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Fonte: http://www.nationalgeographic.com/
Data : 12.03.04
Il sanguinoso assassino di Giulio Cesare nel 44 d.C. segnò per sempre la data del 15 di marzo, o Idi di Marzo, come giorno d’infamia. Da allora ha affascinato gli studiosi e gli scrittori.
Per gli antichi romani che vissero prima di quell’evento, ad ogni modo, le idi erano semplicemente uno dei diversi termini comuni del calendario (vedi nota a piè di pagina) usati per contrassegnare gli eventi lunari mensili. Le idi indicavano semplicemente l’apparizione della luna piena.
Ma le Idi di Marzo hanno assunto un’identità completamente nuova dopo gli eventi del 44 d.C. La frase è arrivata sino ai giorni nostri a rappresentare un giorno di brusco cambiamento, che avrebbe avuto profonde ripercussioni sulla società romana ed oltre.
Josiah Osgood, un professore assistente di classico all’Università di Georgetown, Washington D.C., ha dichiarato: “Si può leggere nelle lettere di Cicerone dal mese successivo alle Idi di Marzo… egli dice perfino “Le idi hanno cambiato tutto.” ”
Per il tempo di Cesare, Roma aveva da lungo stabilito un governo repubblicano guidato da due consoli con poteri congiunti. Il pretore si trovava un gradino sotto il potere dei consoli, e dirimeva le questioni giudiziarie. Un corpo di cittadini formava il Senato, e proponeva la legislazione, che assemblee generali del popolo approvavano per votazione. Un ufficio speciale temporaneo, quello del dittatore, era stabilito per casi particolari, come quelli di sommovimenti sociali.
I romani non amavano i re. Secondo la leggenda, decisero di espellere l’ultimo nel 509 a.C. Mentre Cesare aveva declinato offerte pubbliche per diventare re, non aveva mostrato riluttanza ad accettare l’ufficio di “dittatore a vita” nel febbraio del 44 a.C. Secondo Osgood, quest’azione potrebbe avere posto il sigillo al suo destino, nelle menti dei suoi nemici.
“Riusciamo ora a capire che ciò fu abbastanza perché venisse ordito un complotto per ucciderlo” ha dichiarato Osgood.
“Cesare è stato il primo romano vivente mai apparso sulle monete” ha dichiarato Osgood. “Normalmente, l’onore era riservato alle divinità.” Alcuni storici sostengono che Cesare avesse addirittura tentato di stabilire un culto in suo onore e mosso un passo verso la sua deificazione.
Non è chiaro se Cesare fosse consapevole del complotto ai suoi danni nel marzo del 44. Ma Cesare non era ignaro del crescente pericolo di una rivolta, nota Charles McNelis, professore assistente di classici e collega di Osgood all’Università di Georgetown.
I cospiratori del complotto, che si definivano “i liberatori” dovettero muoversi rapidamente. “Cesare aveva pianificato di lasciare Roma il 18 di Marzo per una campagna militare nella terra dei Parti, la regione corrispondente all’attuale Iraq. Così i cospiratori non avevano molto tempo” spiega McNelis.
Se Cesare fosse o meno un vero tiranno è una questione ancora dibattuta. Si può dire per certo, ad ogni modo, che nella mente di Marco Bruto, che aiutò a pianificare l’attacco, Cesare costituiva una minaccia per il sistema repubblicano.
Il coinvolgimento di Bruto nell’omicidio è reso ancor più tragico dal suo rapporto di affiliazione con Cesare. Sua madre, Servilia, era una delle amanti di Cesare. E malgrado Bruto avesse combattuto contro Cesare nel corso della recente guerra civile romana, fu risparmiato dalla morte ed in seguito promosso da Cesare all’ufficio di pretore.
“Cesare aveva sempre… tentato di coltivare il talento che scorgeva nelle persone più giovani” ha dichiarato Osgood. “E Bruto non faceva eccezione.”
Bruto, ad ogni modo, era diviso nella sua fedeltà a Cesare, nota Osgood. La famiglia di Bruto aveva una tradizione nel respingere i poteri autoritari. L’antenato Giunio Bruto era accreditato di aver deposto l’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, nel 509 a.C. Ahala, un antenato della madre di Marco Bruto, aveva ucciso un altro tiranno, Spurius Maelius. Questo lignaggio, accoppiato ad un forte interesse nell’ideale greco del tirannicidio, disposte Bruto ad avere poca pazienza quando percepiva attorno a sé troppe mire accentratrici.
Il colpo finale si ebbe quando suo zio Catone, una figura paterna per Bruto, si uccise dopo avere perduto una battaglia contro Cesare nel 46 a.C.
Si pensa che Bruto possa aver provato vergogna ad accettare la clemenza di Cesare o sentito l’obbligo di compiere l’onore di Catone, continuando la lotta per “salvare” la Repubblica, specula Osgood.
Questo è il dilemma morale che ha provocato non sopiti dibattiti sul fatto che Bruto debba o meno essere etichettato come un infame. L’opera Vita di Bruto, di Plutarco, nota Osgood, è piuttosto clemente nei suoi riguardi, se paragonata ai documenti sopravvissuti che parlano degli altri nemici di Cesare e dei suoi successori.
Shakespeare in seguito usò il Bruto di Plutarco come una delle basi per la commedia Giulio Cesare, dove Bruto è ritratto come un eroe tragico e Cesare, inequivocabilmente, come tiranno. Il poeta Dante, invece, prende una posizione differente: Bruto, avendo ucciso l’uomo che lo salvò, era condannato all’infimo stadio dell’Inferno. “E’ visto non come un liberatore ma invece come qualcuno che mise a repentaglio la stabilità del sistema politico” spiega McNelis.
Gli studiosi dissentono su chi fosse davvero dalla parte dei “buoni” in questo contesto. McNelis ritiene che nessuna delle due posizioni possa essere considerata davvero sbagliata. “Abbiamo bisogno di realizzare cosa c’era davvero di brutale e rozzo in questi due uomini”.
Alla fine, l’eredità del potere che Cesare aveva stabilito, visse ancora attraverso il suo erede Ottaviano, che in seguito divenne il primo imperatore di Roma, conosciuto come l’Imperatore Cesare Augusto. Le Idi di Marzo rimangono quale pietoso monito per i futuri regnanti, secondo McNelis. “Ottaviano sembra essere stato consapevole dal problema di presentarsi come aveva fatto Cesare… Le Idi divennero una lezione di auto-presentazione politica.”
Nell’antica Roma, ogni mese inizia con le calende, dal termine latino che significa “proclama” o “chiamata”. Secondo N.S. Gill, un esperto di storia antica e classica, il termine si riferiva all’annuncio della prima comparsa della nuova luna ed era spesso associato agli interessi del giorno.
A seguire le calende vi erano i noni, che segnavano il primo quarto di luna. Il significato era derivato dal termine che i romani usavano per la settimana di nove giorni, nundinae. Una nundinae dopo i noni giungevano le idi. Il termine, che significa “dividere”, era designato per l’occorrenza della luna piena.
L’antico calendario romano fissava le calende al primo, i noni al 5 o al 7, e le idi al 13 o 15 del mese.
I mesi di Marzo, Maggio, Luglio e Ottobre, i mesi più lunghi di 31 giorni, avevano i noni il 7 e le idi il 15. Per tutti gli altri mesi i noni cadevano il 5 e le Idi il 13.
La sola eccezione alla regola dei 31 giorni era Gennaio. Malgrado avesse 31 giorni, era solito contarne meno, ed era considerato un mese “corto”.