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Archeologia Biblica
Tratto
da: Biblical Archaeology Review – numero di Settembre/Ottobre 2001
La rampa
di Masada non è un miracolo di ingegneria romana
Dan
Gill

Hollywood non
avrebbe potuto descriverlo meglio: un gruppo di 967 ribelli ebrei si rifugiarono
su una fortezza sulla cima della montagna a seguito della distruzione di
Gerusalemme da parte dei romani nel 70 d.C. Due anni più tardi l’esercito
romano tornò alla carica per distruggere quest’ultimo vestigio della Grande
Rivolta Ebrea. Alla fine, in un massiccio sforzo di costruzione, elevarono
un’ampia rampa d’assalto, spinsero un ariete sulla cima del monte e rasero
al suolo l’ultimo baluardo del nemico.
Ma quando i
soldati romani irruppero, non si trovarono di fronte né una fiera resistenza, né
uomini arrendevoli.
Trovarono solo
silenzio. Durante la notte precedente, il capo dei ribelli, Eleazar Ben Yair,
aveva fatto rifugiare i suoi seguaci e fatto promettere loro che non avrebbero
mai permesso di essere presi schiavi. Memori del richiamo di Ben Yair, i ribelli
fecero a sorte e scelsero dieci uomini che avrebbero ucciso tutti gli altri;
questi dieci quindi tirarono ancora a sorte per scegliere chi avrebbe ucciso gli
altri dieci e quindi si sarebbe ucciso. I romani presero quindi la fortezza, ma
nessuno dei ribelli vivi. Gli unici sopravvissuti furono due donne e cinque
bambini che si erano nascosti per sfuggire al suicidio collettivo e che dopo
raccontarono gli eventi ai conquistatori.
Questa è la
sorprendente storia di Masada. Per circa 2000 anni abbiamo conosciuto questo
racconto di coraggio e di forza dagli scritti di Giuseppe Flavio, storico ebreo
del primo secolo d.C. che guidò la resistenza dei ribelli durante la grande
rivolta ebrea, ma che fu catturato ed in seguito portato a Roma ove scrisse la
storia della guerra.
Nel 1960, gli
scavi di Yagael Yadin riportarono la storia della difesa e della caduta di
Masada a nuova vita.
Masada era
originariamente servita come una sorta di palazzo-fortezza nel deserto per Erode
il Grande, re di Giudea del primo secolo a.C. che regnava con l’approvazione
di Roma. Yadin scoprì i due palazzi di Erode, decorati con meravigliosi
affreschi murari, e mosaici sui soffitti. Dissotterrò la camera da bagno di
Erode, un vasto complesso di camere adibite a deposito e di muri difensivi che
circondavano la fortezza. Il sito ospitava anche artefatti risalenti
all’occupazione dei ribelli e parecchi scheletri (che Yadin identificò per
essere resti dei ribelli), cosiccome piccoli pezzi di terraglie incisi con nomi,
che si credeva essere stati usati dai ribelli per estrarre a sorte chi avrebbe
dovuto uccidere gli altri.
Masada divenne
un simbolo di potere per l’allora giovane Stato di Israele. Alle cerimonie per
il giuramento sulla cima della montagna, i nuovi reclutati dell’esercito
giuravano: “Masada non cadrà di nuovo!”
In anni
recenti, sono stati sollevati molti interrogativi sull’affidabilità del
racconto di Giuseppe. Alcuni storici, per esempio, dubitano che i ribelli ormai
in trappola commisero suicidio di massa; altri hanno sostenuto che gli scheletri
trovati da Yadin non appartenessero ai difensori Ebrei ma ai soldati romani.
Un altro
aspetto della storia di Masada è che bisogna attentamente riesaminare il mito
prevalente relativo alle dimensioni della rampa romana d’assalto.
La fortezza di
Masada si trova sulla sommità pianeggiante di un’altura isolata dai fianchi
ripidi e scoscesi. Masada è separata dal territorio circostante da colline
ripide alte da 300 a 1000 piedi. Secondo Giuseppe, i Romani riuscirono a
spezzare la resistenza di Masada costruendo una gigantesca rampa sul lato ovest
della montagna.

