Documenti -- Database News-- Home

Documenti

 

di Angelo DI MARIO

VIL-u-sa > *VIL-u-s-sa > *VIL-u-n-na > FÍL-io-s(-sa)/ FÍL-io-n(-na)

Questo titolo ci indica che le desinenze sono anatoliche, di tipo luvio, lingua madre dell’europeo; testimoniano anche della provenienza dei Velsini; la scopriamo in diversi termini, variamente distanziati dal modello originario; qui indico una serie di degradazioni: larthialisla ‘*laerziadesse’ (*larthiasissa) *larthialissa / *larthiatissa > *larthiatissja > *larthiatisja > larthiatija > *larthianija…; greco AR-che-lá-eios < *AR-che-la-s-sjas, TEL-a-mô-nios < *TEL-a-ma-s-sjas, PEL-eí-des (*PEL-e-i-s-ses) *peleinnjes…; con ciò ci siamo avvicinati alle forme greche, anch’esse variate, ma riconoscibili e riconducibili al luvio, tale e quale il lat. FAL-e-r-nus < *FAL-e-s-sus, SAT-u-r-nus < *SATH-u-s-sus, tirs. *SETH-u-Ms-sal, da SETH-re ‘fuoco’…; DI-u-r-nus < *THE-u-s-sus…

Le seguenti iscrizioni chiariscono meglio l’anatolicità dei Velsini e dei Tirseni: TLE 144: Larthi Einanei Sethres sec Ramthas Ecnatial puia Larthl Cucnies velthurusla avils huths celchs
“Larthia Einanea di Sethre figlia (e) di Ramatha Ecnatia; moglie di Laerthe Cuclinie, il *velturussa/ *velthurense. Ai soli/ anni quattro trenta (è morta).”
TLE 183: eca mutna Velthurus Stalanes larisalisla “Questa tomba (è) di Velthuru Stalane, il larisatissa/ *laerziadesse.”
Da G. M. Facchetti: ESLE, pag. 99, Ta 1.59: Ravnthu/ Velchai/ velthurusla sech larthialisla “Ravnthu Velchae, figlia *velthurussa (e) *larthiatissa”; ossia “*RaFnthu Velchae figlia di Velthur (e) di Larthia
Ora torniamo a VELussa. Da ciò che leggiamo su vari testi (1), il territorio intorno al lago di Bolsena fu abitato sin da epoche remote. Ma non ci vuole troppa immaginazione per capire una semplice verità: l’uomo, per varie ragioni, si è sempre stabilito vicino all’acqua; un lago simile non poteva non attrarre, ancora meglio e più di un torrente e di un piccolo fiume; e offrirgli ancora ogni conforto, dal cibo, all’acqua, a quello climatico; senza trascurare l’aspetto estetico. Non riuscirei a credere che un uomo, anche se antico, non fosse attratto da quella conca così splendida.
Infatti, come indizio di antichità, vi sono state scoperte persino palafitte; anche molti e diversi reperti attribuibili a varie epoche; salvo quelli più recenti, che cadono intorno alla distruzione di una muta città rasa al suolo; perché c’era poco, o nulla, da trovare, tra le antiche macerie, e la lenta rioccupazione di uno spazio vuoto all’esterno delle mura.

Il territorio doveva appartenere a Tarquinia, se Plinio lo definisce tarquiniese; solo che viene chiamato anche volsiniese (…nonnusquam vero et albi, sicut in TARQUINIENSI Anicianis lapicidinis circa lacum VOLSINIENSEM…36.168) ; quindi il territorio va considerato sotto queste due denominazioni, che ci rimandano a chi era più forte, stava verso ovest, Tarquinia, e a chi da est lo possedeva, ci abitava, come dire Velzna; dove gli scavi della Scuola Francese misero in luce i RESTI DI UNA CITTA’ etrusca, alla quale si stenta a dare un nome; si preferisce *Arwieta!! L’acropoli era a Mozzetta di Vietena, così alta e separata dalla città; se si analizzano foneticamente le due parole, se ne traggono questi possibili significati: Mozzetta, visto lo sviluppo s > z di VEL-z-na per VEL-s-na, sapendo della mancanza della O nella lingua velsinia, del valore F > M iniziale, della frequente mancanza di lettere doppie, ecco che avremo un termine di questo tipo: *Faseta, da supporre una forma iniziale anatolica *Fasessa, termine che cela però *Fas-a ‘dio’: tirs. AISoí ‘dèi’ (TLE, 804: aisoí . Theoí upó Turrenón), eteo US-u ‘sole > anno’, US-a-li/ US-li ‘annuale’, tirs. US-i, US-i-l ‘sole’, US-l()-nax ‘annuale’(Tabula Cortonensis, TC), mASan < *FAS-a-n ‘dio’ (TLE, 875), luvio m-ASS-a-na-lli (P. Meriggi, MEG, pag. 38) ‘divino’ ( *F-AS-a-nas-si ) *Fasanti > *Fassatti ‘divino’; laconico AS-a-nân/ ATH-e-nôn, ASanas/ ATHenae ‘alla Divina > Athena’ (V. Pisani, LIA, Indice; s = th); lidio AS-ni-L < *AS-ni-S(i) ‘ad AS-ni’, tradotto con ATH-e-nai-Ei / *ASH-e-na-Si ‘ad ATH-e-na’ (J. Friedrich, DDS)… ; mentre VIE-te-na, palesamente trae origine da *VJEL-t-na; ma VEL/ VIL sappiamo che rappresenta una variante della radice SAL / SÉL-a-s ‘luce/ Sole’, con i tanti sviluppi FAL/ FEL/ FIL > VAL/ VEL/ VIL > AL/ EL/ IL ‘Sole’…, infatti UIL-u-siia (O. R. Gurney, Gli ittiti, Indice) equivale a VIL-u-s-sa/ *VIL-u-n-na, dalla forma anatolica ss > nn, e ci restituisce il parallelo velsinio di VEL, più genuino, se paragonato a SEL/ VEL: VEL > VEL-u-s, VEL-u-sa/ VEL-u-s-sa, VEL-u-s-la / VEL-u-s-sa…; quindi avremmo il significato di ‘il divino VEL-t-na / *FOL-tu-Fna (VOL-tu-Mna)/ Solare’; da intendersi ‘il luogo della divinità solare’. E penso che proprio su quella cima, sull’acropoli, si erigesse il grande tempio di VEL-u-s-sa > VEL-u-s-na > VEL-z-na > *VJEL-t-na > VJE()-te-na; su una cima molto panoramica; da supporre anche circondata da una difesa propria. Del resto il dio VER-tu-Mno basta ricondurlo alla sua forma originaria per scoprirne il senso, dirlo nella forma velsinia *VEL-tu-Fna, VEL-tu-Mna, F > M infisso; a questo proposito penso che possa essersi contaminato a Roma, proprio con la varianza L/R di VEL > VER, adattandosi ad un dio del VER-de, dei campi, dell’agricoltura in genere; mentre la dea NO-r-tia, ripristinando sempre la forma con la A, diviene *NA-r-thia/ *NE-r-thia, con tutto l’aspetto per essere interpretata come ‘dea *NE-ra-thia/ dell’acqua’; così ci suggerisce il fiume NE-ra, il gr. NE-rós ‘acqua’, il termine tirseno NE-th-svis ‘NE = acqua/ del cielo > celeste’, con tutte quelle NA/ NE, che conosciamo: NA-ve ‘quella/ acqua del cielo’, NE-ve, NU-be, NU-vo-la, …, gr. NE-phé-le, tirs. NE-thu-n()s ‘dio dell’acqua (del cielo)’, prima che passasse al lat. NE-Ptu-nus < *NE-Ftu-ns ‘dio dell’acqua del mare’.

L’opposizione Tevere, da una parte, il lago dall’altra è capziosa; chi non avrebbe preferito il lago, per una italica Velussa, così panoramica, la città santa dei *Velusassa ‘dei Velsiniesi’, in Asia distrutta dagli Achei e alleati, in Italia dai Latini e alleati; altrettanto capziosa la posizione di Orvieto per la dubbia navigabilità del Tevere, e a dimostrazione della direttrice di penetrazione verso nord, come se da ovest non avessero potuto muoversi verso nord, non si siano mai mosse, tutte quelle città etrusche, ben piantate da secoli; così pure le altre strade; Velza e Vulci, Vulci e Tarquinia non dobbiamo supporle da sempre collegate? Cassio avrebbe costruito la Cassia; ma già da secoli le cittadine si collegavano tra loro; avrà raddrizzato qualche curva, deviato qualche punto, ampliato la carreggiata; da ricordare che una strada più larga si prestava meglio per il passaggio… degli eserciti; sarebbe inimmaginabile che una strada non collegasse Montefiascone a Orvieto e Velzna, Velzna e Orvieto, Velza a Vulci, e Tarquinia. Da secoli li avrà collegati; poi esisteva anche quella, così europea, che servì ai pellegrini; non l’avrà aperta nessuno, ma solo l’uso, solo l’esigenza di collegare uno dietro l’altro i centri contigui per i rapporti economici, e le solite guerre tra città stato; mi riferisco alla famosa Francigena, che seguiva questo percorso, reso famoso dalla Cristianità: Canterbury, Calais, Bruay, Arras, Reims, Chalons sur Marne, Bar sur Aube, Besanson, Pontarlier, Losanna, Gran San Bernardo, Aosta, Ivrea,…..S. Gimignano, Siena, S. Quirico, BOLSENA, Viterbo, Sutri, Roma.

Infine non risulta da nessuna parte che Orvieto sia stata rasa al suolo, come quella città innominabile giù tra le mura robuste, sopra a Bolsena; né che si fosse protetta con una cinta muraria di quel genere possente; così sicura com’era sopra i precipizi naturali; avrà subìto, mi pare, solo un piccolo focherello.

Non vorrei che sin dall’ultima ora di quella città morta, che nessuno ha il coraggio di nominare, i vari vicini stessi abbiano affermato ‘Quel luogo è nostro’, ‘Lì ci stavamo noi’, ‘Guai a chi si impossessa di quella contrada, appena, appena conquistata’; perché potremmo anche avanzare l’ipotesi che avessero dato una mano ai Latini, se rimasero incolumi; spinti da rivalità, come succedeva troppo spesso con i confinanti di allora…; ed anche perché non sappiamo che gli orvietani avessero subito una tale violenza. Infine non va cercato ciò che manca; ma ciò che possono aver depredato le milizie latine, e gli alleati, rendendo la zona sacra, per la carneficina; e vuota, per la spoliazione anche dei segni sacri, quali i tumuli ed i templi, in genere costruiti su poche pietre, e pareti di legno; senza includervi le malridotte case e le mura fatte crollare lungo i fossi e le colline. Materiale recuperato per la costruzione della ‘Velsinia nuova’ giù in basso, avvenuto gradualmente; sotto la sorveglianza latina; o dei loro alleati.

Per un giudizio sereno, è necessario non sottovalutare l’opera dei vicini, a distruzione avvenuta; magari attratti dalla vecchia fama di sito ricco per splendidi ori, statue, 2000 rapinate, e quant’altro la fantasia poteva accrescere e moltiplicare. Quel luogo innominato, che pure un nome doveva possedere (come si chiama?), deve possedere, sarà diventato la preda dei resti per parecchio tempo, fino a estinguervi ogni traccia. Quindi non bisogna cercarvi ciò non vi è, ma ciò che manca, evidenziare i segni lasciati, per capire come e dove potrebbero essere scomparsi. Le statue lo sappiamo. La popolazione rimanente, adatta al sacrificio, alla Festa, anche questo sappiamo. Quello che c’era dobbiamo per forza immaginarlo, ma c’era, come ci sono le mura; come anche il nome dell’abitato tra le mura; che non poteva mai essere Orvieto; rimasto lì, da sempre, dov’era, nella sua sicura e forte ‘città vecchia’; lo afferma chi vi ha abitato da sempre.

(1) Testi da rivisitare:

 

©Angelo di Mario - tutti i diritti riservati

E-mail:a-dimario2@etruschi-tirseni-velsini.it      Link: http://www.etruschi-tirseni-velsini.it/

 

Home