dagli appetiti.
Subisce di continuo tutte le impressioni, e non è stata generata in modo tale
che, volgendosi in sé e su se stessa, e respingendo il movimento esteriore per
usare il proprio, ragioni intorno ad alcune sue cose conoscendone la natura.
Perciò vegeta, e non è diverso da un altro essere vivente, ed è saldamente
piantato sulle sue radici, essendo privo della possibilità di muoversi da sé.
Avendo così quegli esseri superiori fatto nascere tutte queste specie per
procurare nutrimento a noi, esseri inferiori, fecero scorrere lungo tutto il
nostro corpo dei canali, scavandoli come nei giardini, perché esso venisse
irrigato come dal corso di un fiume.
E in primo luogo scavarono due canali nascosti sotto la pelle, dove questa
cresce insieme alla carne, e cioè le due vene dorsali, poiché due sono le
parti del corpo, ossia quella destra e quella sinistra: e le distesero lungo la
spina dorsale, comprendendovi in mezzo il midollo genitale, perché avesse assai
vigore, e, irrorando bene le altre parti, dalla sua posizione come verso un
declivio, procurasse un'irrigazione uniforme. Dopo di ciò, dividendo le vene
intorno alla testa e intrecciandole fra loro in senso contrario, le fecero
passare, piegandole, quelle che provenivano da destra verso la sinistra del
corpo, e quelle che provenivano da sinistra verso la destra, in modo che
potessero insieme alla pelle fungere da legame tra la testa e il corpo, dal
momento che la testa non era cinta tutt'intorno dai nervi sulla sua sommità, e
l'impressione sensibile, giungendo da entrambe le parti, fosse trasmessa in
tutto il corpo. Perciò gli dèi prepararono l'irrigazione nel modo seguente,
che capiremo più facilmente se prima ci saremo accordati su questo punto, e cioè
che tutti i corpi composti di parti più piccole trattengono quelli composti dì
parti più grandi, mentre quelli composti di parti più grandi non possono
trattenere quelli formati da parti più piccole, e che il fuoco è fra tutte le
specie quella che è formata da parti più piccole, per cui passa attraverso
l'acqua, la terra, l'aria, e tutto ciò che è formato da questi elementi, e
nulla può trattenerlo. Dunque bisogna pensare la stessa cosa per quanto
riguarda il nostro ventre, e cioè che esso trattiene i cibi e le bevande che vi
cadono dentro, ma non può trattenere l'aria e il fuoco poiché hanno parti più
piccole della sua struttura. Servendosi di questi due elementi, il dio fece
passare il liquido dal ventre alle vene: egli ordì un reticolato composto di
aria e di fuoco, come fosse una nassa, che aveva nella sua apertura due colli
interni, l'uno dei quali lo intrecciò ancora biforcato. Da questi colli distese
come dei giunchi in giro per tutto il reticolato sino alle sue estremità. Fece
di fuoco tutto l'interno della nassa, d'aria i colli e l'involucro, e dopo aver
preso il reticolato, lo collocò nell'animale che aveva già plasmato in questo
modo: nella bocca introdusse uno dei colli, e poiché esso era doppio, una parte
fece discendere attraverso le arterie nel polmone, un'altra, sempre lungo le
arterie, nel ventre. Divise in due l'altro collo, e fece passare l'una e l'altra
parte per i canali del naso, in modo che comunicasse con il primo, sicché
quando uno dei due canali non procedesse nella bocca, tutti i vasi potessero essere
riempiti dal canale del naso, anche quelli che partono dalla bocca. Il rimanente
involucro della nassa lo distese intorno a tutto il nostro corpo, per quanto
esso è cavo: e fece in modo che ora tutta quella nassa confluisca mollemente
nei colli, perché sono formati di aria, e ora i colli rifluiscano nella nassa,
e il reticolato, attraverso i pori del nostro corpo entri in esso, e di nuovo
esca fuori, e i raggi del fuoco interiore seguano il duplice moto dell'aria con
cui sono intrecciati, e ciò non abbia fine finché l'essere vivente mortale
mantiene la sua struttura. Diciamo allora che chi ha posto i nomi a questo
genere di fenomeni li ha chiamati
ispirazione ed espirazione. Tutto questo agire e patire fa sì che il nostro
corpo, irrigato e raffreddato, si nutra e viva: quando il fuoco interiore segue
e si combina insieme al movimento della respirazione che entra ed esce, e
spandendosi sempre e penetrando nel ventre afferra il cibo e le bevande, allora
li scioglie e sminuzzandoli in piccole parti li trasporta per quelle vie donde
esce, e attingendoli come da una fonte li versa nelle vene, e fa scorrere i
fiumi delle vene per tutto il corpo come se fosse un condotto.
Osserviamo ancora una volta il fenomeno della respirazione, e vediamo per quali
cause esso è diventato così come è ora. Eccole: poiché non vi è alcun vuoto
in cui possa entrare qualsiasi cosa che si muove, e poiché noi emettiamo fuori
il fiato, è ormai chiaro a chiunque quello che segue, e cioè che questo fiato
non va nel vuoto, ma caccia l'aria vicina dalla sua sede. E l'aria cacciata
spinge sempre via quella vicina, e secondo questa necessità il tutto viene
spinto in giro verso quella sede donde è uscito il fiato, ed entrandovi e
riempiendola segue il fiato, e tutto ciò avviene simultaneamente, come una
ruota che gira, poiché appunto il vuoto non esiste. Perciò il petto e il
polmone, cacciando fuori il fiato, si riempiono dell'aria che vi è intorno al
corpo la quale penetra per i pori della carne e si muove circolarmente: a sua
volta quest'aria, volgendosi indietro e uscendo fuori attraverso il corpo,
caccia dentro il respiro attraverso le aperture della bocca e le narici. E la
causa del principio di tali fenomeni deve considerarsi la seguente.
Ogni essere vivente ha le parti interne vicino al sangue e alle vene che sono
caldissime, come se vi fosse dentro di sé una fonte di fuoco: e questo è ciò
che abbiamo paragonato al tessuto di una nassa, di cui la parte distesa in mezzo
sia interamente composta di fuoco, mentre tutte le altre parti esterne di aria.
A questo punto bisogna ammettere che il calore per sua natura procede al di
fuori, verso la sua sede, presso ciò che gli è affine: ma poiché vi sono due
uscite, l'una attraverso il corpo, l'altra attraverso la bocca e le narici,
quando il calore si muove verso una delle due parti, respinge l'aria verso
l'altra parte, e quest'aria che viene respinta, incontrando il fuoco si scalda,
mentre quella che esce si raffredda. Mutando così di posto il calore, e
diventando più calda l'aria vicino all'altra uscita, di nuovo l'aria più calda
si volge piuttosto verso questa parte, muovendosi verso la sua propria natura, e
respinge l'aria dall'altra parte. E quest'aria, ricevendo e imprimendo di
continuo lo stesso movimento, forma un cerchio che si agita nell'una e
nell'altra direzione ed
è prodotto da entrambi i movimenti, vale a dire l'inspirazione e l'espirazione.
In base a questo principio si devono spiegare i fenomeni che riguardano le
ventose mediche, la deglutizione, e la traiettoria dei corpi che vengono
sollevati in aria o rotolano sulla terra, ed ancora i suoni che possono apparire
rapidi o lenti, acuti o gravi, che ora sono discordanti perché non si accordano
con il movimento che essi provocano in noi, ora in accordo perché vi è
uniformità. Quando infatti i movimenti dei suoni mossi per primi e più rapidi
stanno per cessare e farsi simili ai suoni più lenti, questi li raggiungono e
giungendo dopo imprimono un altro nuovo movimento, e quando li raggiungono non
li turbano, perché non imprimono un diverso movimento, ma l'inizio del
movimento più lento viene ad assimilarsi a quello del più rapido che finisce,
procurando un'unica impressione che deriva dal combinarsi del suono acuto con
quello grave: perciò procura piacere agli stolti e letizia ai saggi, perché
l'armonia divina viene rappresentata nei movimenti mortali. Si spiegano così lo
scorrere delle acque, la caduta dei fulmini, e la meravigliosa forza
d'attrazione dell'ambra e della calamita: in nessuno di tutti questi oggetti vi
è la forza attraente, ma poiché il vuoto non c'è, questi corpi si respingono
in giro l'uno con l'altro, e separandosi e congiungendosi, cambiano di posto, e
vanno ciascuno nella propria sede. Dall'intrecciarsi di queste influenze
reciproche si sono operati tutti quei prodigi, come sembrerà a chi sappia
indagare bene.
E anche la respirazione, per tornare al punto da cui il discorso è cominciato,
si generò in questi modi e per queste ragioni, come precedentemente si è
detto: il fuoco fonde il cibo, e si innalza dentro il corpo seguendo il respiro,
e innalzandosi dal ventre riempie le vene versandovi di lì il cibo decomposto.
Per queste ragioni le correnti del nutrimento si diffondono in tal modo per
tutto il corpo in tutti gli esseri viventi. Dunque, queste particelle formate da
sostanze della stessa natura, tanto dai frutti quanto dall'erba, che il dio
piantò per il nostro nutrimento, hanno i colori più diversi per la loro
mescolanza, ma è soprattutto il rosso a predominare su quei colori, poiché la
sua sostanza è stata realizzata mediante il taglio del fuoco e la sua impronta
lasciata nel liquido. Perciò il liquido che scorre nel corpo è di quel colore
che abbiamo descritto. E lo chiamiamo sangue, nutrimento delle carni e di tutto
il corpo, il quale irrigando ciascuna parte riempie ciò che è rimasto vuoto.
Dunque il sistema di riempimento e di evacuazione avviene per lo più come il
movimento nell'universo, per cui ogni oggetto viene attratto verso ciò che gli
è affine: infatti quegli elementi esterni che ci circondano consumano di
continuo il nostro corpo e distribuiscono le particelle sottratte, rimandando
ciascuna alla sua propria specie. Così le particelle di sangue, che sono
presenti in minuscole frazioni dentro di noi e sono contenute in ciascun essere
vivente, il quale è strutturato come se fosse un cielo, sono costrette ad
imitare il moto dell'universo: dunque, le particelle che si presentano
frazionate al nostro interno si muovono ciascuna verso la sostanza con cui sono
affini, e allora riempiono di nuovo i vuoti. Quando ciò che se ne va è di più
di ciò che affluisce, allora tutto l'essere vivente si consuma, mentre se è
minore cresce. Ora, se la struttura di tutto l'essere vivente è giovane e i
triangoli sono nuovi, come nave uscita di recente dal cantiere, essa mantiene i
triangoli solidamente connessi fra loro, e la sua massa è teneramente
condensata, poiché è nata di recente dal midollo e si nutre di latte: e quando
essa accoglie in sé quei triangoli che si introducono dall'esterno e di cui si
compongono il cibo e le bevande, poiché essi sono più antichi e più deboli
dei suoi triangoli, essa li divide e li domina con i suoi triangoli nuovi, e
rende grande l'essere vivente poiché lo nutre di molti elementi simili. Quando
però i triangoli originari perdono il loro vigore a causa delle numerose lotte
che per molto tempo hanno sostenuto contro molti triangoli, non sono più in
grado di tagliare ed assimilare i triangoli che entrano con la nutrizione, ma,
anzi, essi vengono separati con facilità da quelli che giungono dall'esterno:
così tutto l'essere vivente si consuma, essendo sottomesso in questa lotta, e
questa condizione si chiama vecchiaia. Alla fine, quando i legami che collegano
insieme i triangoli del midollo, allentati per la fatica, non possono più
resistere, allentano a loro volta i legami dell'anima, la quale, sciolta secondo
natura, vola via con piacere: infatti tutto ciò che è contro natura è
doloroso, mentre è piacevole ciò che è conforme alla natura. E allo stesso
modo, la morte che sopraggiunge per malattie o per ferite è dolorosa e
violenta, mentre quella che giunge con la vecchiaia alla fine naturale della
vita, è fra tutte la morte meno dolorosa, e si accompagna al piacere più che
al dolore.
Da dove nascono le malattie, è cosa evidente a chiunque.
Essendo quattro gli elementi di cui si compone il corpo - terra fuoco aria e
acqua -, una loro innaturale abbondanza o scarsezza, un cambiamento dalla loro
propria sede ad una altrui, l'acquisto da parte del fuoco e degli altri elementi
di più di una specie per cui ciascuno è discorde con se stesso, e tutti gli
altri casi del genere procurano turbamenti e malattie: se infatti gli elementi
si generano contro natura e mutano di luogo, quelli che in un primo tempo erano
freddi si riscaldano, quelli secchi diventano in seguito umidi, quelli leggeri
pesanti e viceversa, subendo in ogni modo ogni sorta di mutamento. Pertanto, noi
diciamo, soltanto se un elemento si aggiunge a quello che gli è identico, o se
ne distacca nello stesso modo e misura, secondo una giusta proporzione, soltanto
allora permetterà all'elemento identico a se stesso di rimanere sano e salvo:
ma l'elemento che trasgredisce queste regole, uscendo ed entrando, provocherà
alterazioni di ogni genere e infinite malattie e distruzioni.
Poiché in natura vi sono inoltre composizioni secondarie, chi voglia
considerarle dovrà ammettere che esiste una seconda classe di malattie.
Infatti, poiché il midollo, le ossa, la carne e i nervi si sono formati da quei
primi elementi, e anche il sangue, benché in altro modo, si è generato da
quelli, la maggior parte delle malattie avviene come si è detto prima, ma le più
grandi diventano gravi in questo modo: quando la formazione di queste
composizioni avviene contro natura, allora esse si corrompono.
Dunque secondo natura le carni e i nervi nascono dal sangue: i nervi dalle fibre
per la loro affinità, la carne dal sangue coagulato, e cioè quando si coagula
separandosi dalle fibre. Dai nervi e dalle carni si secerne inoltre una sostanza
viscosa e grassa che incolla la carne con le ossa e nel contempo nutre e fa
crescere l'osso che avvolge il midollo. La sostanza, poi, che filtra attraverso
lo spessore delle ossa costituisce la specie più pura dei triangoli, e la più
liscia e la più grassa, e scorrendo e stillando dalle ossa, irriga il midollo.
Se ogni cosa avviene in questo modo, abbiamo per lo più la salute, in caso
contrario le malattie.
Quando la carne putrefacendosi riversa nelle vene la putredine, allora il
sangue, che insieme all'aria si trova in abbondante e varia quantità nelle
vene, modificandosi per il colore e per il sapore amaro, e inoltre per le sue
proprietà di acidità e dì salinità, contiene bile, siero, e muco di ogni
specie: e tutti questi umori, diventati perversi e corrotti, guastano prima di
tutto il sangue stesso, ed inoltre, non procurando più alcun nutrimento al
corpo, vagano in ogni direzione per le vene, senza rispettare l'ordine dei
circoli naturali, e da un lato sono avversi a se stessi perché non traggono per
sé alcun vantaggio, mentre d'altro canto sono nemici nei confronti di quelle
parti del corpo consistenti e che rimangono nella propria sede, perché le
corrompono e le annientano. Dunque quando la parte più vecchia della carne si
corrompe, diventando impossibile assimilarla, annerisce a causa della lunga
infiammazione, e corrosa dappertutto, diviene amara e arreca danno a tutte
quelle parti del corpo che non si sono ancora corrotte. Ora questo colore nero,
invece dell'amarezza assume un sapore acido, quando la parte di amaro
diminuisce; ora invece la parte amara, tingendosi di sangue, prende un colore
ancor più rosso, e se il nero si mescola con questo, diventa verde: e, ancora,
il colore giallo si mescola con l'amaro, quando la carne sana si fonde nel fuoco
dell'infiammazione. E a tutti questi umori fu dato il nome comune di bile, o da
qualche medico, oppure da qualcuno che era non solo in grado di osservare molte
cose e dissimili, ma anche capace di scorgere in esse un unico genere che
consenta di dare a tutte un solo nome. Quanto agli altri umori, che sono specie
diverse di bile, hanno ciascuno un proprio nome a seconda del colore. Il siero,
se comprende la parte acquosa del sangue, è dolce, mentre se è formato dalla
bile nera e acida, è aspro, quando per il calore si mescola con il salato, e
allora si chiama catarro acido. Quando invece la carne, da fresca e tenera che
era, si corrompe a causa dell'aria, ed è gonfiata dal vento e circondata
dall'umidità, e in questo stato si formano delle bolle, che per la loro
piccolezza sono invisibili se prese singolarmente, mentre tutte quante insieme
formano una massa visibile e hanno colore bianco per la schiuma cui danno
origine, chiamiamo tutta questa carne tenera che si è guastata e si è unita
all'aria catarro bianco. Il siero di questo catarro formato di recente sono il
sudore, le lacrime, e tutti gli altri umori che ogni giorno il corpo secerne purificandosi:
tutti questi umori possono diventare strumento di malattia, quando il sangue non
sia accresciuto dai cibi e dalle bevande secondo natura, ma accresca la sua
massa, contro le leggi di natura, con sostanze contrarie.
Quando le singole parti di carne si separano dalle malattie, ma rimangono le
radici, la forza della malattia è solo dimezzata dal momento che può
facilmente recuperare terreno. Ma quando si ammala l'umore che lega la carne
alle ossa, e, separandosi insieme dalle fibre e dai nervi, non è più di
nutrimento all'osso, e non lega più la carne all'osso, ma da grasso, liscio,
viscoso, diventa aspro e salato, disseccandosi per una cattiva dieta, allora
tutto questo liquido, che subisce queste alterazioni, si consuma sotto le carni
e i nervi, separandosi dalle ossa: e le carni staccandosi dalle radici lasciano
i nervi nudi e pieni di salsedine, e ricadendo esse a loro volta nella corrente
del sangue, rendono più numerose le malattie di cui si è precedentemente
parlato.
Benché questi mali del corpo siano gravi, ancora di più lo sono quelli che li
precedono, quando l'osso, non ricevendo aria a sufficienza per la densità della
carne, riscaldato dalla carie e incancrenitosi, non assume nutrimento, ma
sgretolandosi si riversa invece in esso, e il nutrimento ricadendo nella carne,
e la carne nel sangue, rendono tutte le malattie più gravi di quelle
precedenti. Ma il male più grave di tutti si verifica quando la sostanza del
midollo si ammala per difetto o per eccesso: avvengono così le malattie più
gravi e potenzialmente mortali, e allora tutta la natura del corpo procede di
necessità a ritroso.
Vi è una terza specie di malattie che bisogna considerare generata in tre modi
diversi: dal fiato, dal catarro, e dalla bile.
Quando il polmone, che dispensa l'aria al corpo, non presenta passaggi liberi ed
è ostruito da umori, allora l'aria, che in alcuni punti non procede, mentre in
altri penetra più di quel che dovrebbe, fa imputridire quei punti che non sono
rinfrescati, mentre entra con violenza in certe vene, e le contorce insieme, e
dissolvendo il corpo, rimane prigioniera nel mezzo di esso, comprimendo il
diaframma: da questi fenomeni derivano un'infinità di dolorose malattie,
accompagnate da frequenti e abbondanti sudori. Spesso, quando nel corpo la carne
si divide in parti, vi si forma dell'aria che, non potendo uscire, procura le
stesse sofferenze dell'aria che proviene dall'esterno: ma grandissimi sono
questi dolori, quando l'aria, trovandosi intorno ai nervi e alle vene vicine, e
gonfiando i tendini e i rispettivi nervi, li distende all'indietro. Le malattie
che derivano da questo stato di tensione vengono chiamate tetano e opistotono.
Per queste malattie è anche difficile escogitare un rimedio: nella maggior
parte dei casi è il sopraggiungere delle febbri che fa cessare tali malattie.
Anche il catarro bianco è pericoloso se l'aria delle sue bolle è rinchiusa:
essa è più mite se riesce a traspirare fuori del corpo, benché ricopra il
corpo di lebbra, di macchie bianche, e procuri altri disturbi simili a questi.
Se il catarro si mescola con la bile nera e si diffonde nei circoli della testa
che sono i più divini, li sconvolge: ed è più mite se si manifesta di notte,
mentre ci si libera più difficilmente se ci assale da svegli. Ma assai
giustamente è stata detta sacra questa malattia, perché sacra è la sua
natura. Il catarro acido e salato è fonte di tutte le malattie catarrali, e in
base alle diverse parti del corpo in cui esso scorre assume i nomi più diversi.
Quanto a quelle infiammazioni del corpo, che prendono il nome dal loro ardere e
bruciare, sono tutte determinate dalla bile. Se dunque la bile traspira
all'esterno, scaldandosi produce tumori di ogni sorta, ma se resta chiusa
all'interno procura molte malattie infiammatorie, e la più grave si verifica
quando, mescolandosi al sangue puro, turba la struttura delle fibre, le quali
furono disseminate per il sangue, perché esso avesse una giusta proporzione di
fluidità e di densità, e non diventasse liquido per il calore scolando dai
pori del corpo, ma neppure fosse troppo denso da muoversi a fatica, e da
circolare a stento nelle vene. Dunque le fibre conservano in virtù dell'origine
della loro natura questa giusta proporzione: e se qualcuno, anche quando il
sangue è morto e congelato, raccoglie insieme queste fibre, tutto il sangue che
rimane si liquefa, se invece vengono lasciate, immediatamente lo coagulano
insieme al freddo esterno. Tale è in sostanza il potere delle fibre sul sangue.
E la bile, che per natura è sangue vecchio, e da carne si scioglie di nuovo in
sangue, se in principio, calda e umida, vi si combina gradualmente, sì coagula
grazie al potere delle fibre, e coagulandosi e spegnendosi violentemente,
procura dentro di noi freddo e tremore. E se scorre più abbondante, dominando
con il proprio calore le fibre, riscaldandosi le mette in scompiglio, e se è
capace di dominarle completamente, penetrando fino al midollo e bruciandolo, vi
scioglie i legami dell'anima, come fossero gomene di una nave, e la lascia
andare libera. Quando invece la bile scorre in minor quantità e il corpo
resiste alla dissoluzione, essendo in questo caso dominata, o si diffonde per
tutto il corpo, o cacciata attraverso le vene nel basso e nell'alto ventre, come
fuggiasco da una città in rivolta, fugge via dal corpo, procurando diarree,
dissenterie, e tutti gli altri mali di questo genere. E se il corpo è malato
soprattutto per eccesso di fuoco, produce infiammazioni e febbri continue; se
per eccesso d'aria, febbri quotidiane; se per eccesso d'acqua, terzane, a causa
della maggior lentezza dell'acqua rispetto all'aria e al fuoco: se per eccesso
di terra, che occupa il quarto posto per essere il più lento fra questi
elementi e perciò si purifica periodicamente ogni quattro giorni, il corpo dà
luogo a febbri quartane dalle quali ci si libera con difficoltà.
E se questa è l'origine delle malattie del corpo, le malattie dell'anima, che
riguardano la disposizione del corpo, avvengono nel modo che segue. Dobbiamo
ammettere che la malattia dell'anima consiste nella stoltezza, e che vi sono due
specie di stoltezza, e cioè la pazzia e l'ignoranza. E quando si prova una
qualsiasi di queste due condizioni, bisogna dire che essa è una malattia, e
inoltre dobbiamo considerare i piaceri e i dolori eccessivi come le malattie più
gravi per l'anima: quel tale infatti che sia pieno di gioia, o al contrario
soffra per un dolore, cercando in ogni modo di afferrare intempestivamente una
tal cosa e di evitarne un'altra, nulla può vedere o udire bene, ma diventa
furente, e in quel caso diviene assolutamente incapace di ragionare. Se dunque a
qualcuno si genera nel midollo sperma copioso e abbondante, e viene così ad
assomigliare ad un albero troppo carico di frutti, provando volta a volta molte
sofferenze e molti dolori nei suoi desideri e in ciò che da quelli scaturisce,
trascorre la maggior parte della vita come pazzo a causa di questi piaceri e
dolori intensissimi, e poiché la sua anima è resa malata e stolta dal corpo,
non lo si considera come un malato, ma alla stregua di uno che è
volontariamente malvagio. In realtà l'intemperanza nei piaceri erotici,
prodotta nella maggioranza dei casi dalla proprietà di una sostanza che scorre
nel corpo attraverso i pori delle ossa e lo inumidisce, diventa una malattia
dell'anima. E ogni intemperanza nei piaceri, che rappresenta un'occasione di
critica, come se gli uomini fossero volontariamente malvagi, non costituisce però
una critica giusta: nessuno, infatti, è spontaneamente malvagio, ma il malvagio
diviene malvagio per una cattiva disposizione del corpo, per un'educazione senza
principi, e, anzi, queste cose sono odiose a chiunque e capitano contro la
propria volontà. E, ancora, per quanto riguarda i dolori, l'anima subisce allo
stesso modo molteplici malvagità a causa del corpo. Quando infatti gli umori
del catarro acido o salato, e gli altri umori amari e biliosi, vagando per il
corpo, non possono traspirare all'esterno, ma rinchiusi all'interno combinano e
mescolano insieme le loro esalazioni con i movimenti dell'anima, causano in essa
malattie di ogni genere più e meno intense, più e meno frequenti, le quali,
dopo che sono state trasportate nelle tre sedi dell'anima, a seconda di quella
sede con cui vengono a contatto, producono le varie specie di scontentezza e di
afflizione, di audacia e di viltà, e ancora di oblio e di difficoltà di
imparare. Quando, inoltre, uomini così mal formati stabiliscono malvagie
istituzioni civili e nelle città si fanno discorsi malvagi sia in privato che
in pubblico, e, quando, ancora, non vengono affatto forniti fin dalla più
giovane età degli insegnamenti che rimedino a questi mali, allora noi tutti,
che siamo cattivi, diventiamo tali per quelle due ragioni, anche se non lo
vogliamo assolutamente: e di ciò devono sempre essere considerati responsabili
i genitori più dei figli, e gli educatori più degli educati, e per quanto si
può, bisogna sforzarsi di evitare la malvagità mediante l'educazione, i
costumi, e gli insegnamenti, cercando di conseguire il contrario. Ma queste cose
riguardano un altro genere di discorsi.
Ora dunque, per converso con quello che abbiamo detto, è opportuno e
conveniente che si espongano come si possono curare il corpo e la mente: infatti
è più giusto ragionare dei beni piuttosto che dei mali. Tutto ciò che è
buono è bello, e la bellezza non è priva di simmetria: dunque anche l'essere
vivente, per essere tale, deve essere simmetrico. E fra le simmetrie noi teniamo
in conto e consideriamo quelle piccole, mentre non riflettiamo affatto intorno a
quelle più importanti e più grandi. Certamente, riguardo alla salute e alle malattie,
alle virtù e ai vizi, nessuna simmetria o asimetria è maggiore di quella della
stessa anima rispetto al corpo stesso: ma noi a tali cose non prestiamo
attenzione e non consideriamo che se un corpo troppo debole e piccolo contiene
un'anima forte e sotto ogni aspetto grande, o anche se questi due elementi sono
uniti insieme in modo inverso, l'intero essere vivente non può essere bello,
perché è privo delle più importanti simmetrie, mentre, nel caso opposto, per
chi ha la possibilità di vedere, esso è il più bello e il più amabile fra
gli spettacoli. Come un corpo che ha gambe troppo lunghe o presenta qualche
altro eccesso tale da essere sproporzionato con se stesso, non solo è brutto,
ma, poiché nel complesso delle fatiche che deve sostenere sopporta molti
travagli, molti stiramenti, e cadute a causa dei barcollamenti, procura a se
stesso infiniti mali, la stessa cosa dobbiamo pensare di quel complesso formato
dai due elementi - anima e corpo - che chiamiamo essere vivente.
Quando infatti in esso l'anima, che è più forte del corpo, è irritata,
scuotendolo tutto dal di dentro lo riempie di malattie; e quando è tutta tesa
ad apprendere certe discipline o a fare certe ricerche, lo consuma; e quando
spende interamente le sue energie nell'insegnamento o a gareggiare nei discorsi
in pubblico e in privato, a causa delle rivalità e delle inimicizie che ne
derivano, infiammandolo lo agita; e incrementando i suoi flussi inganna la
maggior parte dei cosiddetti medici, e fa in modo che attribuiscano le ragioni
di questi mali a cause fittizie. D'altra parte, quando un corpo grande e
superiore all'anima viene ad unirsi ad un piccolo e debole intelletto, poiché
negli uomini, per natura, vi sono due impulsi, che sono quello del nutrimento
per il corpo, e quello della sapienza per la nostra parte più divina, i
movimenti del più forte dominano e rafforzano il loro ambito, rendendo l'anima
stupida, lenta ad apprendere e a ricordare, e causando la malattia più grave di
tutte, ovvero l'ignoranza. Dunque vi è un'unica via di uscita di fronte a
questi due mali: non esercitare né l'anima senza il corpo, né il corpo senza
l'anima, in modo che, difendendosi l'un l'altro, siano in equilibrio e in
salute. Chi dunque si applica alla scienza o a qualche altra impegnativa attività
intellettuale deve dedicarsi anche ai movimenti del corpo, praticando la
ginnastica, viceversa chi dedica le proprie attenzioni a modellare il corpo deve
anche preoccuparsi di esercitare l'anima, coltivando la musica e tutta la
filosofia, se vuole che giustamente e a buon diritto lo si chiami bello e buono
ad un tempo. In questo stesso modo bisogna curarsi delle parti del corpo,
imitando la forma dell'universo. Il corpo, infatti, poiché al suo interno è
riscaldato e raffreddato da ciò che vi penetra dentro, e ancora è disseccato e
reso umido da ciò che è all'esterno, subendo da entrambi i movimenti le
impressioni che a questi si accompagnano, viene vinto e annientato se, lasciato
in riposo, lo si abbandona a questi movimenti. Ma se qualcuno imita quella che
abbiamo chiamato nutrice e balia dell'universo, e non lascia che il corpo sia
mai a riposo, ma lo muove e, generando continuamente in esso qualche scossa, lo
difende, secondo natura, dai movimenti interni e da quelli esterni, e,
scuotendolo moderatamente, dispone in ordine fra loro le impressioni che vagano
per il corpo e le singole parti secondo la loro affinità, come precedentemente
si è detto parlando dell'universo, non lascerà allora che l'elemento nemico
stando presso il nemico provochi guerre e malattie al corpo, ma farà in modo
che l'elemento amico, stando presso l'amico, procuri la salute. Quindi di tutti
i movimenti quello che nasce in sé ed è mosso da se stesso è il migliore -
per la sua particolare affinità con il movimento dell'intelligenza e con quello
dell'universo -, mentre quello che è causato da altri è peggiore: pessimo
infine quello che ad opera di altri muove il corpo solo in qualche parte, mentre
esso giace e riposa. Dunque di tutte le purificazioni e ricomposizioni del
corpo, quella migliore si ottiene mediante la ginnastica, la seconda mediante i
dondolii che si verificano sulle navi e sui mezzi di trasporto che non
comportano fatica. La terza specie di movimento è utile per chi vi sia
assolutamente costretto, altrimenti non deve essere affatto accettata da chi
abbia un po' di intelligenza: si tratta della cura mediante la purificazione
farmaceutica.
Infatti non bisogna irritare con le medicine quelle malattie che non presentano
rischi gravi. La formazione di ogni malattia assomiglia in un certo senso alla
natura degli esseri viventi.
Infatti la costituzione degli esseri viventi porta con sé tempi di vita
prefissati per l'intera specie, e ogni essere vivente nasce con la vita segnata
dal proprio destino, salvo eventi improvvisi determinati dalla necessità: perciò
subito sin dall'inizio si formano in ciascun individuo dei triangoli che hanno
la proprietà di durare fino ad un certo periodo di tempo, oltre il quale
nessuno potrebbe più vivere. Lo stesso ragionamento vale per la formazione
delle malattie: se, contro il tempo segnato dal destino, si cerca di
contrastarle con le medicine, solitamente diventano gravi da lievi che erano, e
da poche diventano molte. Perciò si deve regolarle tutte con la dieta, se si ha
tempo per farlo, e non bisogna invece irritare con le medicine un male
fastidioso.
Sull'intero essere vivente e sulla sua parte corporea si è detto abbastanza,
vale a dire in che modo, guidandola e guidandosi da sé, si possa vivere
seguendo il più possibile la ragione: ma soprattutto e prima di ogni altra cosa
dobbiamo fare in modo che, per quanto ci è possibile, quella parte destinata a
questa funzione di guida sia la più bella e la migliore per questa guida. In
effetti, una trattazione approfondita di questa parte sarebbe da sola
sufficiente per un'intera opera: e se qualcuno se ne volesse occupare
incidentalmente, seguendo i principi che abbiamo stabilito prima, potrebbe
trattarla in modo conveniente facendo delle considerazioni di questo genere.
Secondo quello che più volte abbiamo detto, le tre specie dell'anima furono
collocate in tre sedi diverse, e ciascuna ebbe in sorte il proprio movimento.
Così anche adesso, allo stesso modo, dobbiamo dire il più brevemente possibile
che quella di esse che rimane inerte e lascia a riposo i suoi movimenti è
necessariamente la più debole, mentre quella che si esercita diviene
fortissima: perciò bisogna osservare che tutti e tre i movimenti siano
proporzionati l'uno rispetto all'altro. Per quanto riguarda quella specie più
importante della nostra anima, dobbiamo pensare che il dio l'ha donata a
ciascuno di noi come uno spirito tutelare, la quale, come diciamo, abita sulla
sommità del nostro corpo, e ci solleva da terra verso la nostra affinità
celeste, come piante celesti, e non terrene: e queste nostre affermazioni sono
giustissime. Infatti in quella parte più alta da cui l'anima ebbe la sua prima
origine, la divinità sospese la testa e la nostra radice, in modo che tutto il
corpo stesse eretto. Per chi dunque si occupi di passioni e di contese e in esse
si affligga, inevitabilmente tutte le sue opinioni saranno mortali, e neanche il
più piccolo particolare trascurerà per diventare il più possibile mortale,
incrementando appunto tale parte: chi invece si è occupato dello studio della
scienza e delle riflessioni sulla verità ed ha esercitato soprattutto questa
parte di se stesso a riflettere sulle cose immortali e divine, se viene a
contatto con la verità, è assolutamente necessario che, per quanto sia ammesso
dalla natura umana, prenda parte dell'immortalità, senza trascurarne neppure
una parte, e, come colui che venera una divinità e mantiene in ordine il divino
che abita in sé, sia particolarmente felice. Dunque la cura adeguata a tutte le
parti è per tutti una sola, e cioè dare a ciascuna parte nutrimento e
movimenti che di più le si adattano. E i movimenti che sono affini alla divinità
che è in noi sono i pensieri e le rivoluzioni dell'universo: bisogna pertanto
che ciascuno segua questi movimenti, correggendo, quando si guastano, le
rivoluzioni del divenire che vi sono nella nostra testa mediante l'apprendimento
delle armonie e delle rivoluzioni dell'universo, e renda simile, secondo la sua
antica natura, il contemplante al contemplato, e dopo averlo reso simile, giunga
al culmine di quell'ottima vita che gli dèi proposero agli uomini per il
presente e per il tempo futuro.
Sembra che sia quasi terminata la discussione che in principio ci era stata
assegnata intorno all'universo sino alla comparsa dell'uomo. Per quanto riguarda
gli altri esseri viventi, dobbiamo ricordare brevemente come essi si generarono,
cosa sulla quale non è necessario dilungarsi: così si potrà credere di aver
discusso intorno a questi argomenti secondo la giusta proporzione. Ed ecco
quello che dobbiamo ancora dire. Tutti quelli che sono nati uomini, ma sono
stati vili e hanno trascorso la loro vita nell'ingiustizia, secondo una ragione
verosimile si mutarono in donne quando nacquero per la seconda volta: e in quel
tempo e per queste ragioni gli dèi crearono l'amore carnale, formando un essere
animato nell'uomo e nella donna e facendo l'uno e l'altro in questo modo. Gli dèi
forarono il canale della bevanda, in quel punto in cui essa, dopo aver
attraversato il polmone, entra al di sotto dei reni, nella vescica, per essere
mandata fuori sotto la spinta dell'aria; lo forarono in modo che fosse in
contatto con il midollo, il quale discende dalla testa lungo il collo e la spina
dorsale, e che prima abbiamo chiamato sperma. Questo midollo, poiché è animato
e respira, dà luogo ad un desiderio vitale di uscir fuori proprio da quella
parte donde respira, realizzando così l'amore della generazione. Perciò
l'organo genitale maschile, che la natura generò indomito e imperioso, come
animale sordo ad ogni ragione, tenta di dominare tutto a causa dei suoi
furibondi appetiti: e a sua volta per le stesse ragioni, nelle donne, quegli
organi che sono chiamati utero e vulva, sono come un essere vivente dominato dal
desiderio di generare figli il quale, se rimane sterile per molto tempo durante
la stagione della fertilità, si irrita mal sopportando tale condizione, e
vagando dappertutto per il corpo, ostruendo le uscite all'aria e non lasciando
respirare, getta il corpo nei più gravi disagi e procura altre malattie di ogni
genere. E questo avviene finché il desiderio e l'amore dell'uno e dell'altro
sesso non li faccia accoppiare insieme, come se cogliessero frutti dagli alberi:
allora nella matrice, come in un campo arato, seminano esseri viventi invisibili
per la loro piccolezza ed informi, e separandoli di nuovo li fanno crescere nel
proprio seno, e dopo di ciò, dandoli alla luce, portano a compimento la
generazione dei viventi. Così dunque nacquero le donne e tutto il sesso
femminile. La stirpe degli uccelli, che possiede penne anziché peli, è
derivata dalla trasformazione di quegli uomini che, non certo malvagi ma un po'
sciocchi, si ritengono esperti delle cose celesti e pensano, a causa della
faciloneria che li contraddistingue, che la sola vista sia sufficiente a
dimostrare nel modo pìu sicuro quelle cose. Gli animali pedestri e selvaggi
sono derivati da quegli uomini che non coltivano affatto la filosofia, e non
osservano per nulla la natura celeste, perché non si servono affatto dei
circoli che sono nella testa, ma si lasciano guidare dalle parti dell'anima che
sono nel petto. E per queste abitudini curvarono a terra le membra anteriori e
la testa, attratti dall'affinità con la terra, ed ebbero teste allungate e
dalle forme più varie, a seconda di come le rivoluzioni dell'anima di ciascuno
erano state compresse dall'inerzia. Perciò quella specie di animali fu generata
con quattro o più di quattro piedi, in quanto il dio collocò più sostegni a
coloro che erano più irragionevoli, perché fossero attirati maggiormente a
terra. E quelli che fra costoro sono più irragionevoli ancora e distendono
tutto il corpo a terra, poiché non hanno alcun bisogno dei piedi, furono
generati senza piedi e striscianti sulla terra. La quarta specie, quella
acquatica, si generò dagli esseri più stolti e più ignoranti di tutti: e gli
dèi, che operano trasformazioni, non ritennero questi animali degni di una
respirazione pura, poiché la loro anima era impura a causa di ogni sorta di
errore, e così in luogo della leggera e sottile respirazione dell'aria, li
cacciarono nella torbida e pesante respirazione dell'acqua. Di qui prese origine
la stirpe dei pesci, delle ostriche, e di tutti quanti gli animali che vivono
nell'acqua, ed ebbero in sorte le dimore più profonde come pena per la loro
profonda ignoranza. E per tutte queste ragioni, allora come adesso, gli esseri
viventi sì trasformano fra loro da una specie all'altra, a seconda della
perdita o dell'acquisto della mente o della stoltezza.
E così ora possiamo affermare di aver portato a termine il nostro discorso
sull'universo: perché, comprendendo in sé gli esseri mortali e immortali, ed
essendone pieno, questo mondo, essere visibile che contiene in sé le cose
visibili, dio sensibile fatto a immagine dell'intelligibile, massimo e ottimo, e
bellissimo e perfettissimo, così è stato generato, questo cielo uno e
unigenito.
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