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Archeoastronomia
Fonte: l’Astronomia
n.238 gennaio 2003
Una
Stonehenge africana?
Uno
scienziato sudafricano porta all’attenzione della stampa gli allineamenti
celesti del sito archeologico medievale del Grande Zimbawe. Ma la scoperta si
scontra con la cautela e la perplessità degli archeoastronomi.
RICHARD
WADE DEL NKWE RIDGE OBSERVATORY di Pretoria in Sudafrica l'ha studiata bene:
accoppiare all'eclissi di Sole totale del 4 dicembre scorso visibile dal
Continente Nero una conferenza stampa su una clamorosa scoperta
archeoastronomica è una mossa da perfetti esperti di promozione turistica più
che da ricercatori distratti e disinteressati.
Tanto è vero che New
Scientist
e la CNN hanno fatto volentieri da sponda, diffondendo la notizia con risalto e
dovizia di foto. E a ragione
aggiungerei, dato che l'archeoastronomia africana (escludendo l'antico Egitto
che fa storia a sé) è un argomento ancora circondato di mistero a dispetto
della centralità del continente per la nostra specie: a tutt'oggi si conoscono
pochissimi siti sub-sahariani con allineamenti significativi (Nabta nel basso
Egitto, apparentemente l'evidenza più antica dei pianeta, e Namoratunga in
Kenya) e le testimonianze orali sono altrettanto scarne, a eccezione della
famigerata astronomia dei Dogon del Mali, resa celebre dai lavori di Marcel
Griaule e Robert Temple.
Ma
cosa suggeriscono esattamente le ricerche di Wade?
Per rispondere a questa domanda occorre introdurre le rovine del Grande
Zimbabwe, un sito archeologico monumentale (uno dei pochi dell'Africa
centro-meridionale) costruito intorno al 1200 D.C. e recentemente dichiarato
"World Heritage" dalle Nazioni Unite.
Al suo centro si trova il cosiddetto "Grande Recinto", una
muraglia di circa 5000 metri cubi di pietra e un perimetro di 240 metri, secondo
gli studiosi appartenente a una sorta di edificio "imperiale"
indigeno. Il Grande Zimbabwe era,
in effetti, la capitale di un vasto impero sub-sahariano durato 1000 anni, che
raggruppava varie tribù e costituiva il nucleo centrale della cultura
dell'Africa centro-meridionale.
Ebbene,
il "recinto" presenterebbe numerosi allineamenti astronomici nella
disposizione del muro, vari e complicati simboli di rilevanza
"celeste" in alcuni monoliti di pietra e addirittura una torre
centrale costruita per "traguardare" una luminosa supernova
sconosciuta agli osservatori settentrionali, quella della Vela.
Una vera e propria Stonehenge africana, insomma.
Ma
andiamo con ordine. Wade sostiene
che i monoliti incapsulati in cima all'arco orientale del recinto (assenti nelle
altre direzioni) e la piattaforma nella stessa sezione sono collegati. Un
osservatore in piedi su quest'ultima ha l'orizzonte libero e può traguardare al
solstizio invernale, in corrispondenza di tre dei monoliti, la levata eliaca di
Saiph, Ainilam e Bellatrix in Orione.
Le due immagini a sinistra mostrano le mura del “Grande
Recinto”, in alto al centro un granaio, e, in basso a destra, un altro
particolare delle rovine del Grande Zimbawe, (cortesia George P-Landow). In alto
a destra una simulazione al
computer della supernova RXJ0852.0-4622 vista dall’interno del recinto.
L’elemento
centrale potrebbe addirittura aiutare nella previsione delle eclissi grazie alle
sue enigmatiche incisioni. "La
disposizione e il numero di segni possono essere solo un elenco degli
allineamenti tra la Terra e Venere," precisa Wade, "e sappiamo che la
posizione di Venere in cielo può essere usata per predire le eclissi.
Ci sono anche incisioni di dischi e falci crescenti".
Si
identificherebbero in tutto ben 35 allineamenti significativi di vari monoliti
con oggetti celesti e alcuni indizi farebbero pensare che la piattaforma ne
ospitasse uno centrale, alto ben due metri, che costituiva il "fulcro"
dell'osservazione. Una piccola
torre conica all'interno del recinto, inoltre, sarebbe allineata con il punto
vernale all'alba dell'equinozio.
Ancora
più sorprendente appare l'ipotesi sulla grande torre conica del Grande
Zimbabwe, databile intorno al XIV secolo e di utilizzo non ancora determinato:
si tratterebbe di un ulteriore allineamento col resto di supernova
RXJ0852-0-4622, nella costellazione della Vela.
Secondo l'attuale modellistica la stella sarebbe esplosa proprio tra il
1300 e il 1340 D.C. e sarebbe stata ben brillante nel cielo australe, un evento
di cui non è rimasta memoria scritta ma che deve essere stato impressionante e
spettacolare. Wade riporta a
sostegno della tesi una confusa tradizione orale della Tribù dei Sena, che
raccontano di una
grande
migrazione da settentrione dei loro antenati in direzione di una inconsueta
stella luminosa nei cieli dei sud.
Fin
qui le dichiarazioni dell'astronomo sudafricano, che ha contemporaneamente
inviato un lavoro a Science
e a Scientific
American,
ma l'accoglienza degli storici e degli archeoastronomi è stata ben poco
calorosa. Il settore, da sempre molto controverso, è caratterizzato da una
comunità particolarmente sospettosa in un momento in cui gli Hancock e i Bauval
costruiscono fortune commerciali su ipotesi discutibili al limite con la New Age.
Molti puntano il dito contro l'alta probabilità di allineamenti casuali
dovuti al gran numero di monoliti, e David Dearborne del Lawrence Livermore
Laboratory, studioso di archeoastronomia Maya, sottolinea la delicatezza
dell'analisi di complessi unici come Stonehenge e Grande Zimbabwe.
Per
provare la significatività del simbolismo celeste occorrono una grande quantità
di indizi da vari siti archeologia della cultura in esame, nonché testimonianze
comprovate sulle conoscenze astronomiche dei costruttori.
Inesperto di astronomia indigena africana dello Utah Keith Snedegar,
benché non escluda la rilevanza astronomica del recinto, accusa Wade di
superficialità e sensazionalismo e contesta l'interpretazione delle incisioni
sul monolito così come la documentazione delle fonti orali sulla migrazione
guidata dalla stella. Negando addirittura l'esistenza di una qualunque
misurazione in
situ,
Snedegar incorre in realtà… in un errore (o forse in un'omissione
consapevole), perché‚ anche una sommaria ricerca su Internet attesta una
bibliografia archeoastronomica sull'argomento Grande Zimbabwe, e la vicenda
sembra dunque più che mai confusa.
Non
resta che attendere l'esito della "sottomissione" dell'articolo di
Wade alle varie riviste scientifiche internazionali.
Se
son rose fioriranno e potremo finalmente saperne di pi— e valutare
direttamente dall'originale la consistenza dello studio.
Giangiacomo
Gandolfi