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Fonte: http://weekly.ahram.org.eg/
Data :
09.09.04
LA
CULTURA IBRIDA DELL’ASIA
Nonostante la devastazione culturale in Afghanistan, la
memoria della sua cultura unica continua a vivere nella testimonianze del suo
passato.
Di Jill Kamil
E’ stato per
caso che un libretto intitolato “Gandhara, la Memoria dell’Afghanistan”di
Berenice Geoffroy-Schneitner mi è capitato tra le mani quest’estate. Sono
stato attratto dalla copertina, che riproduce una delle statue del Buddha incise
nella collina di Bamiyan e ora distrutte; dal titolo del libro, e dal fatto che
l’autrice fosse un archeologo e storico dell’arte molto preparato. Quando ho
girato l’aletta della copertina, ho letto:
“Uno dei più
straordinari ibridi dell’arte, l’arte Greco-Buddhista sulla frontiera
dell’Asia nord-occidentale, emerse e fiorì nel corso del I secolo d.C.,
nell’arido territorio che comprende il Pakistan e l’Afghanistan del giorno
presente”… e ho realizzato che sarebbe stata una lettura stimolante.
Le parole che
mi hanno colpito, in particolare, sono “ibrido artistico”.
In Egitto, dove
l’influenza greca si è fatta sentire fin dal VI secolo a.C., descriviamo come
greco-egiziane le statue prodotte nel corso del periodo tolemaico, dopo
l’arrivo di Alessandro il Grande, aventi busto e postura di stile
inconfondibilmente egiziano, e testa e capelli inconfondibilmente greco; o
rilievi e pareti dipinte che combinano motivi e disegni di stile ellenistico ed
egiziano. “Non è questa una cultura ibrida?” mi sono chiesto. In che modo
cioè l’influenza greca sull’antica cultura egizia differisca da quello che
la Geoffroy-Schneitner descrive come “un improbabile incontro tra la Grecia di
Alessandro il Grande e l’India del Buddha, un miracolo nella storia
dell’arte, un nuovo stile ibrido che rivela i tratti singolari del Buddha
riprodotti con la grazia e la bellezza dell’arte ellenistica”.
Gandhara, la
città centro-asiatica una volta opulenta descritta nei viaggi di Marco Polo, si
trova lungo la Via della Seta ed era visitata da missionari, mercanti e
pellegrini. Le sue antiche vie di transito collegavano l’India con la Cina, il
Tibet e l’Asia occidentale. Fu sede della cultura buddista dal I secolo a.C.
al V secolo d.C. Influenzò grandemente le arti dell’Asia, e gli artisti di
Gandhara furono i primi a ritrarre il Buddha in forma umana; fino ad allora era
stata usata solo l’iconografia simbolica per ritrarre l’illuminato.
La spedizione
in India di Alessandro il Grande nel 330-325 a.C. fu un fattore determinante
nell’introduzione dell’Ellenismo
nella regione. Per la fine del I secolo, le tecniche artistiche ellenistiche o
greco-romane e le tradizioni estetiche corrispondenti si erano combinate con
l’iconografia indiano-buddista per sviluppare uno stile riconoscibile ed
autonomo di arte e scultura, che iniziò ad essere conosciuto come Gandhara –
un ibrido indiano. Probabilmente copiando le opere degli artisti
“importati”, s’iniziò a scolpire la pietra, normalmente
scisto, ed in
seguito produssero opere in stucco e pietra calcarea rossa.
L’interesse
archeologico nell’area si sviluppò all’inizio del XIX secolo quando
l’agente inglese, l’intraprendente archeologo dilettante Charles Masson,
scavò ogni monumento buddista che riuscì a trovare nel Hindu Kush ed altrove,
nella regione. Molti dei pezzi che trovò, sono oggi ospitati al British Museum.
In seguito, nel settembre 1922, fu siglato un accordo dal Re Amanullah Khan
dell’Afghanistan con il Governo Francese, che garantiva i diritti esclusivi di
scavo nel territorio per 30 anni. Alfred Foucher, fondatore della Delegazione
Archeologica Francese in Afghanistan (DAFA), ottenne una priorità. Il suo scopo
era cercare l’origine greca dell’arte misteriosa che era emersa a Gandhara.
Fu un caso se
giunse alla scoperta di uno dei mitici Alexandrias di Alessandro il Grande.
Zahar Shah, che
attualmente si trova in esilio a Roma, vide quel che sembrava essere il
capitello di una colonna abbattuta al suolo nel mezzo di una pianura, su una
striscia di terra tra i due fiumi, l’Amu Daria (l’Oxus dell’antichità) e
Koktcha. Gli archeologi Francesi si recarono ad ispezionare il sito ed ulteriori
scavi non lasciarono dubbi che ci si trovasse in presenza di una metropoli
ellenica, completa di acropoli, ginnasio, palestra e teatro. Le fontane erano
adorne di doccioni, vi erano colonnati marmorei, frammenti di altre statue con
volti altamente espressivi, braccia nude e drappeggi, delicatamente ritratti,
articoli di vetro e ceramica di stile alessandrino, bronzi ellenistici, e
medaglioni che servivano come modelli per gli apprendisti artisti.
Gli studiosi e
gli storici dell’arte discutono accesamente circa le origini di questa forma
ibrida d’arte, specialmente sulle statue enigmatiche, opere di scultori
anonimi, risultato dell’incontro di due grandi civiltà come la Grecia di
Alessandro il Grande e l’India del Buddha. Gli ellenisti enfatizzano
l’eredità greca. Gli orientalisti pongono Gandhara all’interno di una sfera
di influenza molto più ampia. Un Buddha è ritratto come un uomo bellissimo di
grazia prassiteliana; un altro, secondo il costume locale, ha dei baffi sottili;
un terzo, un ritratto di rara potenza espressiva, lo ritrae emancipato dopo i
lunghi anni di ascetismo. La Geoffroy-Schneitner scrive:
Lasciamo che i
dotti continuino le loro discussioni. Possiamo considerarci fortunati che tanti
dei capolavori di Gandhara siano sopravvissuti alle recenti vicissitudini della
storia Afghana, e che possano attualmente essere ammirati nei musei in
Inghilterra, Berlino, Francia, India, Pakistan e Tehran.